J.R. Carballo /1: i consacrati e il Covid

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vr covid

A José Rodríguez Carballo, ofm, arcivescovo segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, abbiamo chiesto di tracciare un’ampia panoramica su alcuni temi attinenti la vita religiosa, in tempo di coronavirus, ma non solo. In un secondo intervento, egli declinerà il vissuto dei voti religiosi in relazione alla pandemia.

– Mons. Carballo, la pandemia e il suo confinamento interpellano la vita consacrata su molti aspetti. Fino al carisma. Un dono spirituale che non si può esprimere serve ancora? Il venir meno dell’azione ha reso visibile un’inconsistenza già precedente? La condivisione intracomunitaria del dono fondazionale può alimentare il tema della fraternità di tutti?

Certamente. La pandemia interpella la vita consacrata, come tutta la Chiesa e tutta la società. I consacrati in quanto tali, ma anche come cittadini e membri della Chiesa, non possono non porsi questa domanda: Che cosa ci sta dicendo il Signore attraverso la pandemia? Quali cambiamenti devono essere fatti nella nostra vita, nei nostri stili di vita come persone consacrate, per poter rispondere alla nuova situazione creata dalla pandemia?

In questo contesto, c’è un’altra domanda che non possiamo non prendere in considerazione: come esprimere i nostri carismi in modo che restino attuali nel momento storico in cui viviamo? Come ricollocarci in questo nuovo contesto sociale, economico e religioso che emerge dalla pandemia?

Sono domande profonde. Esse non riguardano solo ciò che noi consacrati facciamo, la funzionalità della nostra vita, ma anche ciò che la vita consacrata è in sé, come segno e profezia, nella Chiesa e nel mondo. Il significato della vita consacrata nel presente e nel futuro è in gioco nella risposta che diamo a queste domande.

Nella vita consacrata, come nella vita della Chiesa e della stessa società, stiamo attraversando la stagione invernale. Questa situazione può aiutarci a trasformare il nostro oggi in un kairós, un tempo favorevole per prenderci cura delle nostre radici, per lavorare su ciò che è essenziale.

D’altra parte, stiamo vivendo una crisi che, tenendo conto del significato etimologico di questo termine, può essere di crescita. È il momento di prendere decisioni. Se sono quelle giuste, sarà una crisi di crescita; se non sono quelle giuste per il momento attuale, potrebbe essere una crisi di morte, non per la vita consacrata in quanto tale, ma per alcune forme di vita consacrata.

D’altra parte, non basta più custodire il carisma, se per custodire si intende conservare, mantenere; non basta più ripetersi o fare archeologia. Il carisma non è un sito archeologico, ma una realtà viva, una sorgente da cui sgorga acqua fresca e pulita.

Per questo – come ci ricorda papa Francesco – il carisma ha bisogno di essere purificato da tutti quegli elementi che, come la polvere che si attacca, si accumulano con il passare del tempo e non ci permettono di trovare la linfa originale del carisma, né di manifestarlo con la freschezza e la bellezza con cui lo vivevano i nostri fondatori. Il carisma è come l’acqua: se non scorre, marcisce. D’altra parte, come l’acqua prende forma dal recipiente che la contiene, così il carisma si adatta ai tempi, ai luoghi e ai contesti storici.

La vita consacrata fin dalle sue origini ha dimostrato di aver sempre assecondato, anche nei tempi “duri” (santa Teresa d’Avila), la creatività dello Spirito, così che molti carismi sono rimasti vivi per secoli, come anche in altri casi in cui questo movimento creativo non ha avuto luogo alcuni sono scomparsi.

Questa è la grande responsabilità che la vita consacrata ha davanti a sé in questo momento: unirsi alla creatività dello Spirito, rivisitare il carisma per ricrearlo e rivitalizzarlo, affinché, nonostante il passare dei secoli, continui a conservare la giovinezza che viene dallo Spirito che fa nuove tutte le cose e con la sua forza ci spinge a trovare nuove forme che esprimano questo dono – il carisma è un dono – in questi tempi «delicati e difficili» (san Giovanni Paolo II), che sono anche i tempi di Dio.

