Francia-Fine vita: il sussulto del Senato

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In maniera inattesa il senato francese ha respinto (21 gennaio) la proposta di legge sul “fine vita” approvata dal parlamento il 27 maggio scorso. Essa torna quindi in discussione alla camera a partire dal 16 febbraio 2026 (cf. qui).

Sulla questione del fine vita una prima legge rimonta al 1999, successivamente ripresa come “legge Leonetti”, dal nome del proponente, e rimasta in vigore in queste decenni nonostante le diverse proposte di modifica. Essa costituisce un originale connessione tra il rifiuto dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia e il diritto a non soffrire e ad essere accompagnati fino alla fine. Una nuova proposta di modifica nasce nel 2021 e l’anno successivo una convocazione civile (possibile nel sistema francese) suggerisce alcune modifiche raccolte nell’attuale progetto di legge.

Essa ha alcuni capisaldi: il suicidio assistito non è solo una possibilità, ma un diritto; consiste «nell’autorizzare e accompagnare una persona che ha espresso la domanda di ricorrere a una sostanza letale» sia auto-amministrata sia attraverso un curante; l’aiuto al suicidio è la regola (autoamministrazione del veleno) e l’eutanasia (attraverso il curante) è l’eccezione. Le condizioni per accedere al «diritto»: essere maggiorenne; francese; affetto da una malattia incurabile; con sofferenze insopportabili; in grado di manifestare la propria volontà libera e chiara.

Libertà, dignità e patto sociale

La legittimazione della pratica eutanasica ha visto la resistenza di una parte consistente del mondo medico e in particolare dei curanti, oltre che delle Chiese e delle religioni. Il 14 gennaio, a pochi giorni dalla discussione in senato, i vescovi sono di nuovo intervenuti per denunciare il deragliamento della disciplina legislativa finora perseguita. Con profondo rispetto per i morenti e gli incurabili e per la loro sofferenza i gerarchi ripropongono le cure palliative – una legge in merito è stata votato all’unanimità – come risposta adeguata alla condizione dei morenti. È esperienza comune dei curanti che la proposta delle cure palliative faccia praticamente scomparire la domanda di eutanasia. Perché allora una nuova legge?

«Se in Francia “si muore male” come si dice non dipende dalla legalizzazione della somministrazione di una sostanza letale ai pazienti, ma perché la legge in vigore non è sufficientemente applicata e l’accesso alle cure palliativa è molto disuguale sul territorio nazionale». «Legalizzare l’eutanasia o suicidio assistito cambierebbe profondamente la natura del nostro patto sociale. Dietro a parole che si vogliono rassicuranti si nasconde in realtà un linguaggio dissimulatore. Presentare l’eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura intorbida gravemente i riferimenti morali […] Non si prende cura della vita dando la morte. Riaffermiamo con forza che la dignità di una persona umana non dipende dal suo stato di salute, dalla sua autonomia e utilità sociale; è inerente alla sua umanità, fino alla fine. È inalienabile».

«Addossare la scelta di morire al malato, alla famiglia, alla equipe medica formata alle cure e non per uccidere, significa negare il mistero di comunione che ci lega gli uni agli altri».

In altre parole, violare la fraternità che è uno degli elementi fondanti la repubblica. I vescovi sottolineano che le ragioni per opporsi all’eutanasia non sono “cattoliche” o “confessionali”, ma risultano largamente condivise, in particolare, dai malati, dagli handicappati, dalle famiglie e dai curanti.

Dopo il voto al senato, in un comunicato del 29 gennaio, sottolineano come le significative modifiche apportato alla proposta di legge nel dibattito abbiano messo in luce le profonde divergenze fra i parlamentari. La bocciatura della legge «appare come il segno di un blocco rilevante di natura politica e sociale e sottolinea la gravità delle questioni etiche sollevate. Il voto al senato fa emergere l’assenza di consenso e sottolinea le attese, i timori e anche le opposizioni che si sono manifestate nella società. Dare la morte non sarà mai una risposta umana, fraterna e degna alla sofferenza».

Non si nega l’opportunità di “presiedere” alla propria morte (come con le direttive anticipate di trattamento) e tanto meno la “dignità” dell’ultimo momento, che non si risolve con una sostanza letale. Ciò che la garantisce è la qualità delle relazioni e le cure antidolorifiche. L’enfasi sulla libertà di scelta oscura i disservizi dell’assistenza e, nel contesto della fragilità del malato, delle famiglie e dei costi assistenziali si può creare una pressione sistemica che rende retorico il riferimento all’autodeterminazione.

Del resto le gravi e rapide derive che la legge eutanasica sta mostrando nei paesi dove è attiva da più tempo come il Belgio, l’Olanda, il Canada e l’Australia mostrano che il timore di una rottura del patto sociale non sia solo teorico.

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