Negoziato Iran-USA

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Ore frenetiche, ma già qualcosa si può dire sul significato di questa incredibile vigilia dell’incontro negoziale tra Stati Uniti e Iran. La prima ovvietà è che l’Iran, che non ha mai voluto negoziare direttamente con gli Stati Uniti, considerati il male in persona, ora dice di voler trattare direttamente con loro, senza mediatori.

Per tanti anni si è andati avanti con il messo diplomatico, che entrava nella stanza degli iraniani, poi si spostava in quella degli americani, riferendo all’uno e all’altro le rispettive istanze, ma senza che le parti si incontrassero. Ora no, ora Teheran vuole colloqui diretti.

La seconda ovvietà è che chi ha autorizzato i colloqui è stato il presidente della Repubblica iraniana, con un comunicato ufficiale. Figura di scarso rilievo, su questo decide la guida della rivoluzione, l’ayatollah Khamenei, non solo il presidente ha assunto almeno ufficialmente la decisione, ma non ci sono stati comunicati di Khamenei sull’argomento.

Se questo potrebbe indurre a sperare che qualcosa nella filiera di comando possa cambiare, è evidente anche che la leadership non è compatta e che il silenzio sul negoziato di Khamenei possa preservare agli occhi della base e dei pasdaran l’intransigenza del leader, che non si abbassa ad autorizzare colloqui col nemico.

La terza ovvietà è che la leadership è divisa. Non era mai accaduto che l’Iran accettasse di negoziare a Istanbul davanti ai ministri degli esteri arabi, poi cambiasse idea e chiedesse di tornare a un colloquio a tu per tu in Oman – e che alcune fonti negassero questa richiesta mentre altre la confermavano.

Eppure questo cambiamento non è stato preso come una provocazione irricevibile solo perché gli arabi hanno esercitato tutto il loro possibile potere su Trump perché accettasse. Con quali speranze di successo? Prima di questo occorre soffermarsi su altre novità già emerse.

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La prima è la scomparsa dell’Europa, che non è stata coinvolta come invece avvenne ai tempi del negoziato sul nucleare guidati da Obama. A quel tempo non c’erano gli arabi, preoccupati per il riarmo dell’Iran; ora è il contrario, loro ci sono e cercano di evitare incendi.

Ma il regime di Teheran li vuole evitare? O forse parte della leadership vorrebbe, mentre altri pensano che se si cede un po’ l’Iran potrebbe dimostrarsi debole e crollare per mani interne?

A oggi è evidente che il regime, sempre ritardatario, come sovente accade a regimi imbevuti della loro stessa retorica, potrebbe fare concessioni sul nucleare, significative. C’era bisogno di impiccare il Paese ad anni di sanzioni per arrivarci? Di certo l’uranio arricchito potrebbe essere affidato ad un Paese terzo, forse la Russia o la Turchia.

Non è poco, era tantissimo; ma ora Washington chiede di accordarsi anche sui missili balistici e la loro gittata. Poi c’è il sostegno ai gruppi che per Washington sono terroristi, per l’Iran “resistenza” e la feroce repressione del dissenso come ha chiarito il Segretario di Stato Marco Rubio.

Chi aveva dato l’ancora di salvezza a Teheran potrebbe essere stato Erdogan: negoziare tutto, ma a tappe. È stata accettata questa idea dall’Iran? Non lo sappiamo, ma sembra di no. Vorrebbero, si dice, restringere l’agenda al solo nucleare. Ora Washington però non lo accetta più e ha posto ufficialmente gli altri argomenti appena citati.

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Andare in Oman non fa presagire nulla di buono a molti osservatori. Lì si svolgevano i negoziati indiretti sul nucleare, quelli che in un’occasione ebbero luogo anche a Roma. Quindi come a dire che non è cambiato nulla, si torna lì dove ci si era lasciati.

Un altro aspetto proprio della retorica, che non fa i conti con le urgenze di un Paese che ha visto nel frattempo la valuta nazionale precipitare a un cambio contro il dollaro che ha rotto il muro del milione e cinquecentomila rial, innescando la protesta nazionale e la sua inaudita repressione.

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Così la domanda di cosa possa fare l’Iran in caso di fallimento negoziale, alla leadership di Teheran non sembra interessare. La retorica potrebbe essere la questione dietro la quale si nascondono altre discussioni, quanto si potrebbe dare e sperare di reggere. Ma la retorica può essere la questione che non consente di seguire il consiglio dato da uno dei più stretti collaboratori di Khamanei: “concedere qualcosa per non perdere tutto”.

Si vedrà tra poche ore. La popolazione iraniana, principale vittima, aspetta di capire qualcosa del proprio prossimo futuro, dopo settimane terribili.

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