E, quando parliamo di trovare nuove forme (e non mi riferisco ai nuovi Istituti di vita consacrata) che esprimano il carisma, non possiamo pensare solo a ciò che è funzionale. Non possiamo confondere il carisma con le opere di un Istituto. Giudicare la vita consacrata solo in base a ciò che fa è un errore e ci porta a pensare che, con il venir meno della visibilità dell’azione a causa della pandemia, si sia rivelata una certa inconsistenza che già esisteva prima.

In questo tempo di pandemia è vero che alcune attività sono rallentate o si sono fermate, come nel caso delle scuole o dei grandi incontri ecclesiali. Ma è anche vero che altre sono continuate, grazie – per esempio – ai mezzi di comunicazione, o addirittura sono aumentate: la formazione permanente, gli incontri on-line dei Consigli generali e provinciali, gli incontri tra comunità e quelli intercarismatici.

Penso che la vita consacrata, come tante altre realtà ecclesiali e sociali, ha saputo muoversi al ritmo dell’epidemia, rispondendo a questa triste realtà con grande creatività.

In ogni caso, non possiamo dimenticare che ciò che dà consistenza alla vita consacrata non è solo ciò che fa, ciò che si vede, ma la forma di vita evangelica che le persone consacrate professano e vivono. In questo senso, forse la pandemia, mettendo in evidenza le nostre debolezze, può aiutarci a superare un certo trionfalismo che alla fine potrebbe sembrare più mondanità, anche spirituale, che Vangelo.

Discernimento ed elaborazione del lutto

D’altra parte, è anche chiaro che, da un profondo atteggiamento di discernimento evangelico ed ecclesiale, la pandemia ci obbliga a cambiare il modello e le strutture della vita consacrata, a cominciare dalle strutture di formazione e di governo, se non altro per la diminuzione delle vocazioni. Un cambiamento che riguarda anche diaconie, relazioni e linguaggi, se non vogliamo che le idee o le ideologie finiscano per separarci dalla realtà e mutilare il Vangelo stesso.

Nonostante i passi da gigante che abbiamo fatto nell’ampio e ricco processo di accomodata renovatio realizzato nel post-Concilio, la vita consacrata, essendo una realtà dinamica, ha sfide aperte che devono essere affrontate «con determinazione e con lungimiranza» (Evangelii gaudium, 58), «vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22). La vita consacrata ha bisogno di parresia per trovare otri adatti a contenere il vino nuovo che lo Spirito continua a donare alla Chiesa.

E qualcosa che senza dubbio aiuterà il rinnovamento profondo dei nostri carismi è la condivisione intra-comunitaria, la comunione inter-carismatica, il sentire che siamo tutti sulla stessa barca, il vivere la comunione a tutti i livelli: con i membri della propria comunità/fraternità, con i membri del proprio Istituto, con le altre persone consacrate, con tutto il popolo santo di Dio e con gli uomini e le donne della nostra società. In questo modo formeremo una grande fraternità, con una missione condivisa, che va ben oltre la mia casa, il mio Istituto, e che si estende a tutti, senza distinzione di credo o di cultura.

– Il Covid è entrato di prepotenza in alcune comunità, soprattutto nelle infermerie. Come celebrare la morte di confratelli e consorelle? Come elaborare il lutto? Il trauma cosa lascia alla nostra preghiera e riflessione?

Il Covid ci ha colto tutti di sorpresa e impreparati. Molte delle nostre sicurezze sono state sottoposte a dura prova, come la vita stessa. Per molti è stata una vera «notte oscura» (san Giovanni della Croce). Il santo padre lo ha espresso molto bene in quel memorabile pomeriggio/sera in Piazza San Pietro dove il silenzio gridava e il suono delle sirene delle ambulanze ci faceva pensare al peggio: dolore, morte…

Quando il Covid ci strappa ciò che più amiamo, la vita di una persona cara, di un conoscente, di un confratello/consorella, ci appare come un tiranno e un prepotente che ci deruba di una parte di noi stessi. In queste circostanze non è facile salutarla come «sorella morte corporale» (san Francesco d’Assisi).

