Vescovi tedeschi nella II Guerra Mondiale

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In occasione del 75° anniversario della fine della II Guerra Mondiale (8 maggio) la Conferenza episcopale tedesca ha pubblicato il documento Vescovi tedeschi nella Guerra Mondiale. Presentandolo oggi, mercoledì 29 aprile, in videoconferenza, alla stampa e al pubblico del paese. In nostra traduzione dal tedesco l’intervento di mons. Heiner Wilmer s.c.j., vescovo di Hildesheim e presidente della Commissione Justitia et Pax.

Il quadro politico e di contenuto del documento è stato presentato dal vescovo Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca. Per quanto mi concerne, vorrei mettere in rilievo alcuni aspetti del testo in maniera specifica. Quando abbiamo deciso di preparare una dichiarazione che tematizzasse il comportamento dei nostri predecessori nel ministero episcopale durante la II Guerra Mondiale, eravamo consapevoli del fatto che si trattava di una questione molto sensibile e complessa. Un tema, insomma, che richiedeva molta cura e attenzione.

Per questa ragione abbiamo incaricato un gruppo di lavoro che procedesse a una prima redazione del documento, facente capo alla Commissione Justitia et Pax, del quale hanno fatto parte diverse commissioni della Conferenza episcopale tedesca e la Commissione per la storia contemporanea. In questo modo volevamo garantire che i punti di vista storici, di memoria politica, e non da ultimo quello di carattere ecclesiale e teologico, fossero approfonditi nella maniera dovuta. Questo vuol dire in un modo che fosse all’altezza dei tempi.

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In primo luogo, voglio ringraziare tutto coloro che hanno partecipato e fatto parte di questo processo. Da esso ne è venuta fuori una prima stesura del documento che è stata discussa in maniera approfondita dai vescovi tedeschi nel corso dell’Assemblea plenaria primaverile. In quella sede si sono decise alcune modifiche, giungendo così al testo che presentiamo oggi.

Il documento si articola in quattro parti.  Nel primo capitolo ci si sofferma sul tornante della memoria politica dell’8 maggio [1945, giorno della resa della Germania nazionalsocialista]; onorando così in maniera critica l’impressione lasciata dalla presenza del passato. Si sottolinea il fatto che, con la modificazione dei rapporti verificatasi in Germania l’8 maggio, si può cogliere la trasformazione produttiva della Repubblica federale nel confronto con il nazionalsocialismo – e insieme a essa le sue conseguenze.

Si prende chiaramente distanza dai tentativi da parte delle destre di piegare in senso nazionalista questi sviluppi. Infatti, «la casa europea richiede, affinché possiamo viverci insieme pacificamente, una cultura del dialogo e del rispetto davanti alla sofferenza delle persone». Guardando ai tentativi di distorsione della memoria della II Guerra Mondiale, che provengono dalla Federazione russa, affermiamo chiaramente che «le accentuazioni della comprensione, del lutto e della dovuta riflessione ci devono definire più che i toni acuti e striduli della reciproca accusa».

Purificazione della memoria

Il documento si impegna in un confronto onesto, riflessivo e bilanciato con le questioni che chiedono di essere affrontate – questo nel senso inteso da papa Giovanni Paolo II, il quale più volte ha chiamato la Chiesa al rinnovamento e alla purificazione della sua memoria storica. Si potrebbe dire che questo testo rappresenta un modo di buon confronto critico con il proprio passato. Confronto che, nel frattempo, è già diventato, passo dopo passo, una tradizione.

La questione centrale della dichiarazione viene trattata nei due capitoli successivi. Nel secondo, sul «Comportamento dei vescovi in Germania durante la II Guerra Mondiale», vengono affermati gli incontestabili fatti storici che riguardano l’atteggiamento dei vescovi. Ne viene fuori l’immagine di un loro invischiamento. Nonostante tutta la distanza interiore davanti al nazionalsocialismo, e in alcuni casi addirittura di una palese opposizione, si deve dire che la Chiesa cattolica in Germania era parte della società di guerra.

Anche se nel corso degli sviluppi della II Guerra Mondiale possiamo percepire un cambio nella prospettiva con cui i vescovi guardavano alla guerra, rimane il fatto che le sofferenze degli altri furono percepite in maniera insufficiente. Questo potrebbe essere interpretato come un ripiegarsi sulle proprie dolorose esperienze.

