
È già in applicazione in Ucraina, è in discussione alla corte suprema in Estonia, è prevista e temuta in Moldavia: si tratta della legge che regola la presenza e l’attività della Chiesa ortodossa legata al patriarcato di Mosca nelle tre nazioni interessate.
I tre anni di guerra con la Russia l’ha resa accettabile in Ucraina, il pericolo non solo teorico dell’invasione la motiva in Estonia e lo scontro tra filo-europei e filo-russi ha spinto il vescovo moldavo pro-russo Vladimir a temerla e alcuni parlamentari a evocarla.
Tutto nasce dall’infelice scelta del patriarca Cirillo e del sinodo di Mosca di appoggiare acriticamente la decisione di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina. La direzione ortodossa si è identificata totalmente nell’indirizzo politico imperiale del governo offrendo una giustificazione spirituale, teologica e culturale ad un conflitto che sembra aver fatto già un milione di morti e innumerevoli danni soprattutto in Ucraina (Kathpress, 30 settembre 2025).
Il sospetto di fiancheggiamento con il nemico è diventato per molti certezza se non evidenza in un contesto di “guerra ibrida” motivando il consenso a una regolamentazione che pretende la totale autonomia delle Chiese locali rispetto al patriarcato e al suo gruppo dirigente.
Ma mentre in Russia il tema dei diritti personali e le libertà civili sono assenti, nei tre paesi in questione la regolamentazione legislativa su una Chiesa giustifica molti sospetti e apre sensati interrogativi critici. Utilizzati dallo schiamazzo degli ecclesiastici e dei politici russi che all’interno negano il pluralismo e nei territori conquistati attuano persecuzioni, ma che all’esterno richiamano le democrazie alla coerenza (cf. qui).
In un contesto in cui le stesse democrazie occidentali, a partire dagli Stati Uniti, sono fortemente sollecitate da spinte autocratiche la difesa dei principi liberali della democrazia richiede un di più di attenzione negli orientamenti legislativi. La questione investe in particolare l’Unione Europea.
Sicurezza nazionale
Ucraina. Il primo ottobre un comunicato del Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU ha espresso grave preoccupazione sulla legge ucraina 3894 che, in ragione dei legami ecclesiastici e canonico con Mosca, «restringe la portata della libertà di culto e di pratica religiosa» (cf. qui). La libertà di coscienza e di religione è inderogabile e «la sicurezza nazionale non costituisce motivo di limitazione di manifestazione di tale libertà».
«Assimilando l’affiliazione religiosa a minacce per la sicurezza nazionale la legge stabilisce un quadro del controllo statuale incompatibile con le norme internazionali del diritti dell’uomo» (Orthodoxie.com, 20 ottobre). Il 30 settembre si è avviata la prima udienza alla sesta camera di appello di Kiev per porre in esecuzione la legge relativamente alla diocesi metropolitana della capitale.
Abbandonare Mosca
Il Servizio statale ucraino per la politica etnica e la libertà di coscienza, dopo l’approvazione della legge parlamentare nell’agosto 2024, ha provveduto ad avviare una indagine specifica sulla Chiesa non autocefala (“filo-russa”) affermando la persistenza di affiliazione della stessa al patriarcato russo e chiedendo correzioni statutarie (17 luglio 2025).
Secondo Lyudmila Filipovitć del Servizio: «Lo stato non interdisce niente, domanda semplicemente a questa Chiesa di compiere un atto di coraggio civile e dire davanti a tutti “Rompiamo le nostre relazioni con la Federazione russa”». Del resto l’autocefalia ben prima di essere concessa dal patriarcato di Costantinopoli nel 2019 era stata chiesta all’indomani dell’indipendenza negli anni ’90 e l’appello era stato firmato anche dall’attuale metropolita filo-russo Onufrio. La risposta negativa all’ingiunzione ha portato alla decisione del Servizio (27 agosto) di confermare l’affiliazione a Mosca e alla richiesta di chiudere le attività della Chiesa per legami con una organizzazione straniera organica ad uno stato nemico.
Si chiedeva in particolare ai gerarchi di ritirarsi dalle strutture del patriarcato, di prendere distanza dagli statuti della Chiesa russa, di non riconoscere l’annessione alla Russia delle diocesi dei terreni occupati e le nomine dei nuovi vescovi ad esse preposti e di farlo con documenti pubblici. Le indicazioni «non obbligano la Chiesa ortodossa ucraina (non autocefala) a tradire l’ortodossia e la sua tradizione liturgica, né la lingua del culto, né il calendario giuliano. Non la obbliga a proclamarsi autocefala. Niente di tutto ciò. Viene chiesto ad essa di abbandonare la Chiesa ortodossa russa di Mosca» (V. Elensky del Servizio).
La Chiesa di Onufrio ha risposto contestando la legittimità del gruppo di indagine, considerando piena l’autonomia in base agli statuti approvati dal concilio nel 2022, denunciando l’incomprensione della differenza fra legami canonici e giuridici e l’utilizzo come prove di documenti provenienti dalla Russia.
