San Paolo e la passione di Gesù

di: Giovanni Giavini
La corona di spine

«Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2).

San Paolo ha un racconto della passione del Signore? No. Nelle sue lettere trovi solo accenni: l’ultima cena «mentre veniva tradito»; il grido di Gesù «con forti gemiti e lacrime» nel Getsemani e sulla croce; ucciso da giudei e sotto Ponzio Pilato; crocifisso fuori di Gerusalemme, sepolto, apparso a varie persone; versamento del proprio sangue invece di quello di animali sacrificati e dono del suo Spirito, quindi sacrificio e sacerdote vero e mediatore efficace… e forse poco altro. Perché così poco? Probabilmente perché sapeva che altri predicatori ed evangelisti la raccontavano già con maggiore ampiezza. O perché non gli interessava l’argomento? Certamente non per questo.

Infatti, sempre stando alle sue lettere, appare chiarissima la sua insistenza sulla pasqua di Gesù, cioè sul suo passaggio dalla morte in croce a una nuova vita, alla vita di risorto asceso alla destra del Padre e di Signore delle forze del peccato, della morte e del demonio. Per Paolo qui c’era l’essenza del Vangelo, più che in altri aspetti della vita di Gesù, più, per esempio, dello stesso Natale e dell’incarnazione (su questo noi siamo diversi da lui – e dagli altri apostoli – per preferenza e devozione).

Quali aspetti e valori ha visto san Paolo nella pasqua di Gesù, ossia in quel suo passaggio da morte per crocifissione a nuova vita? Assemblando pagine paoline è facile rispondere: innanzitutto quella morte in croce fu una umiliazione e segno di obbedienza-sottomissione al Padre e agli uomini, segno del suo essere oltre, che Figlio, anche servo del Padre (Fil 2); fu segno di solidarietà con le sofferenze umane; essa fu segno divino di amore e di salvezza per il mondo dei peccatori e dei mortali (Rom 5); essa divenne anche liberazione dal giogo della vecchia e divina legge e scuola di nuovo amore (Rom 7-8: 15,1-12).

Una pagina fortissima:  Cor 1-2

È sempre utile rileggere 1Cor 1-2. Ricordiamo il contesto: verso l’anno 51 Paolo era stato ad Atene, città della filosofia, dell’arte, della democrazia, città dedicata alla dea Atena, dea dell’intelligenza, e lì vi aveva tenuto un bel discorso ma aveva fatto quasi del tutto fiasco. Con le pive nel sacco percorre circa 50 km e, chissà perché, si reca a Corinto, città ben diversa per fama e ambiente da Atene: qui dominava la dea Afrodite, la dea del piacere, servita da prostitute e prostituti sacri; c’erano anche altri templi, tra cui uno al dio bello e forte Apollo; con due porti ospitava gente di tutte le razze, religioni e classi sociali; fiorivano commercio, lavoro e sport (i giochi istmici, concorrenti con quelli olimpici); probabilmente qualche maestro greco teneva anche scuola di filosofia e altre materie; non mancavano ebrei con la loro sinagoga; nel forum si poteva trovare di tutto e sentire discorsi di ogni tipo… In sinagoga si leggeva che Mosè considerava «maledetto» un crocifisso. Nel forum e nelle case riecheggiava talvolta la paura per il supplizio romano orrendo della crocifissione dei peggiori elementi dell’impero…

E Paolo ci arriva con le pive nel sacco, incerto e allo sbaraglio. Caso volle, o provvidenza, che incontrasse una coppia proveniente da Roma e che gli rimarrà amica e ospitale: Aquila e Priscilla (Atti 18). Incoraggiato forse anche da loro, Paolo decide: parlerò del «mio» Signore crocifisso, ebreo come me, ma anche ben Altro. Difatti: «Fratelli, quando venni tra voi, in debolezze con molta trepidazione, ritenni di non saper altro se non Gesù Cristo e questi crocifisso (2,1-3). Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a predicare la buona notizia, non però con un discorso di sapienza (in greco: sophìa), perché non fosse resa vana la croce di Cristo. Il discorso della croce, infatti, è stoltezza per chi va in perdizione, per quelli invece che sono salvati come noi è (segno della) potenza di Dio!… E, mentre i giudei chiedono segni (portentosi, come «Scendi subito dalla croce e ti crederemo») e i greci cercano la sapienza (quella della logica che risolve tutti i problemi della vita), noi predichiamo Cristo crocifisso, ostacolo per giudei e stoltezza per le genti pagane; ma, per coloro che sono stati chiamati, annunciamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio!… Per dono suo voi siete in Cristo Gesù, il quale divenne per noi, per opera di Dio, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1,17.30).

La Chiesa di Corinto

Quale altra religione è partita da un crocifisso e di lui ha proclamato un simile messaggio? Viene da chiedersi: chi e perché ha trovato la forza di proclamarlo, pagando poi anche di persona? Anche il Corano deve aver avvertito il problema e lo risolse negando che Gesù sia morto in croce (Sura IV).

I Vangeli aggiungono che tale proclamazione spuntò da un ambiguo sepolcro vuoto e da voci di inaffidabili donne… confermate però da una serie di “apparizioni” del Vivente.

A Corinto nacque, a sorpresa e a differenza di Atene, una Chiesa, formata da gente diversa (mercanti come Aquila e Priscilla, persone di alto rango e soprattutto di basso livello); addirittura, aderì a quella fede anche Crispo, capo della sinagoga. Un successo davvero inaspettato. La Chiesa di Corinto crescerà anche con grossi limiti e procurerà a Paolo problemi e preoccupazioni; ma rimase ugualmente una vera Chiesa, che l’apostolo chiamerà addirittura «corpo di Cristo», in analogia con quello eucaristico (1Cor 12).

Dunque, Paolo, non ci lasciò un racconto della pasqua di Gesù, in compenso ci aiuta a penetrare nel “mistero” di quel Crocifisso, speranza anche per tutte le filosofie e le religioni e per tutti i crocifissi della storia: la pasqua di Gesù è capace di valorizzare e di salvare anche ciò che sembrerebbe maledetto e condannato dalla logica o dalla giustizia umana e magari anche ecclesiale. La logica, infatti, e la giustizia di Dio, del Dio del Crocifisso, sono ben al di là delle nostre.

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