Venerdì Santo, dramma trinitario

di:
Veronese, Crocifissione

Paolo Veronese, Crocifissione (particolare)

La croce, il luogo più affollato della storia

Lo è per tanti motivi, ma lo è anzitutto per questo: il luogo in cui viene innalzato appare come un luogo di solitudine e d’abbandono, eppure, a ben scrutarlo con l’occhio della fede, il Calvario è da ritenere il luogo più “affollato” della terra: c’è, in modo misterioso, l’intera Famiglia trinitaria; vi sosta Adamo, come capostipite d’una famiglia di peccatori e di giusti; vi aleggiano tutte le creature angeliche; vi sono presenti i due popoli di Dio: Israele e la chiesa, che sono riuniti in Maria, quale figlia di Sion. È paradossale la croce; essa non disperde, ma raccoglie (cf. Gv 11,49-52); non abbatte, ma eleva: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

La croce mostra d’essere contraddittoria, ed è più che contraddittoria: è «scandalo» e «stoltezza»: alla stoltezza del patibolo romano s’è già ribellato il “greco” esteta e razionalista (cf. 1Cor 1,22).

La Trinità al Venerdì Santo

La croce è della Trinità: è una sua azione, una sua grazia; è la testimonianza concreta e radicale della sua misericordia che intende liberare l’uomo dal peccato e condurlo alla condizione filiale. Come già affermava s. Tommaso d’Aquino, all’inizio della decisione di grazia che ha voluto la croce, c’è la Trinità; ma possiamo dire anche che, oltre tale decisione, c’è ancora il Dio trinitario.

Evidentemente, la croce è l’atto distintivo dell’amore del Cristo per il Padre e per gli uomini; tuttavia, essa è un atto nel quale tutta la Trinità è impegnata.

Il riferimento al Dio trinitario non è solo uno dei rapporti possibili che permette alla teologia di riflettere sul mistero della croce: dal momento che «lo scandalo della croce può essere accettato dal credente solo come azione del Dio trinitario» (H.U. von Balthasar), bisogna concludere che «solo il mistero trinitario permette di fare una teologia della croce» (P. Ferlay).

La croce: opera del Padre

La croce, come l’incarnazione, si spiega con la consegna del Figlio da parte del Padre. Anzi, Incarnazione e croce sono due termini di una stessa consegna: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

 

  1. a) La croce: una storia che inizia col Natale. La croce, iscrivendosi nella logica dell’incarnazione, ne sviluppa il movimento kenotico e ne esprime fino in fondo i sensi sacrificali; ma questa congiunzione profonda tra la consegna natalizia e la consegna matriarcale della croce è data dall’agire del Padre che, nel dono del Figlio, ci ha espresso il più grande amore possibile: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32).

Nel consegnarci il Figlio sulla croce il Padre rivela se stesso, la profondità del suo amore, la larghezza della sua paternità; perciò, affermava nel 1983 la Commissione teologica internazionale che la «compassione del Dio trinitario nella passione del Verbo» è da comprendere «come l’opera dell’amore più perfetto».

Tutta la passione si svolge sulla filigrana della «teologia della consegna», che significa del dono: Giuda lo consegnò ai sommi sacerdoti (cf. Mc 14,10); i sommi sacerdoti e il Sinedrio lo consegnarono a Ponzio Pilato (cf. Mc 15,1); Pilato lo consegnò perché fosse crocifisso (cf. Mc 15,15); sulla croce il Figlio consegnò lo Spirito (cf. Gv 19,30), consegnandosi al Padre (cf. Lc 23,46), in sacrificio di soave odore per ciascuno di noi (cf. Ef 5,2; Gal 2,20).

  1. b) La croce, iniziativa amorosa del Padre. Il Padre, nel prendere l’iniziativa di consegnare Gesù sulla croce, conferma il suo ruolo di Principio della storia della salvezza, perché, all’interno della vita trinitaria, ha pure la proprietà di essere Principio che non ha alcun principio.

L’offerta della croce mostra che il Padre è la sorgente del dono più grande, nel tempo e nell’eternità: la croce, in orizzonte di fede, dimostra che Dio (il Padre) «è amore» (1Gv 4,8).

Nella consegna di Cristo sulla croce da parte del Padre si realizza quanto aveva profetizzato Abramo nell’atto di offrire il suo figlio Isacco (cf. Gn 22): a questo testo si riferisce san Paolo per spiegare l’opera della salvezza (cf. Rm 8,32).

