Testimonials – Testimoni – Profeti /1

di: Bruno Secondin

carisma

Pubblichiamo la prima parte (a seguire apparirà la seconda) del testo della conferenza che padre Bruno Secondin, carmelitano, ha tenuto ai religiosi dell’Emilia-Romagna, sabato 20 gennaio 2018. Teologo esperto di vita consacrata, autore di libri e articoli, padre Bruno ha indicato con grande maestria ed efficacia le strade attraverso le quali i religiosi, le religiose e i membri degli istituti di vita consacrata possono oggi ritrovare il soffio carismatico che li caratterizza e la loro funzione profetica.

Nessuno di noi negherebbe ai propri fondatori – uomini o donne che siano – il titolo di “profeta”. Anzi, è questa una qualità che volentieri ricordiamo quando ne parliamo, spesso anche forzando le memorie oltre la reale loro consistenza. Perché, se i fondatori/fondatrici non hanno avuto una marcia in più di anticipazione e di rischio, di audacia e di libertà, ci sembra che non possano competere con le altre figure di fondatori e fondatrici, e quindi ci sentiremmo figli di un dio minore. Quindi tutti profeti, tutti anticipatori audaci, tutti geniali inventori di cose nuove… E chi più ne ha più ne metta, ad uso e consumo di un’autoconsolazione e autostima, che vive di luce riflessa proveniente dal passato, e rimanda sempre la stessa immagine sempre più sfocata.

Non è che questa operazione sia falsa o falsificante: ma ha degli aspetti di forzatura. E soprattutto rischia di sacralizzare la memoria entro schemi “gloriosi” – gratificanti! –, senza invece innescare un processo dinamico di creatività nuova, di “invenzione” di nuovi stili di attuazione della memoria, in risposta alle nuove sfide e alle nuove urgenze. Siamo chiamati a conservare il fuoco della profezia, a farci inquietare per l’incompiuto della memoria e non a adorare e glorificare le ceneri conservate in urne dorate, o in pergamene incorniciate.

«Un carisma non è un pezzo da museo, che resta intatto in una vetrina… No, il carisma… bisogna aprirlo e lasciare che esca, affinché entri in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi… Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci liberi dallo spirito del funzionalismo» (papa Francesco, Udienza ai sacerdoti di Schönstatt, 3/9/15).

Stagione di testimonials

Potete vedere in queste settimane su Avvenire e altri giornali dei paginoni che sollecitano a destinare il proprio 8xmille, o il 5 o il 2, a questo o a quell’ente, associazione, onlus ecc. Spesso in queste pubblicità compaiono anche religiosi e religiose, oltre che sacerdoti e laici. Sono delle belle foto, suggestive: con inquadrature raffinate, mica si possono mettere scene poco illuminate. Una bella foto per “riscattare” una vita che invece spesso è sudicia, senza luce, maleodorante…

Questo pericolo della presentazione della propria memoria sotto forma patinata, e della propria attuale capacità di vivere il progetto carismatico trasformata in spot suggestivo, ma anche neutro rispetto alla fatica di vivere davvero la profezia originale, non è una fantasia. Basta vedere sulle riviste e sui giornali, sui siti web e nei dépliant di autopresentazione.

Sarebbe interessante un’analisi con strumenti giusti, di tutto questo materiale, per vedere quale immagine viene trasmessa e quali valori sono in evidenza. E cosa si vuole colpire in coloro che vedono queste cose: in genere si cerca ammirazione (esagerando le cose), oppure si cerca di muovere a compassione in vista di una offerta… Se poi si tratta di propaganda vocazionale, lo scopo è far capire che è una possibilità ricca di iniziative, di vita e di progetti a largo raggio, non priva di successo e di avventura, specie in altri continenti. Poi la realtà è molto più meschina.

Dio sembra sullo sfondo, come presidente onorario, più allo stato spray (come dice Francesco) che davvero in carne e ossa, ragione e sorgente e grazia che tutto guida. La vera “divinità” ispirativa è il fondatore o la fondatrice – geniali ispiratori – a cui si rimanda con enfasi, per dire che ancora ispirano e vivono nei figli e nelle figlie. I quali dimostrano questo legame vitale più nella gestione delle opere, nelle iniziative di carità, di evangelizzazione o di spiritualità, a propria gratificazione, che nel farne avanzare le intuizioni “profetiche” – sotto la spinta creativa dello Spirito – verso nuove interpretazioni vitali e testimoniali, oltre il già noto e conosciuto.

