Heiner Wilmer: Dio alla prova

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intervista heinerMons. Wilmer, vescovo di Hildesheim (Germania), è stato fino al 2018 superiore generale dei dehoniani. Attualmente è anche presidente della Commissione Justitia et Pax della Conferenza episcopale tedesca.

In questa intervista, pubblicata sul Kölner Stadt Anzeiger del 30 marzo 2020, affronta problemi cruciali collegati con la pandemia del coronavirus: in particolare l’eterno problema del dolore e il silenzio di Dio e quello riguardante la Chiesa in questo drammatico momento. L’intervista è stata raccolta da Joachim Franck e tradotta da padre Antonio Dall’Osto.

– Signor vescovo, come si è sentito cambiato dalla crisi del coronavirus?

Ciò che il mio ex segretario, originario di Bergamo, mi racconta della situazione in Italia è terribile. Il vescovo del luogo ha sospeso tutte le cerimonie funebri perché non si riesce a starci dietro per il gran numero di morti. Un anziano padre francescano, fra Aquilino, prima della cremazione, mette il suo smartphone sulle bare e lo collega con i loro familiari affinché possano dire addio almeno in questo modo. Soltanto dopo, quando tutto è finito – dice il vescovo – si può recitare insieme un Requiem per tutti i morti della diocesi. È qualcosa di straziante che mi commuove profondamente.

– Questo avviene per tutti coloro che hanno un cuore. Che cosa la turba come credente?

Mi chiedo infatti: fino a che punto la fede, la Chiesa, sostengono anche la nostra teologia? Cosa perdono di questa colonna portante? Le affermazioni della Chiesa sono messe alla prova circa la presenza di Dio. Il concilio Vaticano II insegna che Dio è presente nelle varie circostanze: soprattutto nella celebrazione della messa, nei sacramenti, e anche nella parola della Scrittura e, infine, là dove “due o tre sono riuniti nel nome di Gesù”.

Il turbamento del credente e la Parola

Io noto che ci siamo concentrati molto sulla messa e i sacramenti. Adesso che le chiese sono chiuse, diventano importanti la Bibbia e le piccole comunità di fedeli come “chiese domestiche”.

– Per le riunioni con tre è già difficile.

Ma due sono ammessi E anche da solo posso leggere le Scritture e trarne giovamento per la mia vita. Questo è rilevante. Ora entra in gioco nuovamente il grande interrogativo di Martin Lutero: come posso trovare  un Dio misericordioso? Non solo in qualche modalità attribuita alla mediazione della Chiesa, ma direttamente, attraverso un contatto diretto. E qui torno nuovamente alla promessa di Gesù ripresa dal concilio Vaticano II: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Il mio leitmotiv per questo tempo è il seguente: l’assenza delle messe ci sollecita a pensare ad altre forme di comunicazione reciproca che sono presenti nella tradizione cristiana. La celebrazione della messa – l’eucaristia – è molto importante. Ma ora sedetevi! Leggete la Bibbia, parlatene tra voi in due o tre, mediante una teleconferenza o Skype, poco importa. Soprattutto: parlate con Dio! Potrei anche dire: spezzate il pane e dividetelo tra voi, come i primi cristiani, senza sacerdote? Non mi spingerei così lontano.

Vorrei tornare indietro e dire: la Parola della Bibbia è anch’essa un cibo nutriente. L’interrogativo sulla presenza di Dio dev’essere posto ancora più profondamente: dov’è Dio di fronte a un nemico invisibile che si diffonde in tutto il mondo e uccide? Ho molta stima della teologa protestante Dorothee Sölle che ha vissuto a lungo a Colonia, una discussa ma grande donna che orienta il nostro sguardo in maniera inesorabile e senza compromessi sulla sofferenza.

La sofferenza – afferma – dal punto di vista cristiano non è un destino che la gente deve sopportare. La sofferenza induce al grido, alla protesta, ad uno shock esistenziale: come ha potuto succedere una cosa del genere a noi come comunità mondiale del 21° secolo? In Italia, la gente ricorda il celebre romanzo di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi, in cui si parla della pestilenza durante la guerra dei trent’anni proprio nella zona di Bergamo.

– Con questo, l’interrogativo su Dio è posto in modo ancora più acuto poiché la traccia della sofferenza e della morte è indelebile e si snoda senza fine attraverso i secoli. 

Non possiamo sconfiggere la sofferenza. Forse il coronavirus sì, lo speriamo, ma non la sofferenza in sé. Questa è anche la convinzione drammatica di Dorothee Sölle. Si tratta piuttosto di come affrontiamo la sofferenza. È – afferma la Sölle – una maniera di cambiamento, di trasformazione. Però senza una falsa consolazione, senza far sperare nel dopo fantastico che esiste solo nella mia proiezione. Sollevare nuovamente questo problema potrebbe essere compito delle Chiese.

E parlare del fatto che Dio è presente in chi soffre: nei malati di coronavirus, negli infermi che, come a Bergamo, non si sono affatto contagiati da sé, e non possono essere curati per la scarsità delle risorse e muoiono senza antidolorifici. Sono convinto che Dio è presente anche in coloro che assistono tutte queste persone, in ogni modo possibile.

– La sua fiducia in Dio è rimasta scossa?

No. Io mi attengo a un versetto del Nuovo Testamento: “Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza” (2Tm 1,7). Tuttavia questa crisi mi sconvolge e mi mostra che Dio è ancora una volta del tutto diverso da come lo immaginavi.

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– A molti viene in mente l’immagine di un Dio che castiga: l’umanità riceve la paga per la sua arroganza…

Questo pensiero è terribile e del tutto non cristiano. La crisi del coronavirus non è un castigo di Dio. È una catastrofe naturale.

