Alberto Lepori, tra politica e impegno ecclesiale

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Avrebbe compiuto 95 anni tra quindici giorni. Alberto Lepori è morto serenamente mercoledì 15 ottobre a Massagno, nella moderna casa anziani che sorge sul terreno della casa paterna dove lui stesso era nato il 3 novembre 1930.

Avvocato e notaio, si era laureato in diritto a Berna e aveva studiato scienze politiche a Milano. Attivo nei movimenti giovanili, aveva presieduto la società studentesca Gaunia, la Gioventù cattolica ticinese (1950-1955), la Guardia Luigi Rossi dal 1960 al 1962, prima di Flavio Cotti, ed era stato vicepresidente e segretario di Lepontia cantonale. Fu municipale a Massagno (1964-1968), deputato in Gran Consiglio a due riprese (dal 1959 al 1968, e dal 1983 al 1991), membro del Consiglio di Stato dal 1968 al 1975, presiedendolo nel 1971.

Attivo nel giornalismo, ha diretto il quindicinale Il Guardista (1965-1968), il quotidiano Popolo e Libertà (1965-1968), ed è stato redattore dal 1968 del bimestrale Dialoghi, collaborando con numerosi giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Esperto al Sinodo 72, ha collaborato con Caritas Ticino e Svizzera ed è stato membro della commissione episcopale svizzera «Giustizia e Pace». Dal 1977 ha insegnato diritto pubblico ticinese all’Università di Friburgo.

L’ho incontrato diverse volte negli ultimi mesi. Lo avevo trovato stanco, cosciente delle sue condizioni di salute che lo costringevano a dipendere dagli altri. Ma non aveva perso il buonumore. Scherzava sulla sua pigrizia e quando gli feci notare una volta di quanti suoi articoli pubblicati su quotidiani o riviste avevamo messo da parte, commentò con una battuta: «Ne abbiamo sporcata di carta!»

Mi ha sempre impressionato la sua memoria. Dettagli e aneddoti di cinquanta o sessant’anni prima, li ricordava come fossero l’altro giorno. E fino a un anno fa era comunque ancora attivissimo. Aggiornava, attraverso la lettura quotidiana di agenzie di stampa e riviste francesi alle quali era ancora abbonato, la rubrica che continuava a tenere sulla rivista Dialoghi.

Lo avevo conosciuto nei primi anni Ottanta. Ero un giovane venticinquenne, mentre lui già doveva riconsegnare l’arma di ordinanza. Avevamo un amico in comune, Cesare Martino, giovane sociologo formatosi nella turbolenta facoltà di Sociologia di Trento e col quale condividevo a Roma responsabilità nel centro nazionale dell’Azione cattolica italiana. Con Cesare frequentavamo il vivace ambiente dei cattolici democratici, dove si parlava di fede e impegno politico, tema sempre caro ad Alberto. Sapendo che avevo una fidanzata ticinese, che sarebbe poi diventata mia moglie, Cesare me lo fece conoscere. Nacque così un rapporto intenso, durato quarant’anni, per me importantissimo.

Con lui cominciai all’inizio a confrontarmi proprio sui temi dell’Azione cattolica: Alberto ripensava spesso con nostalgia agli anni della Gioventù cattolica ticinese, che presiedette prima di entrare nella politica attiva. Mi raccontava dell’entusiasmo di quegli anni di formazione, di impegno, di litigate con l’assistente don Alfredo Leber.

Tornato da Roma, mi coinvolse subito in molteplici attività che lo vedevano protagonista. Iniziai così a frequentare la vita diocesana, gli amici di Dialoghi e delle riviste del dissenso, la Biblioteca Salita dei Frati, gli incontri promossi a Daro con Severino Dianich o a Prato Leventina con Carlo Prandi e lo stesso Cesare Martino. Più tardi si arrivò ad organizzare a Lugano un Sinodo «dei» laici, al quale intervenne anche il vescovo Corecco, in contrapposizione a quello «sui» laici celebrato in Vaticano.

Aveva la grande capacità di offrire ai giovani occasioni di confronto, approfondimento, ricerca. Coinvolgendoli con idee capaci di entusiasmare e, nello stesso tempo, offrendo loro possibilità di impegno e responsabilità personale.

Un ruolo preziosissimo, una dote straordinaria, che ha permesso a molti di entrare direttamente nel campo della pastorale, della collaborazione con la diocesi, o in quelle organizzazioni che lui stesso promosse, con una vivacità intellettuale che arricchiva chi lo incontrava. Penso all’Associazione per la storia del movimento cattolico del Ticino da lui costituita nel 1982 con Fabrizio Panzera; o al Centro culturale «L’Incontro» di Mendrisio, fondata con Giorgio Zappa – suo grande amico col quale ha condiviso anni di riflessioni sui temi della dottrina sociale della Chiesa e del rapporto tra fede e politica – ed Ettore Cavadini; o al più recente Osservatore democratico.

Ha frequentato convegni, corsi e settimane sociali in Francia e in Italia, incontrando i grandi testimoni del Novecento cattolico: Giorgio La Pira, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Mario Gozzini, Giorgio Campanini e gli storici della Fondazione don Primo Mazzolari. Con quel suo modo di fare bonario, solo apparentemente distaccato, in verità preciso e sistematico, è stato un punto di riferimento imprescindibile per chi voleva ragionare di impegno dei cattolici nella realtà sociale ed ecclesiale ticinese.

È stato l’ultimo degli intellettuali del partito, conservatore prima, popolare democratico poi. Fu tra i pochissimi ad esprimersi criticamente sul cambiamento del nome in un generico Centro, perché in questo modo si sarebbe persa l’identità stessa del partito che si ispira all’insegnamento dottrina sociale della Chiesa. Attento com’era ai valori da una parte e ai mutamenti sociali dall’altra, con lo sguardo fisso sulla dottrina sociale della Chiesa, tendeva sempre avanti, auspicando e spesso anticipando i cambiamenti. In questo senso, il termine che più gli si addiceva è forse quello di progressista. Di cattolico progressista. Nella Chiesa e in politica.

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Un commento

  1. Giuseppe 22 ottobre 2025

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