Ce ne sono di queste modalità di far avanzare le intuizioni “profetiche” dei fondatori: in tutti i campi, a volte in forme molto semplici, ma efficaci, senza molto chiasso. Ma temiamo che non siano comprese, perché non è facile trasformarle in icona patinata, in esempio probatorio. Eppure, proprio di questo si tratta: si tratta di tematizzarle, argomentarle, visualizzarle, in modo che venga alla luce la forza misteriosa che le sostiene, e le emozioni, le fatiche, anche le fragilità di chi ne è protagonista. E qui entriamo nel secondo aspetto: la testimonianza. Il testimone deve saper soffrire la realtà che dice. E questo non si vede nel testimonial.

Urgenza di testimoni

Chiaro che, parlando di testimone, ci viene in mente subito chi porta prove, dimostra, è affidabile, attesta; e non altera la verità, esibendo se stesso. È privo di ansia di protagonismo, specie quando si tratta di un ambito religioso come quello che viviamo noi. Il vero testimone parla da se stesso, non per se stesso: egli dovrebbe soffrire la realtà che dice, portarne fatica e peso, restarne ferito e scardinato. Non è centrato, come il testimonial, sulla forza comunicativa del logo, ma sull’interiore risorsa della verità che alimenta la vita e la stritola: non il logo taumaturgico, ma il Logos fatto carne, prossimità, tenerezza, misericordia, solidarietà. Questo è il suo segreto.

«Una vera testimonianza non lascia indifferenti, provoca, rimette in discussione… [Il testimone è] persona forse umile e semplice, la sua stessa vita si fa segno di qualcosa di più grande e vero. Solo in questo consiste la sua fecondità» (L.M. Zanet, Martirio. Scandalo, profezia, comunione, EDB, Bologna 2017, 22s). Qui sta la differenza sostanziale con il testimonial: questo “si presta” a rappresentare un’esigenza, una soddisfazione, un risultato appagante, una delusione, un desiderio. Basta vedere alla televisione.

Il testimone è plasmato e trasfigurato da qualcosa di più intimo, profondo, vitale: il suo messaggio è anche la ragione, la forza, la fatica della sua vita.

Possiamo fare un esempio: quando vengono nelle nostre comunità dei missionari ad gentes, e raccontano, anche in modo molto semplice, cosa hanno fatto e stanno facendo, come vive la gente dove lavorano, come lottano e soffrono, come gioiscono e condividono: si sente subito che non parlano per sentito dire, che nel loro parlare traspare una forza misteriosa, una passione che brucia, una solidarietà contagiosa. Non parlano di cose lontane dalla loro vita e dalle loro fatiche, ma di cose che vivono, per cui soffrono, che li travolgono, li coinvolgono, in maniera totale. Sono persone fatte “segno” in senso totale: come lo era madre Teresa di Calcutta, o san Francesco. Come per certi aspetti lo è papa Francesco in certi momenti: i gesti valgono più di mille parole, e le parole prendono forza di testimonianza dalla coerenza con i gesti. Tutto in lui acquista una forza comunicativa, appunto di attestazione e testimonianza: la geografia, le priorità, i silenzi, le emozioni, gli abbracci, lo sguardo, la stessa modestia del vivere, tutto.

Noi consacrati a questo livello dobbiamo puntare nella nostra testimonianza. Un’esistenza che in tutti i suoi aspetti parla e comunica qualcosa di profondo, che impregna la vita, le parole, i gesti, le attività, tutto. Se non riusciamo a giungere a questo livello, rischiamo di ridurci a comparse, forse anche a zombi, che dicono di appartenere ad una storia gloriosa, di cui si vantano e si illudono di essere protagonisti, ma ne sono solo un pallido ricordo. Manca la forza della profezia e della comunione: andiamo avanti rotolando, gestiamo ogni cosa con spirito di manutenzione e non con l’audacia e l’inventiva che una fede autentica deve ispirare. Ripetitori di slogan che ci rassicurano (noi siamo questo, il nostro carisma è questo, la nostra spiritualità…) e che, a furia di ripeterli, crediamo che siano veri nella realtà. Pia illusione comoda.