Improvvisamente ci siamo visti privati della saggezza di molti anziani e dei sogni di fratelli/sorelle più giovani. Per la maggior parte dei consacrati questa è stata un’esperienza molto dolorosa, soprattutto per la solitudine e l’isolamento che implica, per il dire addio a distanza.

E ancora sorge la domanda: Perché, Signore, perché? E la risposta attesa non è arrivata, almeno non sempre l’abbiamo capita, forse perché anche noi non comprendiamo il significato profondo della morte e della sofferenza, come non lo capiscono tanti nostri contemporanei. Forse perché abbiamo truccato quella realtà della vita umana che è la morte e, contro ogni evidenza, vogliamo bandirla dalla vita quotidiana.

In altri casi, con il passare dei giorni, più di uno può essersi abituato a vedere il numero dei morti in aumento, montagne di bare ammucchiate in attesa di essere sepolte, fosse comuni che si allungavano ogni giorno di più, volti inumiditi dalle lacrime versate per una persona cara che se n’è andata in solitudine e senza il conforto di una presenza amica, al punto da non sentirsi colpiti da tanta morte e tanto dolore. Sicuramente c’è stato chi ha pensato che “questo non mi riguarda”.

La presenza del dolore e della morte nelle nostre case in molti altri casi è servita per prendere coscienza che qui siamo di passaggio, che siamo «stranieri e pellegrini» senza fissa dimora quaggiù (cf. 1Pt 2,11). A poco a poco, anche con il cuore sanguinante, siamo passati da sentimenti di ingiustizia, rabbia, tristezza, all’accettazione della realtà, abituandoci a fare una lettura cristiana della morte, alla luce della morte e risurrezione di Cristo, e a centrarci sulla vita che viene.

Da questa lettura cristiana del dolore e della morte per la perdita di un fratello o di una sorella, possiamo trasformare il lutto per i nostri defunti in una confessione di fede che ci porta a proclamare che la loro morte è feconda come il chicco di grano (cf. Gv 12,24). Se nella vita terrena siamo entrati nella logica del dono totale a Cristo e ai fratelli, morire può portare il segno della consumazione finale di quel dono. Quindi, celebrare la morte dei fratelli e delle sorelle è celebrare la loro vita donata, la loro Pasqua con Cristo.

Nella fede e solo dalla fede possiamo accogliere la morte corporale dei nostri fratelli “cantando” (san Francesco) e con parole di consolazione. Solo la fede ci dà la certezza che i nostri fratelli vivono e vivono per sempre e che noi continuiamo nella comunione. Questo allevia il dolore che proviene dalla separazione fisica, perché sappiamo che un giorno ci ritroveremo tutti nella Patria celeste.

E il lutto diventa una preghiera di ringraziamento e di restituzione al Signore per tutto quello che sono stati e hanno fatto, ma anche un’invocazione perché sappiamo «contare i nostri giorni» (Sal 90,12), perché sappiamo vivere nella logica del Vangelo, nello stile di Gesù di Nazareth, che «passò facendo del bene» (At 10,38), amando, perché solo l’amore ci accompagnerà dopo la morte (Madre Teresa).

D’altra parte, questa esperienza può aiutarci a sentirci solidali con gli uomini e le donne del nostro mondo, con tanta gente che muore sola e senza sperimentare la fraternità che ci sostiene. In questo modo, il lutto può essere trasformato in un’esperienza di vicinanza e di solidarietà con tutti coloro che hanno perso i loro cari in circostanze uguali o simili.

 Fraternità realizzata

– Il dopo-Covid lascerà nella vita civile molti scarti e molte fratture. Cosa dovrebbero fare i religiosi e le religiose per alimentare la fraternità?