Corresponsabilità dei vescovi nella guerra

Il comportamento ambivalente, e in parte problematico, dei vescovi viene sintetizzato con toni rilevanti nella chiusura del secondo capitolo del documento. «Da ultimo i vescovi non trovarono nessuna via di uscita dalla tensione che si dava tra le rappresentazioni comuni di un’obbligazione patriottica durante la guerra, la legittimità del potere statale, il dovere di obbedienza che ne risultava e i crimini palesi compiuti. I criteri cristiani mediante i quali inquadrare la guerra evidentemente non bastavano più.

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In questo modo rimase preclusa una visione adeguata per questioni che riguardavano i propri soldati e le sofferenze degli altri. Le dichiarazioni dei vescovi, pur con tutte le sfumature legate a ogni singola personalità, fallirono davanti alla realtà di un potere criminale. Esse rimasero sulla linea di un illusorio cambio di comportamento da parte della leadership politica, del mantenimento degli accordi giuridici e della virtuosa esecuzione del dovere di coloro che da quella leadership erano guidati. In un certo modo, si attestarono dunque sulla linea di una vita ben condotta nella falsità (Adorno).

In questo modo, non si fu all’altezza delle implicazioni diaboliche nei crimini commessi e delle condizioni che essi produssero. Di più: nel momento in cui i vescovi non opposero alcun chiaro “no”, ma la maggior parte di essi rafforzò la volontà di tenere duro, essi si resero complici della guerra».

I soldati per i quali le esperienze di guerra di un potere e di crimini senza scrupoli divennero questioni esistenziali sul senso e su Dio si ritrovarono sempre più soli. Anche quelli che avevano dei dubbi, che valutavano la possibilità di disertare o disertarono, non trovarono alcun appoggio nelle parole dei vescovi.

Capire la storia, non giustificarla

Nel terzo capitolo ci sforziamo di trovare vie per comprendere. Ne va del nostro imparare e del nostro agire, quindi si tratta di capire i modi di pensiero e le decisioni dei vescovi di allora, questo senza volerli scusare. In questo capitolo riflettiamo in maniera critica su tutta una serie di fattori che hanno influenzato il comportamento dei vescovi:

  • La dottrina tradizionale sulla legittimità dell’autorità dello stato e il rapporto fra Chiesa e stato.
  • La dottrina tradizionale della guerra giusta.
  • L’accettazione sociale di una presenza scontata dell’apparato militare nella vita quotidiana.
  • Il rapporto della Chiesa cattolica verso la nazione tedesca.
  • La fondamentale opposizione al comunismo.
  • Le condizioni specifiche di azione e delle esperienze durante il regime nazionalsocialista.
  • La debolezza istituzionale della Conferenza episcopale e la sua inerzia interna.

Non è questa la sede adatta per scendere nei dettagli di tali temi. Già da questa lista di fattori potete però vedere che ci impegniamo in una visione differenziata, capace di tenere conto della complessità della realtà storica e umana.

In questo modo non vogliamo ergerci presuntuosamente sopra coloro che hanno vissuto quel periodo storico, ma non li vogliamo neanche discolpare troppo rapidamente – anche quando si prendono in considerazione le condizioni contingenti di allora. Le nostre domande sono guidate dalle esperienze delle vittime, in particolare anche di tutti coloro che si sono sentiti abbandonati e lasciati soli dai vescovi.

Il quarto e conclusivo capitolo è dedicato al rilievo per il futuro del confronto critico col passato. Qui sottolineiamo il fatto che anche la Chiesa e i vescovi si trovano in un processo continuo di apprendimento. Le conseguenze del potere e dell’invischiamento in esso non si sono fermate e non si fermano neanche davanti alla Chiesa. Questo ha  portato al fatto che ci è voluto molto tempo affinché nella Chiesa cattolica in Germania e tra i vescovi si arrivasse a mettere mano al necessario confronto con la storia.

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Assumere criticamente il proprio passato

Oggi è parte delle esperienze che più ci plasmano il fatto che il confronto critico con questa complicità è qualcosa di irrinunciabile per una testimonianza vivente della Chiesa. Solo chi si pone davanti al proprio passato e lo assume può liberarsi dalla strettoia dei suoi velonosi invischiamenti. Il confronto critico con il passato rende più forte il nostro sguardo sul presente.

Ed è proprio in questo senso che si chiude il documento che presentiamo al pubblico: «oggi constatiamo con gratitudine che la disponibilità a porsi questioni e problemi trafiggenti e urgenti ci ha portati a una maggiore prossimità a Cristo e a una più profonda comprensione del Vangelo. Un significato particolare assume qui la memoria passionis, il ricordo della sofferenza delle vittime: è in loro che incontriamo Cristo».

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Un commento

  1. Remigio Nino 30 aprile 2020

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