Avvento /3 Nutrire la speranza

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Preparate la via del Signore – proclama il Battista – e, nella prospettiva che stiamo seguendo in queste riflessioni, potremmo tradurre questo invito così: «Seminate segni di speranza»!

Preparare la via al Signore

Il messaggio dei profeti ha sempre due facce: denunciare ciò che ammala il mondo e incoraggiare con la promessa di un cambiamento che, se ci dà fiducia e sicurezza in Dio, perché è lui il Bene che tende a diffondersi per guarire i guasti intervenuti nel creato, chiede però anche di materializzarsi in azioni nostre mirate a curare le ferite dell’umanità che producono dolore e sconforto.

La fiducia in Dio si rigenera di continuo nella preghiera, che è insieme lode e supplica, con la prima come fonte e traguardo della seconda; la fiducia nell’umanità si nutre e si sostiene con tutti quei gesti di benevolenza e gratuità, dati e ricevuti, che regalano consolazione e gioia.

Nella segmentazione seguita dal Lezionario, il passo che invita a «preparare la via del Signore» è collocato nella seconda domenica, ma è meglio leggerlo insieme e come premessa a quanto è previsto per la terza, che continua il messaggio in figure, letto domenica scorsa, con tre indicazioni estremamente pratiche.

Il messaggio in figure, ripreso da Is 40,3-5, si dispiega così: burroni che vanno riempiti e monti che devono essere abbassati, vie tortuose da rendere diritte, e quelle impervie da spianare. Se poi si vuole sperimentare in concreto la stupenda intensità emotiva di queste figure, si ascolti l’aria “Every valley” con cui Handel apre il suo Messia (se ne veda un’analisi in D. Pezzini, Cantate Domino, p. 66-68).

Sono quattro indicazioni che si possono facilmente tradurre in comportamenti morali: sollevare dalla depressione chi è scoraggiato e langue sul fondo, abbattere l’orgoglio di chi si sente padrone delle alture, superare nella rettitudine ogni tortuosità, ipocrisia e ambiguità e, infine, facilitare il cammino di chi intende seriamente muoversi verso il Signore, per esempio, non caricandolo con pesi insopportabili (cf. Mt 23,4; Lc 11,46), che è poi una versione del «non scandalizzare i piccoli» (Mt 18,6), che vuol dire ben di più di quanto solitamente si intende, perché indica l’attenzione a non rendere difficile la fede a chi è già fragile di per sé! Un bel programma, che altro non è se non un invito a riprodurre nella nostra vita l’immagine stessa di Dio, resa visibile nel volto di Gesù (cf. Gv 1,18; Rm 8,29; 2Cor 3,18; Col 1,15).

E, alla fine, lo splendido dilatarsi della promessa, rilevato solo da Luca: e ogni carne vedrà la salvezza di Dio! Il termine carne dice tutta la fragilità della creatura, che sarebbe meglio sottolineare invece che sostituirlo, come fa il messale, con il più generico uomo.

In Luca 3,10-18, letto in questa terza domenica di Avvento, le figure si concretizzano in tre comportamenti pratici che formano una sorta di schema catechetico facile da ricordare, e che soprattutto rispondono alla domanda che di solito viene spontanea quando si sente illustrare un bel progetto, diciamo un bell’ideale: «Cosa dobbiamo fare?». Sono scelte tre categorie di interlocutori, a loro modo emblematiche: le folle, i pubblicani, i soldati.

La cupidigia

La prima è la più generale, e rappresenta chiunque, per cui la risposta diventa tanto più significativa.

Il primo grande segno di speranza da seminare per guarire un mondo malato è dunque il più importante: dice che contro l’istinto padronale e la cupidigia che da esso deriva, e che genera desideri che – come si è visto – sono quasi sempre illusori e fallaci, c’è solo una risposta efficace e convincente: la condivisione! Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto.

Dietro questa disponibilità a dare sta un sentimento profondo che ha una base antropologica: niente è davvero “nostro”, e dunque questo istinto radicato di possesso/proprietà, che nasce certo dalla nostra “nudità” primigenia mirabilmente sintetizzata da Giobbe 1,21, va governato e trasfigurato in disponibilità al dono.

Ricordiamo il già citato radix omnium malorum cupiditas (1Tm 6,10), e la cupidigia, poi diventata nella lista dei sette vizi capitali «avarizia», è non solo il più radicato, ma il più resistente dei vizi. Lo ricorda un bel dramma inglese medievale, il Castello di perseveranza (XV sec.) in cui l’uomo, assediato dai vizi/diavoli nella rocca dove vive difeso dalle virtù, riesce a sconfiggerli tutti tranne uno, la cupidigia, appunto, che, alla fine, rischia di sconfiggere lui!