Soprattutto i religiosi e i consacrati, sempre ma forse oggi più che mai, devono lavorare intensamente per la costruzione di una società fraterna. Possiamo farlo se realizziamo la nostra vocazione profetica con tutto ciò che comporta: denuncia delle “nubi” che oscurano la nostra società; invito alla conversione, a cambiare le strutture di peccato, e annuncio di un futuro animato dalla fraternità e dall’amicizia sociale.

Penso che in questo compito, che è sempre paziente e delicato (essere profeta non è mai stato facile e non lo è nemmeno oggi), l’enciclica Fratelli tutti possa servirci da guida. In questo momento noi consacrati non possiamo prescindere da questa enciclica nel nostro agire, dentro la Chiesa e nel mondo a cui apparteniamo.

Ma questo lavoro esteriore deve essere animato e autenticato da un lavoro ad intra: costruire comunità che siano vere fraternità profetiche. E anche qui Fratelli tutti può essere una guida per noi. La vita fraterna in comunità è un elemento essenziale della vita religiosa e una profezia vivente per questa società contrapposta, divisa e frammentata. Ma non è automatico, deve rispettare alcune “regole del gioco”.

Una vita fraterna in comunità che voglia essere profezia vivente nel nostro tempo:

1) Non può rifugiarsi nel “si è sempre fatto così”, nelle mere tradizioni della comunità o dell’Istituto, nemmeno nella memoria storica. La memoria è fondamentale per un presente da vivere con passione e per poter abbracciare il futuro con speranza, se però è una memoria deuteronomica, come ci chiede papa Francesco: solo così sarà una memoria feconda.

La memoria è al servizio della vita. Il carisma ha bisogno di essere potato (purificato). Non possiamo essere vittime di una “memoria archeologica”. La vita consacrata non è un “pezzo da museo” messo in una vetrina per essere contemplato e ammirato, ma una realtà viva. Se così non fosse, non sarebbe né vita né vita consacrata.

In questo contesto trovo molto appropriata un’espressione di papa Francesco, che cita Gustav Mahler, e la applico alle nostre comunità/fraternità: dobbiamo impegnarci a mantenere vivo il fuoco e non cedere alla tentazione di adorare le ceneri. «L’oggi è il presente ed è qui che dobbiamo rispondere con il nostro carisma», dice il papa. Per questo è fondamentale che la comunità/fraternità entri in un processo di discernimento personale e comunitario.

2) Assumere senza pregiudizi che la loro via è la via dell’inserimento ecclesiale, con categorie ecclesiali, con vita spirituale ecclesiale. Una comunità/fraternità fuori dalla Chiesa o in parallelo non potrà mai essere considerata profetica. Potrà essere contestataria, per un estremo o l’altro, ma mai profetica. «La vita consacrata è un dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, deve tutto alla Chiesa» (Bergoglio, Sinodo 1994).

3) Deve saper integrare la saggezza degli anziani e la passione dei giovani, la profezia degli ultimi e i sogni dei primi (cf. Gl 3,1). Saper integrare le diverse culture che compongono questa comunità/fraternità o Istituto. Poter vivere con gioia il processo di internazionalizzazione e la multiculturalità delle nostre comunità/fraternità, fino a convertire la multiculturalità in interculturalità.

4) Che i suoi membri vivano impegnati nella storia, senza mai perdere di vista colui per il quale si sono consacrati: Gesù. Senza la passione per la storia, una comunità/fraternità non dirà mai nulla ai suoi contemporanei, senza la passione per Gesù la vita consacrata non ha futuro e le nostre fraternità non potranno portare frutto: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). La passione per Gesù è ciò che lancia una comunità/fraternità nella profezia e nell’impegno nel momento presente.

Questa passione esige di entrare in un costante processo di conversione o, se vogliamo, di formazione integrale che abbraccia tutte le dimensioni della persona: quella umana, quella spirituale, quella comunitaria, quella intellettuale e quella apostolica. Al momento, senza trascurare nessuna di queste dimensioni, dobbiamo curare molto la dimensione umana.