L’immagine del sacrificio di Isacco per mano del padre Abramo fornisce un indizio profetico di ciò che avviene nel “cuore” della Trinità mentre sul Calvario si consuma l’“ora”; la croce mostra la pietà che porta il Padre a soccorrere la miseria degli uomini e a partecipare al dolore del Figlio: «Dio ha preso si di sé la nostra vita, come il Figlio di Dio prende su di sé le nostre passioni. Il Padre stesso non è impassibile! Se lo si prega, egli ha pietà e compassione. Egli soffre una passione d’amore» (Origene, Hom. in Ez., 6,6).

La croce è anche il misterioso segno della giustizia del Padre, che significa la fedeltà al suo amore. Nel Crocifisso si realizza la profezia di Isaia: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (53, 5ss). Il Padre, per condannare il peccato e per giustificare i peccatori, ha trattato suo Figlio «da peccato» (2Cor 5,21) e lo ha reso per noi «maledizione» (cf. Gal 3,13; At 5,30).

L’amore-giustizia che Dio esprime sulla croce è però un atto asimmetrico rispetto al peccato che espia: come insegna Giovanni Paolo II, quell’atto supera in «sovrabbondanza» il peccato (cf. Dives in misericordia, n. 7). Tuttavia, pur essendo la croce, di fatto, un sacrificio di espiazione, essa va interpretata sempre come un atto d’amore del Padre per noi, che ci ha donato il Figlio del suo amore (cf. Col 1,13).

Il Padre non attende impassibile l’espiazione come condizione per poterci perdonare, ma è lui stesso che inizia la storia d’amore della croce. Questo è vero rispetto a noi: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10); ma questo è vero anche rispetto al Figlio, nel senso che la croce va intesa – occorre la fede per comprenderlo! – come un atto d’amore del Padre per il Figlio: «Se il Padre permette la croce, questo dev’essere visto a priori come segno del suo paterno amore per il Figlio: il suo amore è così grande che gli concede di dare il massimo» (A. von Speyr).

La croce: opera del Figlio

Sulla croce muore il Figlio: questa è evidentemente un’affermazione trinitaria. Il Figlio, infatti, si è incarnato, ha patito ed è morto come «uno dalla Trinità»: la sua morte è perciò qualitativamente una morte filiale. Ma la filialità della morte di Gesù non è da intendere solo in senso ontico (muore il Figlio), bensì anche in senso esistenziale (il Figlio muore da Figlio).

  1. a) La croce, gesto filiale del Cristo. La morte di Gesù si iscrive, infatti, all’interno di un suo progressivo rapporto di esistenza filiale con il Padre; la morte va compresa, pertanto, come la massima espressione del suo orientamento verso il Padre, al quale è già rivolta la sua vita interpretata come esistenza obbedienziale (cf. Fil 2).

Gesù non muore nella solitudine, ma di fronte al Padre, ed è ciò che rende salvifica la sua morte. La morte di Gesù, infatti, ha bisogno del riferimento al Padre per essere vissuta come morte filiale. Come potrebbe la sua morte, l’atto più radicale della mediazione, essere senza la prospettiva paterna, rispetto alla quale soltanto è atto mediativo?

La salvificità dell’atto di croce consiste nell’essere, ad un tempo, un gesto filiale e un gesto accolto, gradito e giudicato dal Padre. Ciò è richiesto dal fatto che il Padre, come è fonte prima della salvezza (la creazione), così ne è anche la meta ultima (la croce).

  1. b) Il grido messianico e filiale di Gesù al Padre. Il grido del Crocifisso, innalzato in un cielo vuoto, sarebbe disperazione, ma, elevato al Padre, è il segno della più forte tensione filiale e messianica del Cristo: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 9,31).

E in più: quel grido, solo se rivolto al Padre acquista il senso di una supplica e di un’intercessione a vantaggio degli uomini: «Non è il grido di Gesù morente il segno dell’abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per entrare nel profondo della sofferenza del mondo e portarla alla riconciliazione col Padre?» (B. Forte).

Il grido di Gesù in croce è un grido dolorosissimo, ma pur sempre un grido di amore. È l’altissimo grido (cf. Mc 15,34) che esprime, nel concitato linguaggio del dolore, la comprensione che Cristo ha della gravità del peccato, della grandezza dell’uomo, del rischio cui questi si è esposto con il peccato, ma è soprattutto la comprensione del suo compito filiale e fraterno. Il grido martiriale di Cristo – benché voce inarticolata, come sempre è un grido – è comunque una rivelazione trinitaria.

La croce: opera dello Spirito

La presenza dello Spirito nell’esistenza messianica di Gesù è continua: va dall’incarnazione all’ascensione; non conosce interruzioni di sorta: non sarebbe comprensibile, in nessun modo, che essa venisse a mancare proprio nel passaggio critico e drammatico dell’“ora”. Invece, massimamente sulla croce lo Spirito è il Consolatore del Cristo sofferente e paziente, ed è l’Avvocato del Consegnato e dell’Abbandonato.