Era letteratura per la borghesia di città, con in testa i mercanti, e la dura condanna del pericolo delle ricchezze non è un caso: si ricordi Francesco d’Assisi.

La poetessa inglese Elizabeth Jennings (1926-2001) inizia così una bella poesia dal titolo Oltre il possesso: «Le immagini recedono, la rosa ritorna / a ciò che era prima che la guardassimo. / Togliamo lo sguardo da dove l’acqua scorre / ed è di nuovo un puro fiume, non scriviamo / nessun segno sugli alberi. Un modo di vivere nuovo / comincia dove non c’è bisogno di schiacciare / i petali per avere il profumo della rosa / o di marcare i nostri lineamenti là dove l’acqua scorre» (La danza nel cuore delle cose, Àncora, Milano 2007, p. 37).

La disponibilità a donare e a condividere mi pare sia il corrispettivo pratico di ciò che il card. Martini ha qualificato come «la dimensione contemplativa della vita», dove per “contemplazione” si intende non solo, o non tanto, una forma di preghiera, ma un atteggiamento del cuore non aggressivo, traducibile nel saper “guardare” senza il bisogno di “rapire” o di “possedere”, ma godendo semmai con gratitudine della bellezza che ci si offre gratuitamente. È questo il lato affascinante della “povertà”!

L’ingordigia

La seconda risposta rivolta agli esattori delle tasse ha ancora a che fare con i beni, e intende battere in breccia quell’aspetto della cupidigia che è l’ingordigia: Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato. Viene subito in mente quell’invito alla moderazione e alla sobrietà espresso in 1Tm 6,7-8: Non abbiamo portato nulla nel mondo, e nulla possiamo portare via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci.

Credo che su questo i cristiani abbiano grosse responsabilità nel mondo d’oggi, dove l’istinto dell’accumulo di beni e la dilagante corruzione che ne deriva sono ormai una parte rilevante di tanti discorsi fatti da giornali e TV, che nutrono tanti egoismi, magari aizzati da certi comportamenti della politica (si pensi a come sono giudicati e trattati i migranti), contro i quali vanno sostenute e rafforzate quelle iniziative, piccole ma coraggiose, che sono una vera seminagione fruttuosa di segni di speranza che accendono un po’ di luce in un mondo che pare declinare irrimediabilmente verso una notte (Vergente mundi vespere, canta l’inno d’Avvento) che farà male a tutti. Fa parte della medesima responsabilità testimoniare un atteggiamento mentale e pratico verso il creato che non sia predatorio, ma risponda invece al comando di coltivare e custodire il giardino di Eden (Gen 2,15) nel quale Dio ha collocato l’uomo fin dalle origini.

La prepotenza

La terza e ultima risposta data ai soldati intende battere un’altra radice perversa, la prepotenza, che è una forma che prende il potere in chi lo gestisce come dote di cui non deve rendere conto a nessuno, spingendo chi si trova in una situazione di privilegio ad approfittarne per rifarsi su chi è più debole: Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe.

Il male è diffuso, dalle mazzette negli appalti ai giochi sporchi delle banche, dalle mille furbizie usate per ingannare e derubare fino alle forme odiose di un imperversante bullismo. Qui la luce che guarisce il mondo è la mitezza e il rispetto, oltre alla sobrietà, che, in qualche modo, riprende quanto già detto nella seconda risposta.

È il caso di ricordare, quando il cielo della società in cui viviamo si fa troppo grigio, e la speranza va in cristi, almeno l’esempio, di cui si parla sempre troppo poco, delle tante forme di volontariato che spuntano un po’ dovunque, dove significativamente sono numerosi i giovani, credenti e non, e che sono un potente incoraggiamento a sperare nel futuro.

Mi sono spesso chiesto perché – come si sente spesso ripetere – il bene non fa notizia, e sia invece più spesso il male a stuzzicare la curiosità. Forse proprio anche questo è un segno della nostra radicale proclività a muoverci verso il “nulla” di cui parlava Aelredo nel passo riportato. In ogni caso, se vogliamo collaborare a “guarire” il mondo malato, mostrando nei fatti che cosa comporta la “venuta” e la presenza di Cristo che siamo chiamati a preparare, rimane compito imprescindibile del discepolo il gettare ovunque semi di speranza, il tenere aperte le fessure in tutti i muri che si alzano, lo spargere su una terra inaridita un po’ di rugiada che scende dal cielo, perché anche dalla terra, e sulla terra, germogli il Salvatore.

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Un commento

  1. alberto mancini 20 dicembre 2018

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