“Yellow letters”: il politico e il privato

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Il rapporto annuale sulla libertà di stampa 2025 pubblicato a inizio maggio 2026 (World Press Freedom Index) pone la Turchia agli ultimi posti nella classifica mondiale, per una compromissione «molto grave» di tale libertà, quale si dà in un contesto di conclamata dittatura. Con tutti i limiti di una misurazione così complessa, la libertà di stampa è un indice significativo della libertà nella sua accezione più ampia di libertà politica, di insegnamento, di pensiero.

«Yellow letters», per la regia del turco Ilker Çatak («La sala professori», 2023), produzione tedesca, Orso D’Oro a Berlino 2026, affronta direttamente il tema e lo fa da una posizione dissidente, inevitabilmente d’esilio, a partire dalla simpatica comunicazione allo spettatore che Berlino (benché spudoratamente riconoscibile dalla Porta di Brandeburgo) recita il ruolo di Ankara e Amburgo quello di Istambul.

Un film politico quindi, ma nel senso più ampio del termine, perché insieme alla denuncia del regime repressivo di Erdogan, Çatak prova a esplorare le condizioni di possibilità della cultura in un contesto così difficile. Scuola e teatro sono i luoghi del confronto politico ed etico, la famiglia è il crocevia esistenziale delle scelte dei singoli, in cui la frizione tra coerenza etica e coerenza degli affetti porta ambedue le esigenze al punto di massima tensione.

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Qualcuno ha trovato che nel film vengano aperti troppi discorsi contemporaneamente, troppe divagazioni da quello che dovrebbe essere il tema principale, ma sono le parole stesse di Aziz, il drammaturgo e professore protagonista della vicenda insieme alla moglie Derya, la chiave di lettura precisamente scelta dall’autore: per fare teatro, per capire qualcosa del teatro, bisogna sforzarsi di stare dentro la vita. Che è poi l’antidoto più umano e più efficace contro ogni ideologizzazione.

Aziz insegna drammaturgia e storia del teatro all’Università Statale di Ankara ed è autore delle piéces rappresentate al Teatro di Stato che vedono come attrice protagonista la moglie Derya. L’affiatamento della coppia, pur nella diversità dei due caratteri, ponderato e riflessivo lui, impetuosa e istintiva lei (notevole prova attoriale di ambedue gli interpreti, Tansu Biçer e Özgü Namal), è anche affiatamento politico, che si esprime nel milieu degli intellettuali critici del Governo di Erdogan impegnati nella difesa della libertà e del diritto: l’insegnamento in classe, le manifestazioni per la Palestina, per l’Ucraina o contro l’omofobia, la scrittura e la rappresentazione teatrale si realizzano in coerenza con gli ideali democratici sostenuti, finché Derya non viene improvvisamente sostituita da un’altra attrice senza alcuna spiegazione e ad Aziz non arriva una delle «lettere gialle» (perché scritte su carta giallastra) che ricevono molti dei suoi colleghi universitari, con cui si comunica la sospensione dall’insegnamento (e dallo stipendio) in attesa di verifiche: sono in corso delle indagini, ma non si conoscono i capi d’imputazione e si prevede una prima udienza dopo sette mesi.

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Le improvvise difficoltà economiche in cui versa la coppia determinano il trasferimento ad Istanbul, a casa della madre di Aziz, col comprensibile disagio di Ezgi, la figlia quattordicenne dei due, un’adolescente da manuale, che deve lasciare la scuola e gli amici e stare da una nonna che ha vissuto le battaglie del femminismo classico (di cui la ragazza non capisce nulla), ma non sa cosa sia il wifi.

Aziz, che non conosce snobismo, trova impiego come tassista notturno grazie ai buoni uffici del fratello di Derya, cittadino obbediente e musulmano modello, per poter scrivere durante il giorno i suoi testi e collaborare con una piccola compagnia teatrale indipendente senza venir meno alla sua dirittura morale. Anzi, proprio da questa esperienza nasce il dramma «Lettere gialle», in cui si mettono in scena, da un lato, l’attesa e l’incertezza come strumenti di repressione, dall’altro, l’umiliazione della dignità personale come forma di oppressione da parte del potere.

Derya, naturalmente protagonista di questa nuova rappresentazione e bravissima attrice, riceve nel frattempo l’invito a recitare in una serie TV di successo per un canale televisivo filogovernativo che lei disprezza, ma viene anche invitata a cancellare alcuni post critici nei confronti del Governo che si trovano sui suoi profili social. La donna in un primo momento rifiuta indignata, col plauso del marito, ma successivamente cancella i post e accetta il ruolo da protagonista che le viene offerto, rinunciando all’impegno già preso con la compagnia teatrale del marito. Le sue motivazioni sono dichiarate: garantire alla figlia una scuola superiore privata (dato che quella statale è ormai scuola di regime) e trovare per la famiglia una soluzione abitativa indipendente dalla suocera.

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Derya però non discute la scelta con Aziz: forse una rivendicazione di indipendenza, forse, più probabilmente, la consapevolezza che l’uomo non sarebbe stato d’accordo e che lei non avrebbe saputo decidere in autonomia.

La crisi è inevitabile e profonda, crisi di fiducia personale oltre che disaccordo sul piano etico. L’aspro scontro che ne segue porta la coppia al rischio di implosione, mentre la spannung della narrazione raggiunge il suo massimo grado in seguito a un gesto sconsiderato della giovane Ezgi, che sposta tutta l’energia della coppia a risolverne l’emergenza.

Sarà quindi il turno di Aziz a tradire l’integrità dei suoi principi e rivolgersi al capo della polizia, amico del cognato, per averne un favore personale del tutto fuori regola. E Aziz si scoprirà diverso da come pensava di essere e da come Derya l’aveva sempre visto.

Per «stare dentro la vita» a volte ci vuole un figlio adolescente.

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Lasciamo allo spettatore di scoprire se la famiglia reggerà o crollerà e come ne uscirà la coscienza politica di Derya e di Aziz. Senz’altro però possiamo osservare che tutti imparano qualcosa.

Forse è proprio Aziz, l’intellettuale di famiglia, a dover imparare di più. Tant’è vero che sarà lui a comparire nudo nella scena finale del dramma «Lettere gialle», che sarebbe toccata alla moglie, per dire, certo, la nudità inerme del cittadino violato nella sua dignità da un potere prevaricatore, ma anche a significare la piena disposizione a «stare dentro» la scena come dentro la vita, superando il vizio tipicamente intellettuale di farci stare gli altri.

Il guadagno più prezioso per lui, però, sarà il riconoscimento da parte della figlia, per una volta senza ironia beffarda, che il suo teatro può davvero «salvare il mondo».

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