Tratta esseri umani: 5ª Giornata mondiale

di: Andrea Lebra

Il 30 luglio ricorre la Giornata mondiale contro la tratta di persone, promossa dalle Nazioni Unite. Questa piaga riduce in schiavitù molti uomini, donne e bambini con lo scopo dello sfruttamento lavorativo e sessuale, del commercio di organi, dell’accattonaggio e della delinquenza forzata. Anche qui, a Roma. Anche le rotte migratorie sono spesso utilizzate da trafficanti e sfruttatori per reclutare nuove vittime della tratta. È responsabilità di tutti denunciare le ingiustizie e contrastare con fermezza questo vergognoso crimine (papa Francesco, Angelus di domenica 29 luglio 2018).

«La tratta di esseri umani è un crimine odioso che è alimentato da conflitti, disuguaglianze e instabilità. I trafficanti di esseri umani si approfittano delle speranze e della disperazione delle persone, abusando della loro vulnerabilità e derubandoli dei loro diritti fondamentali».

Lo scrive il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, nel messaggio in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, che ricorre oggi, 30 luglio, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/68/192 del 2013.

Nel messaggio, che denuncia «uno sfruttamento sessuale brutale, compresa la prostituzione involontaria, il matrimonio forzato e la schiavitù sessuale», si segnala che ad essere in particolare suscettibili di abusi sono «giovani migranti e rifugiati», mentre «donne e ragazze rappresentano un bersaglio costante». Si denuncia, inoltre, che «i trafficanti di esseri umani troppo spesso operano con impunità, con i loro crimini che non ricevono adeguata attenzione. Questo deve cambiare».

Giornata mondiale contro la tratta di persone

Il rapporto 2018 di “Save the Children”

In occasione della ricorrenza del 30 luglio, Save the Children – l’Organizzazione internazionale che, dal 1919, lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – ha diffuso il rapporto Piccoli schiavi invisibili 2018, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori a livello globale, in Europa e, soprattutto, in Italia.

A livello globale, nel 2016 oltre 40 milioni di persone sarebbero state costrette in stato di schiavitù. Di queste, circa 29 milioni, ossia una maggioranza pari al 71%, sarebbero donne e ragazze, mentre i restanti 11 milioni, pari al 29%, sarebbero uomini e ragazzi. La maggioranza delle vittime risulta sfruttata nella regione Asia-Pacifico (quasi 25 milioni), in Africa (oltre 9 milioni), in Europa (circa 3,6 milioni), in America (circa 2 milioni) e negli Stati Arabi (520 mila). Su oltre 40 milioni di vittime censite, quelle sfruttate nel lavoro forzato sarebbero circa 25 milioni, di cui 16 milioni sarebbero vittime di sfruttamento lavorativo (per il 57,6% donne e il 42,3% uomini) mentre altri 4,8 milioni sarebbero vittime di sfruttamento sessuale (di cui 99% donne e 1% uomini). Sebbene si parli principalmente di adulti (oltre 30 milioni, pari al 75%), i minori si confermano come gruppo rilevante: quasi 10 milioni, quelli censiti, pari al 25% del totale. Il dato evidenzia che, a livello globale, almeno 1 vittima su 4 è un bambino o un adolescente. Gli ambiti in cui i minori vengono venduti e utilizzati sono principalmente quello sessuale e lavorativo. Segnatamente allo sfruttamento sessuale, a fronte di 3,8 milioni di vittime adulte ci sarebbero 1 milione di minori sfruttati. Per quanto riguarda lo sfruttamento minorile in ambito lavorativo, circa 152 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni sarebbero coinvolti in forme di lavoro minorile per lo più nel comparto agricolo (70,9% del totale), dei servizi (17,2%) e dell’industria (11,9%).

