Benedetto XVI sulla misericordia

di: Andrea Lebra

Spett.le redazione di Settimananews,

spero che, dopo la pubblicazione del libro di don Giovanni Ferretti e l’intervento del filosofo Roberto Mancini sul tema del “sacrificio”, qualcosa si muova al riguardo.

Persino Benedetto XVI pare se ne stia rendendo conto. Nell’Osservatore Romano del 13 marzo 2016 è stata pubblicata un’intervista da lui rilasciata a Jacques Servais s.j.

Nel corso della conversazione l’intervistatore pone al papa emerito, teologo, Benedetto XVI, la seguente domanda sulla teoria anselmiana della satisfactio vicaria:

«Quando Anselmo dice che il Cristo doveva morire in croce per riparare l’offesa infinita che era stata fatta a Dio e così restaurare l’ordine infranto, egli usa un linguaggio difficilmente accettabile dall’uomo moderno. Esprimendosi in questo modo, si rischia di proiettare su Dio un’immagine di un Dio di collera, afferrato, dinanzi al peccato dell’uomo, da sentimenti di violenza e di aggressività paragonabile/i a quello che noi stessi possiamo sperimentare. Come è possibile parlare della giustizia di Dio senza rischiare di infrangere la certezza, ormai assodata presso i fedeli, che quello dei cristiani è un Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4)?».

Risposta di Ratzinger

La concettualità di sant’Anselmo è diventata oggi per noi di certo incomprensibile. È nostro compito tentare di capire in modo nuovo la verità che si cela dietro tale modo di esprimersi. Per parte mia formulo tre punti di vista su questo punto:

a) La contrapposizione tra il Padre, che insiste in modo assoluto sulla giustizia, e il Figlio che ubbidisce al Padre e, ubbidendo, accetta la crudele esigenza della giustizia, non è solo incomprensibile oggi, ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola, e quindi la loro volontà è ab intrinseco una sola. Quando il Figlio nel giardino degli ulivi lotta con la volontà del Padre, non si tratta del fatto che egli debba accettare per sé una crudele disposizione di Dio, bensì del fatto di attirare l’umanità al di dentro della volontà di Dio. Dovremo tornare ancora, in seguito, sul rapporto delle due volontà del Padre e del Figlio.

b) Ma allora perché mai la croce e l’espiazione? In qualche modo oggi, nei contorcimenti del pensiero moderno di cui abbiamo parlato sopra, la risposta a tali domande è formulabile in modo nuovo.

Mettiamoci di fronte all’incredibile sporca quantità di male, di violenza, di menzogna, di odio, di crudeltà e di superbia che infettano e rovinano il mondo intero. Questa massa di male non può essere semplicemente dichiarata inesistente, neanche da parte di Dio. Essa deve essere depurata, rielaborata e superata.

L’antico Israele era convinto che il quotidiano sacrificio per i peccati, e soprattutto la grande liturgia del giorno di espiazione (yom-kippur), fossero necessari come contrappeso alla massa di male presente nel mondo e che, solo mediante tale riequilibrio, il mondo poteva, per così dire, rimanere sopportabile. Una volta scomparsi i sacrifici nel tempio, ci si dovette chiedere cosa potesse essere contrapposto alle superiori potenze del male, come trovare in qualche modo un contrappeso.

I cristiani sapevano che il tempio distrutto era stato sostituito dal corpo risuscitato del Signore crocifisso e che, nel suo amore radicale e incommensurabile, era stato creato un contrappeso all’incommensurabile presenza del male. Anzi essi sapevano che le offerte presentate finora potevano essere concepite solo come gesto di desiderio di un reale contrappeso. Essi sapevano anche che, di fronte alla strapotenza del male, solo un amore infinito poteva bastare, solo un’espiazione infinita. Essi sapevano che il Cristo crocifisso e risorto è un potere che può contrastare quello del male e che salva il mondo. E su queste basi poterono anche capire il senso delle proprie sofferenze come inserite nell’amore sofferente di Cristo e come parte della potenza redentrice di tale amore.

Sopra citavo quel teologo per il quale Dio ha dovuto soffrire per le sue colpe nei confronti del mondo; ora, dato questo capovolgimento della prospettiva, emerge la seguente verità: Dio semplicemente non può lasciare com’è la massa del male che deriva dalla libertà che lui stesso ha concesso. Solo lui, venendo a far parte della sofferenza del mondo, può redimere il mondo.

c) Su queste basi diventa più perspicuo il rapporto tra il Padre e il Figlio. Riproduco sull’argomento un passo tratto dal libro di de Lubac su Origene che mi pare molto chiaro: «Il Redentore è entrato nel mondo per compassione verso il genere umano. Ha preso su di sé le nostre passiones prima ancora di essere crocefisso, anzi addirittura prima di abbassarsi ad assumere la nostra carne: se non le avesse provate prima, non sarebbe venuto a prender parte alla nostra vita umana. Ma quale fu questa sofferenza che egli sopportò in anticipo per noi? Fu la passione dell’amore. Ma il Padre stesso, il Dio dell’universo, lui che è sovrabbondante di longanimità, pazienza, misericordia e compassione, non soffre anch’egli in un certo senso? “Il Signore tuo Dio, infatti, ha preso su di sé i tuoi costumi come colui che prende su di sé suo figlio” (Dt 1,31). Dio prende dunque su di sé i nostri costumi come il Figlio di Dio prende su di sé le nostre sofferenze. Il Padre stesso non è senza passioni! Se lo si invoca, allora egli conosce misericordia e compassione. Egli percepisce una sofferenza d’amore (Omelie su Ezechiele 6,6)».

P.S. Ho incontrato di recente Giovanni Ferretti. Mi ha anticipato che, a gennaio, uscirà un altro suo libro sul tema (se ho capito bene, pubblicato dalla Queriniana) che svilupperà la relazione (Salvezza a caro presso? Rivisitare il sacrificio) da lui tenuta al congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana dell’agosto/settembre 2015 ad Assisi, dal titolo “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6).

Si potrà certamente tornare sul tema.

Buon lavoro.

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