
Il termine scelto per indicare l’evento organizzato a Bari il 23-24 gennaio dalle Chiese presenti in Italia è simposio, espressione interessante per quel che dice e per quel che sembra non voler dire.
Simposio è uno stare insieme e in questo caso è stata proprio la radice e la tonalità nuova dell’incontro. Nessuna Chiesa ha invitato l’altra, ma si sono incontrate, grazie al lavoro di una segretaria composta in modo ecumenico. Evidentemente questo esprime una volontà comune che si è poi espressa in modo molto chiaro:
«Pertanto, ci impegniamo a garantire la nostra fedeltà al Patto: l’opzione per il dialogo è una scelta da percorrere con determinazione anche quando le posizioni divergono e quando le pressioni interne o esterne alimentano fratture e dissidi tra noi e potrebbero dividerci».
Redigere e aderire a questo Patto con la presenza non scontata dell’amministratore delle parrocchie del Patriarcato di Mosca e nello stesso tempo con la presenza della rappresentanza di altri Patriarcati, sempre presenti in Italia, indica un inizio per nulla formale.
Al Patto hanno aderito quasi tutte le Chiese presenti: Chiesa cattolica, Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, Diocesi Ortodossa Romena, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Chiesa Ortodossa Bulgara, Chiesa Evangelica Valdese, Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Chiesa Evangelica della Riconciliazione, Chiesa Apostolica Armena d’Italia, Amministrazione delle parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia, The Church of England, Chiesa Serbo Ortodossa, Esercito della Salvezza, Chiesa Copta di Milano, The Church of Scotland, Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia, Comunione Chiese Libere.
Alcune chiese non hanno firmato, ma un po’ di abitudine ecumenica fa comprendere che questo non è sinonimo di defezione. Le stesse Chiese non firmatarie (la Chiesa Avventista, la Chiesa apostolica in Italia, la Federazione delle Chiese pentecostali) lo hanno dichiarato in assemblea.
Per queste Chiese già la sola presenza al Simposio è stata un passo avanti nell’impegno ecumenico, così come le dichiarazioni per cui esse sentono di aver bisogno di un cammino sia al loro interno sia con tutte le altre Chiese. Tutto questo indica che hanno accolto e compreso nel proprio vocabolario il termine ecumenismo.
Differenza come ricchezza
Siamo consapevoli che la varietà delle Chiese è nata da fratture, anche molto dolorose, e che segna sempre una difficoltà nel procedere in ordine all’unità. Ma è anche vero che la separazione è ormai lontana dalla memoria, è nella storia, anche se rimane la memoria di persecuzioni e vessazioni, anche recenti. In Italia è il caso di alcune Chiese evangeliche, ad esempio.
La storia ha poi fatto sviluppare alle singole Chiese sensibilità e modalità tipiche, così che oggi possiamo dire che tutte illustrano un aspetto dell’infinito volto dell’amore di Dio. E così oggi la differenza è compresa come ricchezza.
Non è così semplice armonizzare le teologie, restando fedeli a sé stessi. Non è neppure facile trasmettere questo nel quotidiano delle diverse comunità cristiane. In alcuni casi si intrecciano con questioni sociali, pensiamo alla presenza delle Chiese orientali cattoliche, ad esempio la Chiesa copta, legata al mondo egiziano.
E più in generale per l’Italia c’è una presenza ufficiale di cattolici davvero molto più ampia delle altre confessioni e questa sproporzione non aiuta: la maggioranza più facilmente è tranquilla e la minoranza con maggior fatica trova lo spazio per esprimersi.
Un simposio, dunque, senza Chiese che accolgono e Chiese che sono accolte è una novità. La si vuole ripetere nel 2028 e c’è da augurarsi che ci si riesca.
Un patto tra le Chiese
Scegliere il termine Simposio non fa ricadere nella più consueta idea di «convegno» dove si ascolta, si può acconsentire o dissentire, e dove l’attenzione e il desiderio di far nascere qualcosa di nuovo non sono al centro delle preoccupazioni. A Bari invece ne è uscito un Patto tra le Chiese (per il testo cf. qui su SettimanaNews). E questo indica una presa in carico dei temi in modo deciso: a un patto si è chiamati a tener fede.
Stipulare un patto rimanda inoltre a un intreccio di intenzioni e di verifiche, rimanda a un cammino comune. Il Patto impegna tutte le Chiese firmatarie a compiere passi concreti ogni anno. E questo coinvolge i rappresentanti dei circa 120 delegati dei consigli delle Chiese, ma anche ogni cristiano che abbia a cuore l’ecumenismo.
I punti su cui si concentra l’impegno delle Chiese dicono anche un altro intento: l’unità cercata ha anche il valore di poter parlare con una voce unica di fronte alle questioni sociali che attraversano l’Italia e non solo.
Ecco i punti del Patto:
- la tutela della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio;
- la promozione della pace e del dialogo tra popoli, culture e religioni;
- l’accoglienza dei poveri, dei migranti, degli emarginati e di quanti soffrono;
- la custodia del creato come dono affidato alla nostra responsabilità comune;
- la lotta contro l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma di discriminazione religiosa.