A livello europeo, quantificare le vittime di tratta e sfruttamento resta estremamente complesso tanto per la natura sommersa di questo crimine, che per le persistenti difficoltà nell’identificazione delle vittime e degli sfruttatori. Ad oggi gli unici dati disponibili sul fenomeno a livello europeo sono fermi al 2015, quando, secondo EUROSTAT, il numero delle vittime registrate (accertate e presunte) nei 28 Paesi dell’Unione nel triennio 2010-2012 si è attestato a 30.146, di cui oltre 1.000 minori, principalmente giovani ragazze europee vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Da allora il fenomeno ha subìto profonde trasformazioni, sia per quanto riguarda i profili socio-demografici, che per quanto riguarda i comparti illeciti di sfruttamento. Un rapporto recente diffuso dal gruppo di esperti del Consiglio d’Europa ha, per esempio, evidenziato come, sebbene lo sfruttamento sessuale continui a rappresentare il principale comparto delle economie illecite connesse alla tratta, il numero di vittime per sfruttamento lavorativo stia progressivamente aumentando soprattutto in agricoltura, nell’edilizia, nella ricezione alberghiera e nei servizi di pulizia.

Il fenomeno in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, non è facile tracciare i contorni di un fenomeno che resta per la gran parte sommerso.

Dai dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, nell’ambito del Piano Nazionale Anti-Tratta, nel corso del 2017 le vittime minori di tratta e sfruttamento inserite in protezione sono state complessivamente 200, di cui 196 ragazze e 4 ragazzi. Il 46% dei minori emersi è stato sfruttato sessualmente.

Per il 93,5% si tratta di ragazze nigeriane comprese tra i 16 e i 17 anni. Le Regioni più interessate in termini di emersione sono la Sicilia (con 66 minori vittime di tratta messe in protezione), la Campania (29) e il Veneto (19). Il dato – come è evidente – rappresenta solo la punta di un iceberg.

Un altro dato di rilievo è quello che proviene dal monitoraggio delle vittime sfruttate su strada, svolto a ottobre 2017 dalla rete di organizzazioni riunite sotto la dicitura «Piattaforma Nazionale Anti-Tratta». In un’unica notte di rilevazione, la rete ha censito la presenza in strada di 5.005 vittime, di cui 4.794 adulti e 211 minori, registrando un incremento del 53% a fronte della precedente rilevazione effettuata a maggio dello stesso anno, quando fu osservata in strada la presenza di 3.280 persone, di cui 3.113 adulti e 167 minori. La maggioranza delle vittime di tratta intercettate su strada durante l’ultima rilevazione sono per lo più di origine nigeriana (2.111), seguite dalle vittime rumene (987).

Anche dal lavoro diretto di Save the Children con i suoi partner, nel programma “Vie di Uscita” è possibile rilevare dei dati relativi ad alcuni territori chiave nel fenomeno della tratta e dello sfruttamento minorile, come l’Abruzzo, le Marche, la Sardegna, il Veneto e la città di Roma. Tra gennaio 2017 e marzo 2018, le unità mobili dei partner del progetto “Vie d’Uscita” sono entrate in contatto con 1.904 vittime di tratta e sfruttamento, di cui 1.744 neo-maggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza nigeriane (68,5%) e rumene (28%).

Si rileva dunque la crescente presenza di vittime di tratta provenienti dalla Nigeria. Una recente indagine di OIM conferma questo dato ed evidenzia come, negli ultimi tre anni, il numero delle potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale arrivate via mare in Italia sia aumentato del 600%. Fenomeno che l’OIM stima possa riguardare circa l’80% delle ragazze – spesso minorenni – arrivate dalla Nigeria, il cui numero è passato da 1.500 nel 2014 a oltre 11.000 nel 2016.

Giornata mondiale contro la tratta di persone

Lo sfruttamento sessuale delle ragazze nigeriane e rumene

Vittime di tratta e sfruttamento sessuale, nel nostro Paese, sono soprattutto le ragazze nigeriane e rumene.