5) Che i fratelli e le sorelle si sostengano e si aiutino a vicenda. Le persone non possono camminare da sole, non possono crescere. Qui è necessario coniugare in tutti i casi l’insieme di cui il papa parla tanto in Fratelli tutti: sognare insieme, costruire insieme, programmare insieme, discernere insieme… Per questo è necessario favorire la cultura dello stare insieme, la comunicazione profonda, la libera circolazione di parola… Una comunità che voglia essere fraternità e profezia deve camminare insieme e rafforzare la comunione tra tutti i suoi membri.

6) Che le crisi siano affrontate alla luce del Vangelo. Allora saranno viste come tappe obbligate nella storia personale e nella storia di una comunità, come opportunità di crescita, come un kairòs propizio per pulire il grano dopo il raccolto. La vita consacrata, come la Chiesa stessa, è un corpo in crisi permanente e per questo può essere profetica, può portare sempre qualcosa di nuovo che scaturisce dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Se le crisi vengono affrontate a partire dal Vangelo, allora emergerà sempre un adeguato bisogno di rinnovamento.

In una comunità/fraternità così il servizio dell’autorità gioca un ruolo importante. L’autorità non può mai essere autoreferenziale né considerarsi autosufficiente. Il superiore deve creare un ambiente di fiducia in cui lui stesso può fidarsi e i fratelli e le sorelle possono fidarsi gli uni degli altri.

L’autoritarismo non può mai essere una soluzione, nemmeno in situazioni di conflitto. Genererà solo sfiducia, metterà al servizio di interessi personali l’autorità, che invece deve fare sua la “cultura dell’incontro”, coltivare relazioni umane, alimentate dall’ascolto attento dei fratelli senza escludere nessuno, dal rispetto delle idee degli altri. In questo senso non esito ad affermare, in base alla mia esperienza, che in molti casi è necessario “evangelizzare” il servizio dell’autorità: meno autorità secondo la logica del mondo, più autorità nella logica del Vangelo.

La vita religiosa nella Rete

– Le famiglie religiose internazionali sono passate al web. Quali vantaggi e quali limiti?

Credo di aver già risposto a questa domanda, almeno in parte. Tutti conosciamo i vantaggi del web, soprattutto una comunicazione più veloce. In tempo reale possiamo collegarci con l’altra parte del pianeta. Ma questo non potrà mai sostituire la relazione personale e quindi la presenza personale.

D’altra parte, per noi della Congregazione complica un po’ il lavoro. Molti vogliono la risposta immediatamente o, come io dico scherzando, il giorno prima della domanda. Le risposte, specialmente alcune di esse, devono essere pensate prima di essere date. Stiamo perdendo la “pazienza” e la “bellezza” dell’attesa e cadiamo nella logica del consumismo: tutto e subito. Questo non va bene nella vita consacrata. Dobbiamo recuperare, se lo abbiamo perso, il vero senso del tempo.

 – Siamo in attesa delle nuove “mutuae relationes”. Quali saranno i principi ispiratori?

Conosco bene l’attesa di questo documento. La sua elaborazione purtroppo sta prendendo troppo tempo. In parte, questo ritardo si deve alla necessità di consultazione, sia dei vescovi che delle conferenze dei religiosi. In parte, si deve anche al lavoro non facile con il quale si è trovata la Commissione nominata della Congregazione per i vescovi e la CIVCSVA. In parte, infine, il ritardo si deve al lavoro che entrambe le Congregazioni abbiamo e che fa sì che non sempre sia facile trovare il tempo per riflettere insieme sulle bozze presentate dalla Commissione di redazione. Se ben ricordo, siamo alla quarta bozza.

Ad ogni modo, sembra che siamo quasi alla fine. Salvo imprevisti dell’ultimo momento, questa bozza che le due Congregazioni avranno in brevissimo tempo tra le mani dovrebbe essere l’ultima, prima che il testo venga presentato al santo padre.