 

  1. a) La compagnia dello Spirito al martirio del Crocifisso. L’opera dello Spirito sulla croce consiste nell’ispirare e nel sostenere il Servo di JHWH nell’offerta dolorosa e obbediente che fa di sé al Padre e agli uomini. Come Amore personale del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre, lo Spirito si fa presente laddove si celebra l’opera più grande dell’amore di Dio: l’obbedienza del Figlio incarnato fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).

Lo Spirito è presente all’offerta del Crocifisso, la sostiene, la corrobora, la vivifica, mentre compatisce con lui: «sarebbe difficile pensare che lo Spirito, animando l’offerta dolorosa del Cristo, sia rimasto esente dalla compassione» (J. Galot).

 

  1. b) L’opera dello Spirito oltre la croce del Figlio. Lo Spirito è lo Spirito del Crocifisso, perché questi ne ha invocato e meritato la missione nella famiglia umana: «E chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). L’albero senza radici della croce offre il suo “frutto” più maturo nell’effusione dello Spirito.

Gesù muore per permettere a noi la comunione dello Spirito che, prima dell’evento-Cristo, era impedita da tre muri di divisione, che però il Cristo abbatte, uno dopo l’altro:

1) il muro della natura;

2) il muro della volontà corrotta dal male;

3) il muro della morte.

Il primo fu tolto di mezzo dal Salvatore con la sua incarnazione (e con la sua unzione!); il secondo fu eliminato con la sua crocifissione, poiché la croce distrusse il peccato; il terzo sarà abbattuto anch’esso a Pasqua: lo rovescerà il Salvatore ribaltando la pietra della sua tomba e ponendo questa pietra della risurrezione come base della «casa dell’uomo», per usare un’espressione di E. Bloch.

  1. c) Lo Spirito porta la croce nel tempo degli uomini. Allora la casa dell’uomo diviene “Cenacolo” ed è pronta per essere invasa dal vento di Pentecoste, l’evento in cui Gesù esprime la forza della sua signoria pasquale, può dare «il primo dono ai credenti» e può mostrare la sua identità messianica: nessuno più di lui è sacerdote, re e profeta, perché nessuno come lui può inviare lo Spirito. E questo per una ragione trinitaria: perché solo lui è il Figlio che il Padre ha costituito Signore, per dare agli uomini il Dono per eccellenza, che è solo lo Spirito, il quale renderà contemporanea la croce; così noi, che siamo da essa lontani ormai duemila anni, rientriamo felicemente nel raggio salvifico di quell’evento di grazia.
Conclusione: La croce è parola più seria del cristianesimo

La parola più seria del cristianesimo è la croce: senza di essa, il cristianesimo diventerebbe insipido e superficiale, resterebbe senza paradosso e perciò non potrebbe essere quella religione a misura di Dio e dell’uomo che intende essere.

Nella croce Dio offre la più alta rivelazione del suo amore per l’uomo e fa intravedere – nella penombra della fede – l’amore che si vive nella Famiglia trinitaria.

La croce, inoltre, è il sigillo di sangue sull’intera rivelazione cristiana: il Vangelo senza croce, cioè senza la sua verifica e senza la sua concretezza, ci apparirebbe un impossibile progetto di vita.

Ma, dal momento che il Profeta del Vangelo è salito sulla croce a testimoniare con il sangue la verità di quanto insegnava e la praticabilità di quanto comandava (ad esempio: l’amore al nemico, che è umanamente impossibile), le cose cambiano.

Il paradosso del Vangelo è così reso comprensibile dallo scandalo della croce. L’evento della croce – con la sua illogicità, la sua sapienza diversa e rovesciata – rende accettabili e praticabili tutti i comandamenti, anche con le connotazioni di radicalità che essi hanno ricevute nel Nuovo Testamento.

Dalla croce il Vangelo ha acquistato autorità e, insieme, le ragioni che lo fanno durare nei secoli. A torto Nietzsche ha affermato che «il Vangelo morì sulla croce». È vero il contrario: la parola evangelica, senza il fatto della croce, si sarebbe affievolita e non farebbe sentire fino ad oggi la vibrazione-fremito che ci comunica il pathos d’amore che Dio nutre per noi.

Il Vangelo vive sulla croce: vi è realizzato nel modo più profondo e completo, e perciò può essere proposto alla nostra imitazione.

La croce è il segno pieno del cristianesimo: è il giuramento dell’amore più radicale che il Cristo ha inteso portare al Padre e agli uomini; questo giuramento si pone perciò come regola fondamentale del cristianesimo.

La croce è, in sintesi, il punto focale del Vangelo perché è il segno più intenso e più chiaro di ciò che è la Famiglia trinitaria: un’infinita comunione di carità.

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