Tra le ragazze nigeriane che giungono via mare in Italia – emerge dal rapporto –  8 su 10 sarebbero potenziali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, un numero che ha fatto registrare, tra il 2014 e il 2016, un incremento del 600%. Indotte dai loro sfruttatori a dichiararsi maggiorenni al momento delle operazioni di identificazione in seguito allo sbarco, molte giovanissime nigeriane sfuggono così al sistema di protezione per minori. Le unità di strada dei servizi anti-tratta stimano una presenza media di vittime di tratta richiedenti asilo pari a circa il 30%, quasi 1 su 3. Allo stesso modo, le evidenze raccolte da Save the Children provano che spesso i trafficanti utilizzano i Centri di accoglienza straordinari (Cas) per reclutare le giovani e sfruttarle anche nelle vicinanze delle stesse strutture.

Le vittime nigeriane di tratta e sfruttamento provengono per lo più da contesti di forte indigenza e vengono reclutate con l’inganno già nei loro luoghi di origine, facendo leva sulla finta prospettiva di un futuro migliore in Europa. Per il viaggio che dalla Nigeria le porterà in Italia, le ragazze contraggono un debito che si aggira tra i 20.000 e i 50.000 euro, che potranno ripagare solo sottostando alla prostituzione forzata, un meccanismo di sfruttamento e schiavitù dal quale non riescono a liberarsi anche per via del voodoo o juju, un rituale che stabilisce una catena simbolica molto potente e fa sì che una volta ridotte schiave, le ragazze obbediscano alle organizzazioni da cui dipendono per paura delle ritorsioni su di loro o sulle loro famiglie.

Dopo le ragazze nigeriane, le ragazze rumene costituiscono il secondo gruppo più numeroso nella prostituzione su strada in Italia. In base alla rilevazione del progetto “Vie d’uscita” di Save the Children e della rete di organizzazioni partner, che nel corso del 2017 e dei primi tre mesi del 2018 ha intercettato 528 minori e neomaggiorenni rumene, a fronte delle 375 nello stesso periodo dei due anni precedenti, rappresentano il 29% del totale; il 20% in base alla stima della “Piattaforma Nazionale Anti-Tratta”. Si tratta soprattutto di adolescenti provenienti dalle aree più svantaggiate della Romania, come le regioni della Muntenia e della Moldova, in particolare i distretti di Bacau, Galati, Braila, Neamt e Suceava. L’assenza di prospettive e la grave deprivazione economica e affettiva, dovuta alla migrazione all’estero dei propri genitori o di altre figure parentali di riferimento, le rendono infatti un target estremamente facile da manipolare per gli sfruttatori e le organizzazioni criminali.

Lo sfruttamento lavorativo dei minori in Italia

Secondo il rapporto di Save the Children, i casi emersi di lavoro minorile nel nostro Paese nel 2017, riguardanti sia minori italiani che stranieri, ammontano a 220 e anche in questo caso ci troviamo di fronte alla punta di un iceberg di un fenomeno per lo più sommerso. In particolare, oltre il 70% delle violazioni riguarda il settore terziario in cui si producono o forniscono servizi, in particolare nei servizi di alloggio e ristorazione, nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, in agricoltura e in attività manifatturiere.

Tra i minori stranieri vittime di sfruttamento lavorativo in Italia, la maggior parte sono ragazzi egiziani, sebbene il numero degli arrivi si sia progressivamente ridotto dal 2016. Si tratta di ragazzi che sentono l’incombenza di iniziare a lavorare per inviare i soldi a casa e ripagare il debito contratto per il viaggio. Per questo tendono ad abbandonare precocemente il sistema di accoglienza (al 31 maggio 2018 si registrano 421 minori egiziani irreperibili) e sono particolarmente esposti al rischio dello sfruttamento lavorativo. Nella maggior parte dei casi, i minori egiziani vengono sfruttati nel lavoro in nero a Torino e a Roma negli autolavaggi, dove lavorano 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno per 2 o 3 euro all’ora, o nelle pizzerie, nelle kebabberie e nelle frutterie dove lavorano anche di notte per compensi che raramente superano i 300 euro mensili. In tali condizioni di sfruttamento, è purtroppo facile, per loro, essere coinvolti forzatamente in attività illegali, come spaccio e furti, o assumere mix di cocaina, crack e farmaci a base di benzodiazepine per sostenere turni lavorativi massacranti.