Lamenti e denunce
La Chiesa lamenta l’indebita occupazione di alcune sue chiese, l’espulsione dei suoi monaci da laure e monasteri, la carcerazione di preti e vescovi, l’invio al fronte di alcuni suoi preti e l’incomprensione del Consiglio panucraino delle Chiese (struttura di rappresentanza per le Chiese e i culti presenti nel paese) che ha affermato la piena libertà di fede nel paese. Sarebbero 1.300 le perquisizioni attuate.
I procedimenti penali avviati contro ecclesiastici nei tre anni di guerra sono stati 180 fra cui 23 coinvolgono dei vescovi: 38 sono state le condanne nei primi due anni. Nel 2025 ci sono state altre undici condanne. Ma, nonostante tutti, i fedeli restano attaccati alle loro tradizioni. Scacciati dalle chiese si ritrovano nelle case formando comunità non riconosciute ma non per questo illegali.
La gerarchia della Chiesa non autocefala è sottoposta a forti pressioni interne e pur difesa a livello internazionale dalla Chiesa russa non gode la simpatia di Cirillo che ha elogiato l’annessione delle quattro regioni occupate e diffida delle scelte di autonomia volute dal concilio locale ucraino. L’unico sviluppo positivo è all’estero. Poiché la Chiesa autocefala si è impegnata con Costantinopoli a non espandersi all’estero, fra i milioni di ucraini fuggiti i fedeli si ritrovano in parrocchie che fanno riferimento canonico a Onufrio.
La tragedia dei bambini trafugati
Nel complesso quadro sommariamente indicato emerge il dramma dei bambini ucraini sottratti alle loro famiglie e trasferiti in Russia. Avvenire del 25 settembre ha dato notizia dei documenti trafugati dai servizi segreti ucraini alla Russia da cui emergono dettagli dei trasferimenti illegali di bambini ucraini dalle zone occupate. Sarebbero 19.546. Di questi solo 1.605 sono stati riportati a casa anche grazie alla diplomazia umanitaria della Santa Sede.
Ma secondo il rapporto pubblicato il 16 settembre da parte dell’università americana di Yale il fiume di bambini deportati dalla Russia sarebbero 35.000. Attraverso indagini, testimonianze e ricerche sono stati identificati 210 istituti di “rieducazione” in vari territorio della Russia e dell’Ucraina occupata: scuole e basi militari, ospedali, siti religiosi, università, hotel, centri di aiuti alle famiglie, sanatori ecc. L’inchiesta afferma che «la Russia ha avviato un sistema senza precedenti di rieducazione, di addestramento alla vita militare e di dormitori capaci di accogliere decine di migliaia di ragazzi ucraini per lunghi periodi».
«Si tratta della più grande impresa di sequestro di bambini dalla seconda guerra mondiale […] La Russia ha avviato un sistema di lavaggio del cervello dei bambini ucraini, addestrandoli come soldati e sostituendo la loro identità ucraina con quella russa» (Le Monde, 16 settembre).
Il presidente contro il parlamento
Estonia. Il 4 ottobre il presidente della Repubblica estone, Alar Karis, ha respinto per la terza volta una legge approvata dal parlamento il 17 settembre e finalizzata a interdire le associazioni religiose il cui capo e organo direttivo faccia riferimento a poteri statuali “nemici” diventando una minaccia per l’ordine costituzionale e la sicurezza del paese. La legge è sempre stata approvata a larga maggioranza dall’assemblea parlamentare (cf. qui).
L’ultima approvazione è del 19 settembre. Secondo i presentatori della legge, essa non limita la libertà religiosa, conclusione condivisa dal ministero degli interni e da molti esperti giuristi. Mentre è decisivo, davanti alle minacce in chiaro della Russia di Putin, garantire la sicurezza dello stato in una guerra ibrida in cui forze etnico-culturali possono costituire una minaccia importante. Il conflitto istituzionale dovrebbe essere risolto dalla Corte suprema a cui il presidente, che si è espresso a favore dell’interruzione dei legami amministrativi fra la Chiesa filo-russa e Mosca, si è rivolto in base alla Costituzione.
Così ha motivato il suo dissenso: «Disponiamo di mezzi giuridici per controllare e limitare le attività di influenza del patriarcato di Mosca che avvelenano la sovranità e la democrazia. Il diritto in vigore non solamente permette ma esige un controllo anche delle associazioni religiose. Il codice penale definisce come crimine il tradimento dello stato e questo include anche attività di condizionamento attraverso mezzi informatici. La questione non è l’assenza di mezzi ma la loro utilizzazione insufficiente. Noi dovremo, quando necessario, utilizzare le possibilità esistenti in maniera più energica che nel passato».
