Nuovi “schemi di gioco” per la pastorale dello sport

di: Roberto Mauri

Dare il meglio di sé

Roberto Mauri è psicologo e formatore,  laureato presso l’Università Cattolica S. Cuore di Milano, che da anni si occupa del tema sportivo nella Chiesa. È stato anche referente per il CSI della formazione nazionale. Svolge attività in qualità di consulente strategico per aziende, enti ed associazioni, conducendo incontri e stage di aggiornamento sullo sviluppo organizzativo, la gestione dei processi di comunicazione e delle dinamiche di gruppo.  Collabora con il Master “Sport e intervento psicosociale” dell’Università Cattolica. È autore di testi e sussidi tra cui Genitori a bordocampo. Passione sportiva, istruzioni per l’uso (In Dialogo, 2013), Allenatori – genitori. Percorsi di alleanza possibile (con G. Basso) e Dirigere per gli altri. Come guidare i collaboratori sportivi (La Meridiana, 2014).

Non c’è che dire: Dare il meglio di sé è proprio un bel titolo per un “documento sulla visione cristiana dello sport e della persona” come quello appena pubblicato dal Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita. Il titolo infatti coniuga in modo felice l’immaginario e la tensione al primato tipicamente sportivi con l’immaginario e la chiamata alla santità tipicamente cristiani. Aggiungiamo che solo fare il punto pastorale sul rapporto Chiesa/sport o almeno “cimentarsi” sul tema già esprime l’intenzione di “dare il meglio”.

Una riflessione opportuna

L’esigenza di un’autorevole riflessione su questa materia si avvertiva da tempo, sia in quanto l’ultimo documento della Chiesa italiana è del 1995 (CEI – Nota pastorale Sport e vita cristiana), sia per il crescente impatto nella vita di persone e comunità che il fenomeno sportivo ha fatto registrare in questi ultimi decenni, come lo stesso documento fa notare.

L’uscita del documento segnala che è tempo di rileggere in modo nuovo, con discernimento ma senza timidezze o reverenziali timori, il rapporto tra sport e pastorale: un rapporto fatto di luci e ombre, andato per certi versi “in crisi”, ma che – come per tutte le crisi – può rivelarsi, se ben affrontata, un’opportunità feconda per le domande e le aperture di senso che esso contiene ed esprime.

Anche se il documento non ne fa cenno, infatti, non è possibile prescindere dallo scenario delle emergenze pastorali da un lato (in particolare la pastorale giovanile, rispetto a cui lo sport è da sempre terreno elettivo e ad un tempo insidioso), dall’altro l’esigenza della Chiesa di non isolarsi, di uscire nel mondo ed essere presente nelle sfide e negli snodi vitali attuali.

Gioco a tutto campo

Utilizzando una metafora sportiva, possiamo dire che Dare il meglio di sé si propone di giocare a tutto campo: organizzando la “difesa” (dove appare ben coperta), occupando lucidamente il “centrocampo” (dove allarga gli spazi di gioco) e tentando ripartenze “in attacco” (soprattutto sortite in contropiede).

Sul primo aspetto (difesa) vi è la dichiarata esigenza di liberarsi dal sospetto e/o pregiudizio secondo cui la Chiesa abbia «un pensiero e approccio ostile rispetto allo sport … a causa di un atteggiamento negativo verso la corporeità». Un fraintendimento che il documento si preoccupa di smontare con un sintetico quanto puntiglioso excursus storico-pastorale.

Il “centrocampo” risulta – a parere di chi scrive – il comparto migliore, dove gli spazi e gli scambi si dilatano, respirano, si intrecciano in modo elegante ed efficace: bella al riguardo la risposta alla domanda «cosa è lo sport?», articolata in cinque parole chiave che colgono l’essenza ed il perimetro dello sport come “luogo di senso”: corpo in movimento, gioco, regole, competizione, pari opportunità. Una visione integrale e integrante del rapporto uomo-sport che consente di intrecciare corpo, anima e spirito, creatività e sacrificio, gioia e coraggio, uguaglianza e rispetto.

Si può allora tentare di infilare qualche ficcante contropiede, ribaltando punti di vista che sembravano scontati: così, ad esempio, il cristianesimo rifiuta di essere considerato solo una sorta di «marchio di qualità etica» dello sport, ma al contrario si propone come valore aggiunto, in grado di dare pienezza all’esperienza sportiva.

Dare il meglio di sé

Cambio di passo

Dare il meglio di sé va dunque inteso come “segno dei tempi pastorali”, a patto tuttavia di cogliere le opportunità che dischiude, dal momento che «lo sport apre alla ricerca sul significato ultimo della vita … ponendo in evidenza la tensione tra la forza e la fragilità, entrambe esperienze che appartengono necessa-riamente all’esistenza umana».