Giornata mondiale contro la tratta di persone

Le raccomandazioni di “Save the Children” al Governo italiano

Numerose le raccomandazioni che Save the Children rivolge al Governo italiano.

Al Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri viene richiesto, tra l’altro, di definire, all’interno del “Piano Nazionale Anti-Tratta”, un piano d’azione mirato alla protezione dei minori da rischi di tratta e sfruttamento che preveda interventi e misure di lungo periodo che vanno dalla prevenzione all’emersione, alla presa in carico delle vittime sino alla loro piena inclusione sociale ed economica, anche attraverso programmi di mentoring e tutoraggio per l’inserimento scolastico e lavorativo.

Al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali viene richiesto di combattere con decisione lo sfruttamento lavorativo, potenziando le ispezioni del lavoro soprattutto in quei territori che sono afflitti da caporalato e forme severe di sfruttamento del lavoro minorile.

Il Ministero dell’Interno è sollecitato ad integrare il “Piano Accoglienza” annualmente prodotto, prevedendo nell’ambito delle strutture di primissima accoglienza, strutture ad alta specializzazione che abbiano all’attivo capacità e competenze idonee a garantire adeguata presa in carico e sostegno continuativo dei minorenni migranti vittime di tratta e grave sfruttamento.

Non chiamiamoli «clienti»

Save the Children, in linea con quanto indicato dalla Commissione europea, ha scelto di non utilizzare termini come «cliente» nel contesto della tratta a scopo di sfruttamento sessuale di adulti o minori vittime, dal momento che tale terminologia oscurerebbe le sofferenze, gli abusi e le violazioni che le vittime di tratta hanno subìto.

La scelta è assolutamente condivisibile, anche in considerazione del fatto che per l’Unione Europea la domanda comprende non solo «tutti quegli individui, quei gruppi o quelle persone giuridiche che sono guidati dall’obiettivo di sfruttare le vittime al fine di realizzare un profitto a vari livelli», ma anche «tutti coloro che utilizzano e abusano direttamente delle vittime, nonché tutti coloro che agiscono in qualità di promotori o facilitatori e, in generale, tutti coloro che creano e contribuiscono a creare un ambiente favorevole a questo crimine».

Tuttavia, sarebbe quanto mai opportuno che anche l’Italia desse piena attuazione:

  • a quanto previsto dall’articolo 6 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, fatta a Varsavia il 16 maggio 2005,[1] e cioè: adottare e/o rafforzare misure legislative, amministrative, educative, sociali, culturali e altre, finalizzate a scoraggiare la domanda, che favorisce tutte le forme di sfruttamento delle persone, in particolare delle donne e dei bambini, e che favorisce la tratta;
  • a quanto previsto dall’art. 18 della Direttiva 2011/36/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 aprile 2011 concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime,[2] e cioè: adottare le misure necessarie, ad esempio nel settore dell’istruzione e della formazione, per scoraggiare e ridurre la domanda, fonte di tutte le forme di sfruttamento correlate alla tratta di esseri umani, fino a considerare reato la condotta di chi ricorre consapevolmente alle prestazioni sessuali di chi è vittima di tratta;
  • a quanto previsto dall’art. 9 del Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini[3] e cioè: adottare o potenziare le misure legislative o di altro tipo, quali quelle educative, sociali o culturali, per scoraggiare la richiesta che incrementa tutte le forme di sfruttamento delle persone, specialmente di donne e bambini, che porta alla tratta.

[1] Convenzione ratificata dall’Italia con legge 2 luglio 2010 n. 108.
[2] Recepita dall’Italia ed attuata con D. Lgs. 4 marzo 2014 n. 24.
[3] Protocollo ratificato dall’Italia con legge 16 marzo 2006 n. 146.

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