Il testimone in senso cristiano è colui che vive un’«adesione conformativa a Cristo dell’intera esistenza» (VC 16), perché battezzato «in Spirito Santo e fuoco» (Mc 3,11) e per questo è credibile, affidabile, convincente, dotato di exousia (Mc 1,22). Perché ha coerenza fra contenuto e apparenza, testimone dell’eccedenza della grazia dello Spirito.

Inoltre, il testimone appartiene al popolo, non può vivere a prescindere dal popolo di Dio: «La fede si trasmette usando il dialetto», ha detto papa Francesco (7 gennaio). Bisogna piantare il seme dell’ideale nel terreno della concretezza, chinandosi sulle ferite e gli smarrimenti della gente: per questo il papa Francesco insiste su una Chiesa in uscita, con tutti i rischi e i pericoli – anche di sporcarsi e di incidenti –, perché non ha senso una Chiesa chiusa in se stessa, impaurita, imbalsamata nelle sue tradizioni. È nell’orizzonte di una Chiesa in uscita che Francesco parla della centralità della profezia nella vita consacrata: «Non la radicalità ma la profezia» – dice – deve caratterizzare la vita consacrata.

Profeti in una società liquida

C’è un’urgenza profetica nella congiuntura storica che viviamo, ma che bisogna decifrare. Non dobbiamo accendere fuochi fatui, non possiamo fare i pifferai incantatori, nemmeno giocare a fare i profeti, per nascondere l’immanente psicologia della sopravvivenza. Proprio grazie all’eccedenza della grazia dello Spirito che costituisce la nostra identità ecclesiale (diciamo il carisma), il nostro compito è piuttosto illuminare bene i sentieri appena intravisti e decifrare le risorse ancora non inquinate dal pessimismo e dalla manutenzione svogliata.

Diceva il beato Oscar Romero, commentando l’immagine dei cani muti di Is 56,10: «Non possiamo tacere come Chiesa profetica in un mondo corrotto e ingiusto. Sarebbe il compiersi di questo terribile paragone: dei cani muti. A che serve un cane muto che non protegge la casa?».

Come custodire l’eccedenza profetica della speranza cristiana quando essa è un bene scarso e fragile, e il ripiegamento sulla soggettività e il culto del sé stanno mettendo in metastasi tutto il nostro ecosistema di vita consacrata? Gli esegeti ci dicono che la parola metanoia, può significare svolta stretta, conversione a U, cambio di direzione. Ma anche un vedere oltre, al di là, un orizzonte che sovrasta, allarga. Come del resto è la teshuvah ebraica, che non è puro pentimento e conversione, ma implica una coscienza non conformista, un vedere luce e «una cosa nuova» dove tutti imprecano per il buio. Perché, come insegna Giobbe, anche la notte ha il suo sole.

Allora come riuscire a reinventare il fermento profetico nella vita ecclesiale? Cosa che del resto abbiamo sempre vantato di saper fare e sempre elogiato nei fondatori. È arrivato forse il tempo di tirare i remi in barca, di accontentarci di rivisitare il passato glorioso e ammirevole, volutamente ignoranti o in fuga sull’avvenire che ci sovrasta?

Un breve cenno sulle varie forme di vita consacrata nella storia potrebbe confermare facilmente la validità di porre la vita consacrata come espressione di profezia, intesa come testimonianza dell’eccedenza della grazia dello Spirito, come attestazione continua di uno scarto fra ciò che c’è nella Chiesa e nella società, e quello che la generosità e la creatività dello Spirito rende possibile. La storia ne offre numerose prove.

Anche se, dal punto di vista della teologia della vita consacrata negli ultimi secoli questa qualifica – la natura profetica, la funzione profetica… – era stata del tutto trascurata, e negli ultimi decenni del novecento perfino ostracizzata nei nostri riguardi.