In luglio aveva detto: «La relazione esplicativa della legge afferma esplicitamente che, oltre a regolamentare i rapporti amministrativi, vi è anche l’intenzione di regolamentare gli insegnamenti della Chiesa e i riti religiosi. Esistono altri mezzi efficaci per contrastare le attività di influenza, quindi una interferenza così estesa non è necessaria». Come in Ucraina, anche in Estonia sono attive due Chiese ortodosse, una filo-russa e una filo-costantinopolitana (cf. qui).
Non sono mancate le restrizioni amministrative nei confronti della Chiesa filo-russa alla cui curia è stata disdetto il rinnovo dell’affitto finora molto favorevole della sua sede. Come è stato messo sotto pressione il monastero femminile di Pükhtitsa per indurlo a disfarsi della sua qualifica di stavropegico, cioè dipendente direttamente dal patriarcato di Mosca. Dopo la terza bocciatura della legge da parte del presidente la Chiesa filo-russa del vescovo ausiliare Daniele ha invitato a un dialogo costruttivo interrotto a suo tempo dall’ex ministro dell’interno. Lamenta di non essere stata coinvolta nelle recenti discussioni, di essere oggetto di costanti pregiudizi da parte dei media e di non essere stata invitata nei luoghi accademici e religiosi che si sono occupati della questione.
Le attività della Chiesa si svolgono nel quadro delle leggi estoni e il suo organo ultimo è l’assemblea composta da vescovi, clero e laici che non può essere accusata di promuovere l’influenza russa. Gli avversari notano tuttavia che il metropolita Eugenio è russo e vive a Mosca, che le decisioni locali vanno comunque trasmesse e verificate dal sinodo russo e che il monastero si è sempre opposto a chiedere l’annullamento dei suoi legami con Cirillo.
Conflitto canonico russo-rumeno
Moldavia. Nel paese che ha recentemente confermato il suo indirizzo filo-europeo (cf. qui), la questione della legge non si pone ma ci sono le premesse perché la Chiesa filo-russa venga avvertita come “quinta colonna” di una influenza russa sulle istituzioni e i gangli dello stato. Si riprodurrebbe lo scenario ucraino come ha previsto il vescovo ucraino di Zaporizia della Chiesa non autocefala accusando in questo caso l’indebito e anti-canonico intervento del patriarcato rumeno.
Il suo interessamento a favore della diocesi di Bessarabia (un territorio che comprende parte della Moldavia) e della popolazione di lingua rumena (usata da una fetta consistente della popolazione) si configura come violazione del territorio canonico di Mosca, uno scenario “ucraino” che può aggravare lo scisma dell’Ortodossia mondiale. Si tratterebbe di una illegittima intrusione nel territorio di una Chiesa autocefala come quella russa a cui la Chiesa locale fa riferimento. Questo avviene con il pieno consenso del governo filo-europeo che favorisce la Chiesa rumena. A giudizio del vescovo, prima o tardi la situazione diverrà esplosiva e la Chiesa tradizionale filo-russa sarà sottoposta a persecuzione.
Un parallelo evidente è nell’auspicato e prossimo viaggio del patriarca rumeno Daniele in Moldavia. Come quello di Bartolomeo a Kiev ha avviato lo scisma in Ucraina, così sarà per il viaggio del patriarca Daniele in Moldavia. Del resto le affermazioni in una trasmissione televisiva di grande ascolto del deputato Vasile Soimaru vanno in questa direzione. Ha prefigurato la possibilità di interdire per legge l’attività della Chiesa filo-russa. Gli ha risposto il metropolita Vladimiro ricordando le garanzie assicurate dalla legge dei culti del 2007 e lamentando le intimidazioni provenienti dall’amministrazione statale nei confronti dei preti e dei vescovi della sua Chiesa. Questa persegue buone relazioni con gli stati vicini, Russia compresa che, per altro, pretende e garantisce una totale autonomia alla regione della Transnistria dove è presente un’importante base militare russa.
Due episodi illustrano la situazione. Il primo è il pellegrinaggio di ecclesiastici e laici a Mosca qualche mese prima delle recenti elezioni che, secondo i media, sono tornati carichi di soldi e di facilitazioni per condizionare gli elettori. Per mons. Vladimiro si è trattato di un semplice pellegrinaggio. Il secondo, assai più irritante per il gerarca, è il passaggio di alcune decine di preti all’obbedienza rumena. Sono accusati di farlo in base ai maggiori proventi assicurati dal governo rumeno, ma gli interessati attestano di essere stati spinti al passo dalle loro comunità. Anche in occasione della giornata di memoria per l’indipendenza del paese la diversità è emersa. Il vescovo Vladimiro ha parlato dei progressi della sua Chiesa e ne ha elogiato la difesa dei “valori tradizionali”, uno dei cavalli di battaglia di Cirillo. Il vescovo Pietro (filo-rumeno), ha ricordato i passi promettenti della sua Chiesa e la felice situazione del paese che «che aspira a un posto d’onore nella grande famiglia europea».