Importanza delle prassi condivise
Non è chi non veda come si coltivi la contrapposizione tra le ragioni «ideali» e le ragioni economiche del capitalismo. La parola di ogni Chiesa porta con sé lo sforzo che ha attraversato la storia di custodire la fedeltà evangelica nella concretezza della vita, offrendo prospettive capaci di dare forza a chi voglia prendere le distanze dalle ideologie.
E il tutto in spirito di dialogo con la società che per la maggior parte non si riconosce nella parola evangelica.
Quasi a testimoniare sin da subito la volontà di iniziare un cammino è interessante la disposizione dei lavori. Il primo giorno l’adesione al Patto e il secondo il lavoro a gruppi su temi diversi e non di maniera: L’ecumenismo come grammatica della pace; L’ecumenismo come dono per lo spazio pubblico; L’ecumenismo come cura della spiritualità; L’ecumenismo come sapienza delle differenze, suddiviso nei due temi spinosi: ospitalità eucaristica e matrimoni interconfessionali in Italia.
Simposio rimanda infine alla radice greca syn, quel «con» che la Chiesa cattolica si è impegnata ad approfondire dal 2021. E man mano che l’approfondimento procede si avverte come il riferimento alle prassi concrete sia sempre più importante e come il vissuto quotidiano venga arricchito dall’attenzione al fatto che i credenti delle diverse comunità camminino insieme da fratelli e sorelle.
In questo senso va la testimonianza che riportiamo di seguito. Viene dal gruppo sulla spiritualità ecumenica ed esprime bene il sentimento di gratitudine e stupore che dona l’incontro tra credenti che camminano insieme.
Una testimonianza
Riportiamo di seguito le impressioni di Prue Crane, anglicana, delegata del Consiglio delle Chiese di Bologna, che ha preso parte a un laboratorio su «L’Ecumenismo come cura della spiritualità» durante il Simposio ecumenico di Bari (23-25 gennaio 2026).
Non sapevo che cosa aspettarmi a Bari, era il primo simposio ecumenico in Italia e quindi un viaggio di scoperte. Avevo capito dalle presentazioni di venerdì sera che uno degli scopi dell’evento era quello di riunire i leader delle diverse Chiese presenti in Italia e i laici che operano «dal basso» in modo da arricchire il dialogo e far conoscere di più il movimento. Si poteva scegliere fra 4 laboratori; io ho scelto L’ecumenismo come cura della spiritualità.
La docente e teologa Giuseppina De Simone ha guidato il laboratorio con una grande capacità di ascoltare e sintetizzare i pensieri. Ha sottolineato come il desiderio stesso dell’unità dentro ciascuno di noi sia un dono di Dio e anche il nostro obiettivo. Tale desiderio di unità è insieme una sorgente e uno scopo. Ci vogliono coraggio, speranza, perseveranza e impegno per far crollare i muri di ignoranza, vincere le paure che ci separano e costruire i ponti di rispetto e comprensione reciproca.
L’unità non significa uniformità… siamo stati incoraggiati, al contrario, ad andare fino in fondo della nostra tradizione ecclesiale per vivere la nostra identità e, allo stesso tempo, a cercare di conoscere i membri e le tradizioni delle altre chiese, in modo da apprezzare la ricchezza presente nelle nostre differenze, così da diventare una polifonia di tante voci unita nel dare Gloria a Dio!
Avvicinarsi all’altro richiede umiltà e un cuore aperto e pronto ad amare. Come ci ricorda Giovanni 13,35: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Mi ha colpito il ricorso frequente dell’immagine di un cerchio con Cristo nel mezzo che diversi membri del gruppo hanno utilizzato nei loro interventi: hanno parlato del cammino ecumenico come di un movimento verso il centro, dove si trova Cristo, che consente di avvicinarsi gli uni agli altri, fino a diventare una cosa sola in Lui.
Una domanda condivisa da tutti è stata come raggiungere le persone che non hanno la fede. I più giovani del gruppo ci hanno esortato a non avere paura di utilizzare tutti gli strumenti digitali per raggiungere soprattutto le giovani generazioni. Ci hanno suggerito, ad esempio, di aprire piattaforme online per discutere e dialogare. La Chiesa Ortodossa ne ha lanciata una denominata «Hope AI», rivolta soprattutto ai giovani, dove vengono presentati il catechismo, la liturgia e raccolte alcune omelie.
Molti nel gruppo si sono proposti di aprire la propria casa per ospitare le persone intorno alla tavola, di aprirla agli sconosciuti, ai membri di altre chiese per offrire spazi di amicizia, per contrastare l’individualismo del nostro tempo e cominciare a conoscere l’altro. Appuntamenti che si potrebbe completare con un approfondimento biblico seguito da un pasto condiviso. Un approccio che viene considerato meno «freddo», più conviviale.
Altri hanno sottolineato l’importanza dei piccoli gesti quotidiani. Un giovane ortodosso del gruppo ha riassunto la conversazione richiamando il filosofo cattolico Peguy: la fede è nelle risposte quotidiane alle domande eterne.