– Lei ha parlato del ruolo delle Chiese. Non trova che le Chiese nella crisi siano praticamente per così dire annientate? Le chiese sono state chiuse, le celebrazioni cancellate. Tutto è silenzioso e muto. Una cosa del genere non è avvenuta nemmeno in tempo di guerra.

Noi, nella diocesi di Hildesheim, teniamo le chiese aperte. Con la chiara condizione: non per riunioni di persone, soltanto per la preghiera personale e come luogo di ritiro e di sosta. Chi vuole può venire qui a riposarsi, ad accendere una candela. Anche questo è ciò che si vede.

Io dal mio studio ho una veduta sulla cattedrale e continuo a osservare il portale che si apre e chiude. Le persone vanno e vengono. Ma raccolte. Mi sembra come se sulla città e sulla campagna si fosse imposto un tempo di contemplazione, una specie di esercizi collettivi silenziosi.

Per quanto riguarda la presenza pubblica delle Chiese: è vero. In questo momento tutti guardano agli scienziati e ai politici. Aspettiamo di avere notizie sui vaccini o sui farmaci. Aspettiamo decisioni che garantiscano posti di lavoro e tengano unita la società. Le Chiese non compaiono in primo piano. Noto tuttavia che ora siamo interpellati in un modo che forse prima non avremmo immaginato.

Pratiche non parole, la Chiesa che verrà

– Interpellati su che cosa?

La Chiesa come avvocata che viene in soccorso. Ciò avviene con l’impegno, non con dichiarazioni; con parole di conforto, non con pretese. Penso che sia questo che ora entra chiaramente in gioco. Viene spontanea la domanda: cosa succede se la “normalità tranquilla” si scompagina?

Quando ciò che ritenevamo sicuro all’improvviso non regge più? Se i fondamenti su cui noi basiamo la nostra vita, minacciano di sgretolarsi? Il calcolo razionale giunge al limite e avvertiamo di aver bisogno di qualcosa che va oltre. Sapevate che Gesù ha un soprannome? Devo riflettere. Quale pensate che sia? Il Salvatore. Questo richiede di tendere l’orecchio e ascoltare. Gesù è il medico. Tutti andavano da lui e volevano che li risanasse nel corpo e nello spirito ed egli sapeva mettere insieme i frammenti di un’esistenza infranta. Su questo atteggiamento devono essere giudicate la religione cristiana e la Chiesa.

– Vale a dire?

In quanto Chiesa, la crisi del coronavirus ci costringe a chiederci nuovamente: in che modo noi possiamo rendere ragione a Gesù Salvatore? In particolare: mediante la vicinanza alla gente. Nessuna vicinanza uccide. In questi giorni significa naturalmente una vicinanza con una distanza fisica. La crisi è un’esperienza chiave per noi: la Chiesa non esiste per se stessa, ma per la società.

– I dibattiti interni di riforma alla Chiesa sono per il momento venuti meno.

Per alcuni è la prova che essere concentrati esclusivamente su se stessi è irrilevante. Al contrario. La crisi mi mostra che le riforme sono necessarie, ma non sufficienti. Abbiano bisogno di qualcosa di più. Abbiamo una crisi della Chiesa, ma anche una crisi della fede nel senso che non ci è chiaro come funziona il rapporto tra l’uomo e Dio, il grande e insondabile segreto.

– Lei è stato superiore maggiore di un Istituto attivo sul piano internazionale. Ci accorgiamo che gli steccati delle frontiere crollano e che i Paesi si preoccupano di autodifendersi. Il coronavirus è la fine dell’idea della comunità dei popoli? 

Sarebbe un male. Naturalmente dobbiamo anche proteggerci come comunità, osservare delle regole, mantenere le distanze. Ma sarebbe una catastrofe ancora maggiore se noi ci isolassimo e non vedessimo gli altri. “Si salvi chi può” è un motto fatale per i singoli come anche per un popolo. Ma sono sicuro che l’egoismo non vincerà e vedo che ci sono già dei segni molto incoraggianti.

– Quale per esempio? 

Si ricorda che nei primi giorni della crisi acuta si parlava continuamente di professioni rilevanti per il sistema. Si trattava di medici, scienziati, politici, senza dimenticare i giornalisti. Fin quando è diventato improvvisamente chiaro che importante per il sistema era anche la giovane donna con un retroterra di migrazione, che non parla tedesco ma siede alla cassa del supermercato o riempie gli scaffali.

Pasqua, forse come alle origini…

– Lei ha già annullato la Pasqua 2020?

Questa settimana – per la prima volta nella storia della diocesi di Hildesheim – la nostra conferenza di gestione è stata tenuta in videocircuito e abbiamo stabilito che i servizi liturgici del giovedì santo, del venerdì e anche la veglia pasquale si tengano in cattedrale, con una piccola cerchia di partecipanti. La domenica di Pasqua celebro la messa alla radio NDR (Norddeutscher Runfunk) e WDR (Westdeutscher Rundhfunk). La benedizione della rivoluzione digitale – e la chiamo volutamente “benedizione” – diventa ora chiara. La gente può collegarsi virtualmente non solo per riunioni e conferenze, ma anche per pregare e per la messa. Ciò è di grande aiuto.

– Tuttavia, la Pasqua, la più grande festa del cristianesimo in una cattedrale vuota, senza una comunità che festeggia, non le sembra una contraddizione?

È per lo meno uno spettacolo molto, molto insolito. Ma forse corrisponde alla situazione delle origini della Pasqua: guardiamo la tomba vuota e ci chiediamo: “Dov’è ora il Signore?”.

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