Neanche il Concilio ha usato un simile lessico in maniera esplicita parlando della vita religiosa, anche se ha evidenziato proprio quella caratteristica, in equilibrio dinamico e complementare fra radicalità e profezia. Come risalta bene in LG 44: anche se manca la parola radicalità, l’idea domina il primo paragrafo, con la nozione di «totale proprietà» (totaliter mancipantur), di «consacrazione più intima» (intimius consecratur), «vincoli più saldamente stabili» (firmiora et stabiliora vincula). Segue poi, al par. 3, la nozione di segno, che introduce gli elementi essenziali della profezia: manifestare la tensione escatologica, l’imitazione della forma di vita di Cristo, testimoniare la trascendenza dei valori del Regno…

Per fortuna poi è venuta l’esortazione Vita consecrata, che vi ha dedicato molta attenzione (28 riferimenti, più due paragrafi: VC 84-85) e ha collegato profezia e martirio (VC 86), profezia e messaggio di liberazione (VC 57), testimonianza profetica, nuove sfide e proposta controculturale ad ampio raggio (VC 87-95) (cf. il mio commento: Il profumo di Betania, Dehoniane, Bologna 1997, 94-106).

Papa Francesco lo ha ribadito, nella Lettera ai consacrati (21/11/2014), con chiarezza: «La nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia… i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico… Mai un religioso deve rinunciare alla profezia». E ha aggiunto: «Mi attendo dunque… che sappiate creare “altri luoghi”, dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco» (II,2).

A volte (e anche spesso) ci limitiamo a vendere pane, mentre dovremmo fornire il lievito; curiamo la messa in scena – mise-en-forme –, assistiamo distratti allo scempio dei reality shows, invece di operare per ri-formare e con-formare questo nostro vivere, segnalando dei valori meno effimeri e delle ragioni meno precarie. È quella che chiamiamo «proposta controculturale» o, ancora meglio, «rupture prophétique».

Allora come riuscire a reinventare il fermento profetico nella vita ecclesiale? Vorrei fermarmi, prima di tutto, su una condizione fondamentale, il «rinnovato ascolto della Parola» (NMI 39) da cui tutto parte, anche se ce ne sono altre e egualmente importanti (come la sequela Christi, la comunione ecclesiale, le urgenze della storia…).

carisma

Dalla Parola la profezia

La prima condizione perché si abbia davvero un’«unzione profetica» e quindi anche un legittimo e efficace munus propheticum (VC 84) da esercitare in mezzo al popolo di Dio, è la totale apertura del cuore alla Parola di Dio. «La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la santità di Dio e, dopo aver accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio contro il male e il peccato» (VC 84b).

Non è pertanto frutto di una sensibilità sociologica, che sa cogliere i meccanismi perversi in atto nella società, non è un’intuizione religiosa che percepisce le derive verso cui tende la massa dei credenti e lancia l’allarme. Non è neppure il sogno – per stare nei nostri recinti sacri – di ridare slancio e smalto ai gesti e alle opzioni originali del fondatore o di un qualsiasi maestro, verso il quale nutriamo ammirazione e dedizione. Non è neppure la reazione aggressiva e irruente verso una vita di scandali o di collusioni degli ecclesiastici con i poteri mondani – cose che spesso sembrano motivare qualcuno per scagliarsi nella “contestazione” con violenza supposta “profetica”.

La profezia cristiana nasce, si nutre e si qualifica come autentica, dall’esperienza personale, intima, sconcertante con Dio che intende risvegliare la coscienza e coinvolgere la responsabilità di una persona in vista di una nuova stagione della sua storia con questa umanità. Il profeta – donna o uomo che sia – viene investito della dynamis della parola/azione di Dio dentro questa storia, ne percepisce l’irruenza e ne viene impregnato della sua efficacia in atto, e quindi si fa testimone e portavoce di una parola che già muove la storia in una certa direzione. Il profeta è messo in grado di “vedere” la Parola (antica) che sta operando, prima ancora che altri se ne accorgano. Ma questo non può avvenire se non attraverso una misteriosa esperienza interiore, di sradicamento dal comune modo di pensare, per vedere – oltre la nebbia di un presente occluso – i sentieri di una nuova fedeltà, tutta da inventare e vivere, non tutta già confezionata.

