
Mentre la Chiesa globale affronta un drammatico calo delle vocazioni, la Chiesa in Vietnam si trova davanti a una sfida diversa: come trasformare un’abbondanza di clero in veri missionari, anziché in semplici parroci.
Lo scorso gennaio, la Chiesa cattolica vietnamita ha accolto 76 nuovi diaconi transeunti, destinati a essere ordinati sacerdoti entro un anno. Provengono da sole cinque diocesi e da un ordine religioso, su un totale di 27 diocesi e 83 congregazioni religiose maschili presenti nel Paese.
Il Vietnam è spesso descritto come il «serbatoio vocazionale» della Chiesa asiatica, poiché 11 grandi seminari e numerosi ordini religiosi formano ogni anno centinaia di sacerdoti. Nel complesso, circa 6.000 sacerdoti e 31.000 religiosi e religiose servono i circa sette milioni di cattolici del Paese: un dato non solo impressionante, ma anche motivo di orgoglio.
Tuttavia, dietro queste cifre sorprendenti si cela un paradosso preoccupante: un eccesso di «fornitori di servizi» sacramentali e, al contempo, una grave carenza dello spirito missionario necessario per raggiungere le «periferie».
Un’abbondanza di «amministratori religiosi»
Nei centri urbani del Vietnam è comune trovare due o tre sacerdoti a servizio di una sola parrocchia. In queste «zone sicure», la vita sacerdotale ruota spesso attorno alla gestione amministrativa, alle attività ministeriali, all’organizzazione di elaborate feste religiose e alla supervisione della costruzione di strutture ecclesiali.
Il contrasto è evidente con gli altipiani centrali e le aree Nord-Occidentali, dove le comunità delle minoranze etniche devono attendere mesi per celebrare una Messa. I sacerdoti locali devono percorrere centinaia di chilometri attraverso territori impervi per raggiungere semplici cappelle con tetti di paglia.
Questa distribuzione diseguale del clero riflette una crisi più profonda d’identità. Un sacerdote anziano osserva che molti giovani presbiteri, provenienti da famiglie piccole e moderne, cresciuti nel benessere e protetti dalle difficoltà, faticano oggi a resistere in contesti di vita impegnativi. Per molti di loro essere destinati a una zona missionaria remota è spesso vissuto come una forma di «esilio» o di punizione.
La tradizionale venerazione vietnamita per il sacerdote come thầy cả («grande maestro») complica ulteriormente la situazione. Questo «piedistallo culturale» favorisce una visione centrata sul potere e sul prestigio piuttosto che sull’umiltà del servizio. Ne consegue la crescita di una mentalità «stanziale»: l’inclinazione alla sicurezza del complesso parrocchiale rispetto all’incertezza del campo missionario.
Una crisi dell’identità missionaria
L’identità fondamentale del sacerdote non è semplicemente quella di dispensatore di sacramenti, ma di «missionario». Cristo non ha comandato ai suoi discepoli di restare nel tempio ad amministrare le finanze; ha detto loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).
Nel Vietnam di oggi, la scarsa presenza della Chiesa tra i non cristiani è una realtà evidente e scomoda. Mentre il clero organizza numerose attività per coloro che sono «già convertiti», vi è poco contatto autentico con il resto della società. Ne risulta un «cattolicesimo ripiegato su sé stesso» e impreparato ad affrontare le nuove sfide della società vietnamita: una cultura giovanile travolta dalla dipendenza dal lavoro (workaholism), il declino della fede e alcune questioni sociali come divorzi e dipendenze.
La crisi è anche strutturale. Molti sacerdoti che sentono la chiamata ad andare nelle periferie si trovano vincolati da restrizioni diocesane, da prassi assenti o poco chiare per l’invio missionario e da un sostegno economico insufficiente. Così com’è, il sistema non è abbastanza flessibile da consentire alla Chiesa di «prendere il largo».
La formazione da riformare
Per evitare che questi numeri impressionanti si trasformino in «statistiche senz’anima», la Chiesa locale necessita di una profonda riforma del tradizionale percorso formativo di dieci anni, ancora fortemente incentrato su filosofia e teologia accademiche, ma spesso incapace di integrare un autentico «cuore missionario».
Uno studente può eccellere negli studi, ma se non ha mai vissuto tra i poveri o imparato ad ascoltare le difficoltà di chi vive ai margini, gli mancherà quell’«odore delle pecore» evocato da papa Francesco. Vi è scarsa attenzione alla spiritualità missionaria, all’inculturazione e al dialogo interreligioso. I tirocini pastorali si svolgono spesso in parrocchie stabili e familiari, dove i seminaristi incontrano comunità confortevoli, invece di essere inviati nelle «baraccopoli» o nelle regioni remote, dove la fede è messa alla prova dalla povertà e dall’ateismo.
Nell’era digitale, le «periferie» sono anche virtuali. I seminaristi devono essere formati all’uso dei social media come strumenti di evangelizzazione. Devono imparare a vivere come «missionari della speranza», studiando le lingue tribali e impegnandosi nell’azione sociale per comprendere il dolore delle persone che servono.
Appello alla conversione pastorale
Nella loro Lettera pastorale dell’ottobre 2025 i vescovi vietnamiti hanno posto il 2026 sotto lo slogan: «Ogni cristiano è un discepolo missionario: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14)». Si tratta di un’opportunità preziosa per il clero di abbracciare una vera «conversione missionaria». Di spostare l’attenzione verso lo spirito missionario come asse centrale della vita sacerdotale: «Il sacerdote è colui che è inviato, non colui che è tenuto».
Ogni diocesi dovrebbe avere un piano per «donare», non semplicemente «prestare», sacerdoti ad altre aree del Paese o anche all’estero, inviandoli in Paesi come la Mongolia, il Laos e la Cambogia. I sacerdoti delle città devono assumere un cuore missionario, raggiungere chi è lontano e farsi presenti negli ambiti dell’educazione, della cultura e dei media. Una Chiesa viva non si misura dall’altezza dei campanili o dal numero delle ordinazioni, ma dalla distanza che i suoi ministri sono disposti a percorrere per raggiungere chi vive nelle tenebre. I veri mietitori non sono coloro che restano al sicuro nel granaio, ma coloro che affrontano la tempesta per lavorare nei campi.
Quando il «serbatoio vocazionale» della Chiesa asiatica saprà generare veri discepoli missionari, e non solo amministratori religiosi, diventerà una Chiesa autenticamente missionaria.
- UCA News, 3 febbraio 2026 (qui l’originale inglese)