I criteri che guidano la redazione delle nuove mutuae relationes possono essere così sintetizzati:

  • Il nuovo testo si occupa delle relazioni di tutti i consacrati, uomini e donne, con i vescovi e viceversa. Prima, come ben sappiamo, non era così, in quanto si riferivano soltanto ai religiosi uomini con attività pastorale, particolarmente nelle parrocchie. Pensiamo che, in questo modo, si faccia giustizia al servizio pastorale, in senso ampio, che le consacrate realizzano nella Chiesa locale.
  • Di conseguenza, il nuovo testo contempla tutte le attività che fanno i consacrati nella Chiesa locale. Il rapporto dei consacrati con il vescovo e viceversa non si può ridurre all’attenzione alle parrocchie, ma si estende a tutto quello che contempla la missione di un Istituto.
  • Senza dimenticare la parte teologica e canonica, si insiste molto nella parte pastorale, essendo questo il campo dove si presentano le maggiori difficoltà nelle mutuae relationes.
  • Si insiste nel valorizzare la presenza della vita consacrata nelle Chiese locali non soltanto a partire dalla sua funzionalità, ma a partire da quello che è e significa per la Chiesa. Di conseguenza, si insiste sul fatto che il vescovo deve rispettare i carismi e la loro missione.
  • Si tiene conto che la vita consacrata forma parte del popolo santo di Dio e quindi, anche se più brevemente, si parla delle mutuae relationes dentro il popolo santo di Dio e della comunione tra le diverse vocazioni.
  • Infine, il nuovo testo raccoglie, come è normale, tutti i cambiamenti che ultimamente sono avvenuti nel CIC.
 Carismatici ed eremiti

– Il dicastero è sollecitato da forme originali e rinnovate di vita consacrata come le “famiglie carismatiche” e la vita eremitica. Cosa possono dire all’insieme della vita consacrata?

La vita consacrata è un mosaico. Come tale, la sua bellezza è costituita dalle varie tessere. In un mosaico non dovrebbero avanzarne né mancarne. Nella vita consacrata ci sono forme nuove e forme storiche, non forme tradizionali come dicono alcuni: tra le forme storiche c’è la vita eremitica, molto fiorente nei primi secoli della Chiesa, ma che con il passare del tempo si è ridotta a una minoranza.

Oggi sta rifiorendo e richiede un adeguato inquadramento teologico e giuridico, come si è fatto con l’Ordo virginum. Attualmente il dicastero sta pensando a un’Istruzione per la vita eremitica. A questo scopo abbiamo già tenuto un seminario on-line in cui si è studiata la storia e la teologia alla base di questa forma di sequela Christi. Siamo a buon punto.

Come abbiamo fatto in altre occasioni con altre forme di vita consacrata, anche questa volta saranno gli stessi eremiti (uomini e donne) a preparare il testo base dell’Istruzione, tenendo conto delle conclusioni del Seminario a cui ho accennato. Questa forma di vita consacrata ricorda agli altri il valore della solitudine vissuta e il valore della contemplazione.

Da parte loro, le “famiglie carismatiche”, come raggruppamento di Istituti appartenenti alla stessa ispirazione carismatica, testimoniano che nella Chiesa è possibile fare un cammino insieme, nella sinodalità. La sinodalità è qualcosa che deve caratterizzare fortemente la vita consacrata e la Chiesa, un antidoto all’individualismo e all’isolamento.

Ci sono alcune “famiglie carismatiche” caratterizzate da vita e missione mista, uomini e donne. Come si può realizzare questo? È qualcosa che il dicastero sta studiando, perché è necessario coniugare il desiderio, che è certamente buono, con la vita reale, che spesso presenta qualche problema. Vogliamo rafforzare l’intuizione che ci sembra molto valida ed evitare i pericoli che potrebbero squalificare la cosiddetta “famiglia carismatica”.

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