Nella vita consacrata è inutile parlare di dimensione profetica, di funzione profetica, di testimonianza profetica, di natura profetica, e via dicendo, se non si parte da questo punto. Se la Parola di Dio non diviene davvero la sorgente dei progetti e del senso della vita, non diviene fuoco divorante e lievito che fermenta la nostra stessa vita, la profezia è una pia illusione, anzi è sonnambulismo collettivo in pieno giorno. Se fosse così, la Parola di Dio sarebbe uno dei tanti elementi, e neppure il più importante, del vivere e del pensare del gruppo; dove la Parola di Dio figura come libro fra i libri, sapienza fra le sapienze, lettura fra le letture, devozione fra le devozioni… Perciò mai possiamo aspettarci un sussulto profetico, mai si uscirà dalla gestione annoiata e tutt’al più devota delle intenzioni dei fondatori e della stessa radicalità evangelica.

È la potenza trasformante della Parola nel cuore di chi l’ascolta che fa nascere e nutre la parresia del profeta e la sua autenticità. E, «senza un rinnovato ascolto della Parola di Dio, non v’è preghiera né cammino autentico di santità», aveva già avvertito Novo millennio ineunte (cf. n. 39). Eppure, sono ancora in molti che credono che preghiera e santità nascano così per celeste mozione, accanto, se non a prescindere, dalla Parola di Dio. E allora si fanno impalcature contorte di modelli santità (mutuati da categorie non cristiane di perfezione e indifferenza) e catafalchi devoti di vita di preghiera, che poco hanno a che fare con l’autentica santità cristiana e con la preghiera come risposta a Dio che ci parla e ci ama (CCC 2559-2564). Già Vita consecrata aveva segnalato il legame strettissimo – parlava di istinto soprannaturale – fra la frequentazione della Parola, l’intensità della contemplazione e l’ardore dell’azione apostolica nei fondatori e fondatrici (VC 94). Non è un richiamo consolatorio, è la condizione indispensabile.

Vogliamo riprendere nella Chiesa una credibile funzione profetica, un ruolo di testimonianza audace, una capacità di intuire e anticipare le esigenze e le opere di Dio? E allora cominciamo col mettere al centro in senso pieno, decisivo, esemplare, quasi esagerato (sì esagerato!) la Parola di Dio, l’ascolto orante, riflessivo, appassionato di questa memoria della nostra identità e delle opere da Dio compiute per chiamarci al dialogo e alla comunione.

Se la Parola è trascurata, o messa lì come soprammobile, per caso e senza un cuore appassionato e impegnato a farne la sapienza unica di vita, continueremo a piangere perché «il sacerdote e il profeta si aggirano per il paese e non sanno cosa fare» (Ger 14,18). Saranno sterili i nostri progetti, perché non forgiati nel crogiolo della Parola, perché non sono nati nel silenzio vivente di un ascolto umile e implorante, ma piuttosto nel frastuono di slogans a cui affidiamo un kairòs che non compete loro, perché sono moneta falsa.

Per questo si deve insistere sulla lectio divina – senza mitizzare il vocabolo però – perché – se è fatta con serietà e dedicazione di fede, in comunione con la fede della Chiesa e situata nelle vicende storiche (cf. VC 94), – produce una rigenerazione profonda delle ragioni di vita e diviene una sorgente di conversione, di coraggio, di giustizia, di speranza, di cordialità e di fraternità. C’è una dynamis intrinseca alla Parola che opera, una forza plasmatrice che consolida nel cammino di fede e insieme rilancia verso stagioni non vissute, da vivere con fiducia e pazienta. «Non è l’uomo che può penetrare la Parola di Dio, ma solo questa può conquistarlo e convertirlo, facendogli scoprire le sue ricchezze e i suoi segreti e aprendogli orizzonti d senso, proposte di libertà e di piena maturazione umana» (Lineamenta, Sinodo 2008, 34).

Scriveva Benedetto XVI: «La divina Parola illumina l’esistenza umana e mobilita le coscienze a rivedere in profondità la propria vita… Spinge l’uomo a rapporti animati dalla rettitudine e dalla giustizia, attesta il valore prezioso di fronte a Dio di tutte le fatiche dell’uomo per rendere il mondo più giusto e affidabile» (VD 99s).