A questo riguardo il documento offre degli interessanti spunti per un “cambio di passo”, soprattutto quando in tema di sport riporta in primo piano attori prima sullo sfondo, come genitori e famiglie oppure i (social) media; o quando sottolinea l’importanza del lavoro di rete (o “di squadra”, dato il tema) tra le agenzie educative, superando l’ancora prevalente tendenza a operare per “compartimenti stagni” o per “addetti ai lavori”, oppure nell’estendere l’attenzione ai nuovi luoghi dello sport (parchi, centri fitness, spazi urbani).

Proposta debole

Tuttavia, a fronte dell’efficace analisi e discernimento del fenomeno sportivo è proprio sul versante della proposta pastorale che purtroppo il documento non sembra dare il meglio di sé, perdendo di originalità e incisività: mette ordine, sollecita energie, richiama al dovere …. ma manca di “profezia”!

Esso infatti ribadisce quanto già acquisito ed in atto, ovvero che la proposta pastorale del magistero «prende forma essenzialmente in un impegno educativo verso la persona», confermando il primato e la dominanza dell’approccio pedagogico, calibrato sui diversi ambiti e interlocutori quale paradigma di riferimento, pur segnalando l’esigenza di aggiornare e rilanciare con maggior autorevolezza e organicità percorsi e proposte formative.

È fuori dubbio l’importanza e la necessità dell’azione educativa ispirata alla visione evangelica dello sport, come pure appare evidente il ruolo dello sport per ricostruire il patto educativo. Sarebbe in questo senso già un ottimo risultato riuscire a formulare ed attuare nel concreto la strategia formativa auspicata nel documento a riguardo dei diversi soggetti e operatori pastorali, dagli educatori, ai genitori ai volontari e sacerdoti. Così pure sarebbe di grande utilità operare un discernimento e apprendimento su cosa e quanto degli approcci e modelli educativi adottati in ambito sportivo abbia o meno funzionato, sui motivi di successo o fallimento dei percorsi educativi e formativi condotti nei diversi contesti sportivi, ecclesiali e non, rispetto alle finalità pastorali ipotizzate.

Il documento, pur insistendo sul paradigma educativo non affronta questi aspetti e nemmeno offre indicazioni su come meglio delineare i futuri progetti e percorsi formativi, limitandosi a sollecitare un più deciso impegno in tal senso.

Un primo modo di rilanciare la pastorale dello sport è dunque quella di “credere fino in fondo” alla scommessa educativa e formativa, al di là della buona volontà e possibilità delle tante e diverse realtà coinvolte.

Il gioco è cambiato, cambiare gioco

Risolvere la proposta pastorale sullo sport restando nel solo paradigma educativo, per quanto necessario, non è tuttavia più sufficiente.

Occorre cambiare “schema di gioco”, perché il “gioco è cambiato”: occorre cambiare linguaggio, approcci e modelli di intervento perché il linguaggio, l’immaginario e l’esperienza sportiva è cambiata rispetto al passato. Oggi, ad esempio, in molti casi fare una “bella gara” e “bella figura” valgono quanto se non più di una brutta vittoria; così pure la narrazione dell’evento sportivo è condizione necessaria perché la prestazione sia riconosciuta.

In questo senso, il classico approccio educativo allo sport, palestra valoriale e sociale, rischia di non cogliere adeguatamente la nuova sensibilità ed immaginario. Oggi lo sport non è “metafora della vita” ma “la vita”; non è promessa di futuro ma acquista senso nel “qui ed ora”.

Vale anche per la pastorale dello sport la considerazione che “non siamo in una epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca”. Abbiamo bisogno di più coraggio e creatività. Si tratta di innescare un autentico processo di conversione, capace di andare oltre un cambiamento semplicemente “programmatico” per attivare un cambiamento “paradigmatico”.

Le sfide poste dal fenomeno sportivo in quanto tale, dal rapporto sport/giovani, sport/comunità cristiane chiedono nuovi schemi di gioco, ovvero un cambio paradigmatico, andare oltre l’approccio educativo per adottare un approccio antropologico all’esperienza sportiva, in grado di comprendere potenzialità, limiti, simboli, rituali, “sacralità” dello sport dall’interno e poterlo così “abitare” pastoralmente senza strumentalizzarlo o “redimerlo”, pur con retta intenzione. Poche esperienze umane sono al contempo così profondamente immanenti e nel contempo così aperte al trascendente, come lo sport.

Forse per “dare il meglio di sé” potrebbe essere interessante cambiare preposizione: da pastorale dello sport a pastorale nello sport.

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Un commento

  1. don Claudio Monferrini 13 giugno 2018

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