Lo sappiamo tutti, il profeta biblico sempre nasce da un’“esperienza” forte: un incontro shockante con Dio e la sua volontà. Quante scene profetiche di vocazione ce lo confermano. Da qui viene la convinzione che la Parola si è “impadronita” della persona, e non può che obbedire, andare, parlare, sfidare. Parola e silenzio, gesti e simboli, minacce e lamenti, suppliche e critiche forti, tutto fa parte del servizio profetico. Il profeta è una persona inquieta, che si rovina la vita, che trova rifiuto e incomprensione: ma non può sottrarsi al suo compito.

Geremia con le sue confessioni è un grande modello di questo. Ma anche la sua vocazione iniziale, mostra come la Parola lo possiede e non può sottrarsi ad essa. Lo stesso rivela il famoso testo biblico che descrive la natura e funzione del profeta: Dt 18,9-22. È esperienza di incontro nel fuoco, e trasmette la Parola ricevuta nel fuoco, perché risvegli la memoria del popolo sulla sua identità e sull’alleanza con Dio.

Per questo possiamo dire che la funzione del profeta è, prima di tutto, «potenza evocativa» di un passato che non cessa di essere vivo e vero, interpellante, performativo e vincolante. Ma è anche «esplorazione creativa»: «La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l’esercizio del discernimento spirituale, l’amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio» (VC 84).

La missione in territorio sconnesso

Per la dimensione apostolica in tutte le variazioni di diaconie e di forme di presenza – cioè per la missione – possiamo parlare di un cantiere mai chiuso. Di certo, le modalità concrete variano in continuazione, mostrando una vivacità e una creatività coraggiosa e audace: e, col tempo, certi risultati si consolidano in opere stabili, in opzioni tipiche, in servizi collaudati, che diventano diffusi e standardizzati. Ma proprio la mutevolezza delle situazioni e il continuo ribaltamento di urgenze e priorità generano sfide, revisioni e cambi mai finiti. Perciò, per quanto ci si impegni a focalizzare tipi e senso di diaconie nuove, la vita continua a disarticolare abitudini e competenze, dando a tutti del filo da torcere.

Perché nel campo della missione – appunto quello che Vita consecrata chiama con bella e suggestiva espressione servitium caritatis, e che costituisce la terza parte del documento – ormai non si può vivere di abitudini sacre. Ma bisogna imparare a “uscire” dal “si è sempre fatto così”, per stare di sentinella, per intercettare bisogni e disagi, urgenze e malesseri, e agire con professionalità e intraprendenza. Questa situazione riguarda tutti, e genera oggi una fibrillazione che non pochi subiscono con senso di angoscia, avendo l’impressione di stare a perdere tempo con servizi e presenze che girano a vuoto, su se stessi, e viene meno la convinzione di stare nel posto giusto. E questo paralizza e avvilisce.

Da qui un senso di frustrazione, da cui non si viene fuori. Alcuni si illudono aggrappandosi alle situazioni come se fossero sacre ed eterne, e si tratta di case e opere ridotte a totem, a cui sacrificare vite e persone, senza poter mettere in dubbio la validità e l’opportunità attuale. Neppure si risolve buttando tutto a mare, svendendo patrimoni di competenze e di istituzioni, per andare in cerca di cose nuove, per buttarsi nelle emergenze come se fossero dei toccasana che automaticamente ricostruiscono competenza e vigore per il carisma.

Ci vuole una nuova sapienza carismatica per superare il ritardo di discernimento e di intraprendenza, per recuperare dal carisma i semi di futuro non ancora sviluppati e originali, per discernere, con fedeltà creativa, le opzioni da fare e i distacchi dolorosi da accettare, oggi in queste situazioni. Non basta la generosità personale, la voglia di darsi da fare, lo slancio generoso per fare del bene: ci vuole lucidità e libertà, pazienza e audacia, comunione e professionalità anche culturale. Tutte cose che non si improvvisano, né si possono acquisire con un giro di valzer presso qualche convegno autoreferenziale o per aver letto qualche libro pieno di generose fantasie, rivestite di luccicante profezia.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi