
Sollecitata da una delle mie figlie – devi guardarlo, mamma, e poi dirmi cosa ne pensi – ho aperto anch’io, come migliaia di altre persone, il video di Alberto Ravagnani intitolato La scelta. Poveretto – è la prima cosa che mi è venuta da pensare. Ma chi l’ha fatto prete? – la seconda.
Nella parola «prete», entrata nell’uso della lingua italiana fin dalla nascita del Volgare, tra Due e Trecento, è palese il legame con il vocabolo tardo latino che l’ha originato, ossia presbĭter, a sua volta legato al greco presbýteros, comparativo dell’aggettivo présbys, «anziano». L’immagine del prete come il «più anziano», cioè il più titolato ad occupare un ruolo di responsabilità in una comunità in forza della sua formazione e della maturata esperienza, mi è subito apparsa paradossale associata a quel bel ragazzino con il broncetto e la dizione curata che, in apertura di video, si è presentato proprio utilizzando l’espressione «sono un prete».
***
Non ci voleva uno psicologo, né tanto meno un team di psicologi o di esperti accreditati, per rendersi conto che non si può ordinare prete uno che è poco più di un bambino. Bastava l’occhio di una madre di famiglia. Bastava una madre di famiglia per capire che la responsabilità associata al ruolo di presbitero sarebbe stata del tutto sovradimensionata rispetto alla possibile tenuta di quel ragazzo che ancora a trent’anni continua ad esprimere tratti adolescenziali nel volto e nella postura.
Una madre di famiglia sa bene quanto sia difficile, per non dire impossibile, oggi, a vent’anni, a venticinque, a trenta, definire contorni irreversibili per la propria esistenza. Una madre che ha l’occhio sulle vite dei propri figli, che ne conosce le fatiche e i desideri, che li vede andare avanti e tornare indietro e poi ripartire e poi fermarsi e poi cadere e rialzarsi e cercare e tormentarsi e sperare, una madre lo sa che oggi ventiquattro anni sono troppo pochi per essere «il più anziano».
Fino a cinquant’anni fa un prete, per il solo fatto di avere studiato e grazie alla sua formazione scolastica liceale e agli studi di teologia, già a ventiquattro anni poteva godere di una posizione sociale superiore rispetto alla maggior parte delle altre persone, che a mala pena arrivavano a completare la scuola dell’obbligo. Si tratta di una semplice e banale constatazione di tipo sociologico: negli anni Settanta, poco più del 2% della popolazione italiana era laureata; oggi raggiunge la laurea un giovane su tre, e di questi laureati le donne rappresentano circa il 55%.
È evidente che, oggi, non è più possibile pensare che sia sufficiente una laurea in teologia per fare di un ragazzino di ventiquattro anni un presbýteros, cioè una figura con un «di più» di autorevolezza. È evidente che ordinare sacerdote un ragazzo di ventiquattro anni significa, oggi, buttargli addosso oneri esistenziali che difficilmente a quell’età si è adeguatamente preparati ad affrontare.
***
Ma se c’è la vocazione?, mi dirà qualcuno. Se c’è la vocazione, se c’è la chiamata, chi siamo noi esseri umani per impedire alla voce divina di chiamare a farsi preti anche dei giovinetti?
Ripenso al documento contenente la Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, pubblicato lo scorso 4 dicembre 2025, e al tono di benevola sufficienza con cui la chiamata al diaconato avvertita da alcune donne viene riduttivamente definita «sensazione», anziché «vocazione». Mi fa specie la sicurezza – o forse sarebbe meglio dire la sicumera – con cui tanti uomini di Chiesa si propongono come garanti della chiamata divina, convalidando senza tentennare la vocazione di alcuni e negando in via pregiudiziale quella di altre.
Forse, se nella formazione di Alberto ci fosse stato un confronto serio e sincero con delle donne autorevoli – delle insegnanti, delle suore, delle formatrici, delle madri spirituali – con compiti di guida e di accompagnamento nel suo percorso di crescita umana e spirituale; forse, se i suoi formatori avessero avuto a cuore di non mandarlo prematuramente allo sbaraglio con tutta la carica incontenibile della sua esuberanza giovanile; forse, se non si avesse l’ansia dei seminari che si svuotano e dei numeri dei preti in calo; forse, non sarei qui, oggi, a scrivere di un ragazzo che ha l’età dei miei figli e che, con la sua scelta di essere o non essere prete, ha trovato il modo di spopolare sui social.






Curioso che venga richiesto il contributo delle donne per la formazione dei preti ma non vadano bene per fare i preti.
Non condivido “ il senso” dell’ articolo di Anita Prati . Ho letto e ho ascoltato in diversi video il perché della scelta di lasciare il sacerdozio di ( don ) Alberto Ravagnani e non mi sento di giudicarlo . Alcune sue motivazioni le comprendo, altre un po’ meno . Però mi unisco alla sofferenza di Ravagnani quando parla dell’ odio e del disprezzo mediatico che ha ricevuto soprattutto da uomini / donne di chiesa all’ indomani della sua SCELTA . E su questo forse dovremmo tutti quanti soffermarci a pensare .
La scelta di don Alberto Ravagnani viene ritenuta e commentata come un’impresa in solitaria. Al fianco di lui non risulta essere stato nessuno dei confratelli, dei fratelli e sorelle nella fede, dei superiori che lo hanno istruito, scelto e ordinato. Proprio nessuno si è cimentato nel trattenerlo, considerando in amicizia un piano e una strategia perché egli potesse espletare i suoi indubbi carismi all’interno della sua missione presbiterale? Mi pare emergere vistosamente che sia stato lasciato solo. E perciò abbia imboccato in esclusiva la via del successo mediatico cui era particolarmente portato. Io sono convinto che là non mancherà la sua testimonianza di fede, alla portata di una moltitudine di giovani, i quali però non arriveranno mai ad essere desiderosi di un’appartenenza alla Comunità che il loro leader ha abbandonato.
I ben informati, qui da noi a Milano, sanno che non è così. Se è ambrosiano, lo chieda ai suoi preti. Le mani tese vanno strette…
Buona sera a tutti
Sono un prete che ha conosciuto qualche amico di Don Alberto e per “lavoro” mi è capitato di partecipare a incontri dove si parla di presbiteri, del carico del ministero… posso assicurare che di occasioni per fermare il treno in corsa ne sono state offerte più di una.
Ma credo che, alla fine, la responsabilità sia sua.
Non ho letto il libro per intero … io credo che qualche sollecitazione sia buona; credo abbia scelto un modo pessimo per esporle (troppo business); e sono offeso per l’immagine che scaraventa su tutti quei preti giovani che in modo libero stanno dando la vita per il ministero cosi come anche per quelle coppie giovani che fanno di tutto per far crescere il loro legame.
C’è un paradosso che andrebbe spezzato. Sembra quasi arrivare a dire: il Signore mi ha chiamato a divenire prete, affinché potessi lasciare per essere libero!… wow! Che aguzzino questo Dio! Non è così. Occorre chiamare le cose con il loro nome: c’è un fallimento. Certo … ci si deve rialzare anche con qualche osso rotto (Brignone insegna!).
Aggiungo una ultima cosa: nei primi video e fino a poco tempo fa don Alberto era super ortodosso nei contenuti video. Tanti catechisti hanno usato i suoi video come provocazioni perché erano fatti bene, chiari nell’esposizione e nella dottrina. Era sempre vestito con il clergy, sempre di nero.
Da un certo momento qualcosa è cambiato e anche i contenuti hanno iniziato ad essere meno ortodossi.
E anche la sua immagine è cambiata.
Credo che questo sia il segno di un cambio avvenuto in lui.
Di per sé credo sia vero che abbia fatto verso la maturità… ma non era obbligato ad arrivare alla maturità facendo questo passo. C’erano altre vie.
“Non ci voleva uno psicologo, né tanto meno un team di psicologi o di esperti accreditati… Bastava l’occhio di una madre di famiglia.”
Io chiederei rispetto. Per la storia di questo uomo, dei suoi formatori, delle persone che stanno soffrendo.
Immaturità evidenti? Le abbiamo tutti e tutte.
Le questioni sono complesse, come ci si può permettere di semplificarle così?
Rimango amareggiato che chi fa parte della redazione di un blog, che conta milioni di lettori, si permetta di scrivere parole di un tale peso e superficialità.
Mi sento di chiedere alla Redazione di vigilare bene su quanto viene pubblicato.
Sinceramente sono scocciato. Nei commenti va bene, ognuno parla, ma nella stesura di un testo uno dovrebbe pensare bene contro chi parla e quale male e quale giudizio esprime.
Grazie.
Se avesse letto il suo libro avrebbe compreso che la scelta non è stata affatto molto smart, veloce e leggera, senza alcun dramma esistenziale e crisi profonda. Ma è stata tutt’altro. Per favore, abbia almeno un po’ di rispetto fraterno.
Non condivido la sua scelta e ne sono dispiaciuto, ma nel libro, nella seconda metà, scrive tante cose, alcune che non condivido, altre sulla vita in seminario che non conoscevo, non avendolo mai frequentato, sulle quali riflettere; e altre ancora sulle quali sicuramente discutere, ma sono argomenti già ampiamente conosciuti (a parte il fin troppo discusso celibato, se si vuole pure di quello, ma per me deve esserci, vita monastica o secolare che sia).
Qui sottolineo che non condivido la sua motivazione di fondo.
Il volere a tutti i costi riempire le chiese, le messe di giovani e adulti, indifferenti, non credenti; il voler a tutti i costi far piacere la fede cattolica a coloro che ne sono lontani, adattandola e modernizzandola a tale scopo, a partire dalla liturgia per renderla più attraente soprattutto ai giovani. La liturgia, le preghiere e altro comunque si potrebbero modificare, migliorare, ma cum grano salis.
Ci tengo a specificare, anche per il prosieguo, che ho amato il pontificato di papa Francesco e sono dalla sua parte.
Gesù dice «non temere piccolo gregge». Forse resteremo sempre tale (ma non si fraintenda perché siamo l’elite, il club dei migliori, niente affatto).
Viviamo in un’epoca post-cristiana, secolarizzata come scrive anche don Alberto, dove Dio è ai confini.
Ma la teologia non è democratica, così come non lo è la scienza (preciso che sono laico e non ho studi teologici).
L’intenzione, pur lodevole e meritoria, di voler contrastare a tutti i costi la fuga dei giovani dopo la Cresima, l’abbandono dei sacramenti da parte degli adulti, dal battesimo al matrimonio, il rivolgersi a indifferenti e non credenti, non può voler dire piegarsi alle loro richieste e desideri. Per esempio, e questo lo dico io, trasformando le chiese in sale da ballo similmente a talune grandi chiese evangeliche, protestanti. Ma per favore. Se uno vuole andare a divertirsi che vada in altri posti.
Se poi molti indifferenti, credenti, non credenti, per esperienze di vita loro, considerano il sacerdote come un giudice morale da tenere lontano, dispiace sì, ma è un problema loro, e comunque non per questo abbandono i vestiti da prete. Personalmente ho grandissima ammirazione per tutti i consacrati, uomini e donne, sono felice quando li vedo già da lontano, è non ho mai avuto questo pensiero.
Il periodo del catechismo purtroppo è come la scuola dell’obbligo, nella quale si impara a leggere e scrivere. Terminata c’è l’abbandono. Ma, insieme ai sacramenti, si piantano dei semi.
La domanda di senso, sul senso della vita, ce la si pone, se ce la si pone (non c’è l’obbligo), da adulti e al limite in prossimità della morte; credenti, e non credenti purché pensanti (come scrive don Alberto citando la distinzione di Maria Martini).
In questa epoca post-cristiana passiamo da una fede di appartenenza a una fede di scelta.
Tutti noi siamo e diventiamo differenti, nel corso della vita, per tantissime cose. La scelta di aderire alla fede cattolica la faranno in pochi.
Ognuno è libero di trovare risposte nell’agnosticismo, nell’ateismo, nell’ateismo filosofico, nelle altre religioni, nella spiritualità fai da te con mix di varie religioni al supermercato delle religioni;che non sono tutte uguali e il cristianesimo non è una fra le tante (don Alberto parla di coach spirituali e di marketing).
Purtroppo dobbiamo ricordare che Gesù dice anche «il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Per chi crede, guardando con occhi spirituali, tutto quello che accade a Messa è bellissimo.
Già una cosa basterebbe ad aumentare i fedeli, adulti, a messa.
Non approvo che non si informi (non ho detto si obblighi ma solo che si informi, in modo soft, ci sono tanti modi per farlo) chi è presente alla liturgia (per la prima volta o meno) che alla consacrazione, chi può, si deve inginocchiare, davanti a Gesù che è lì davanti a noi (gesti e atteggiamenti del corpo nel Messale Romano; in piedi e seduti si dice; in ginocchio quasi mai).
Immagino il motivo del non farlo sapere, l’abbandono di tanti alla prossima messa, e alle relative omelie, che insegnano tante cose; i fedeli si ridurrebbero ancora di più. Ma è grave. Un musulmano lo fa ogni giorno dinanzi a Dio che è “in cielo”; e se si è convertito al cattolicesimo ed è a messa che cosa deve pensare? E se ci fosse un protestante, invitato per esempio al battesimo di un suo parente, e vede i cattolici che restano ritti e impettiti in piedi? Che figura.
Le chiedo scusa per questo commento, per errore ho scritto sotto il suo post, avevo aperte più schede nel browser. E’ la risposta ad un commento nell’articolo “Interrogativi a partire dalla «scelta»” di Fabrizio Mastrofini.
Scusi la presa diretta: io ho pensato esattamente la stessa cosa. In nome del principio autoritativo reescogitato della mater familias, sulla sola base affermata con certezza della personale ignoranza delle motivazioni e del reale dato biografico di A.R. e squalificando così tutti insieme i pareri di un non necessario “team di psicologi”, la voce di una cosiddetta non meglio precisata esperienza femminile ha fatto valere tutto il peso del pregiudizio non analitico e di una artificiale verità preconfezionata. A me però questo è sembrato assai strano, a confronto dell’abituale standard qualitativo appunto degli interventi redazionali. Grazie e saluti.
Una volta ho sentito dire che Dio assomiglia molto ai nostri TomTom, perché sa ricalcolare continuamente i percorsi esistenziali, molto meglio di noi. Non mi trovo d’accordo con il contenuto né i commenti sul prete ragazzino e poveretto. Perché in fondo non fanno che esaltare in chiave sacrale, pur non esplicitandolo, la figura del prete e della vocazione. Come se lasciare l abito fosse un dramma insuperabile o un biasimevole tradimento. Ci si può sbagliare, forse altri ti fanno sbagliare alzando troppo l asticella. A volte, più spesso di quanto si pensi, occorre più coraggio a tornare sui propri passi che non ostinarsi su una strada che non ci rende felici. Mi pare, leggendo i commenti di questi cattolici tutto d un pezzo, che ci sia bisogno di meno intransigente sacralità e di più comprensione umana verso i vissuti altrui.
Sarebbe bastato non sbandierarli con l’intento di battere cassa e promuovere se stessi. Chi semina vento, raccoglie tempesta
Comunque posso dire? 40 commenti su La scelta del prete e 20 sui viri probati, anche questo è clickbait
Gentile Angela,
replico al suo commento, pubblicato come tanti altri, per sottolineare che in questo web la pratica del clickbaiting non è utilizzata e gradita.
Peraltro è essa una strategia di marketing che, attraverso pubblicazione di comunicazioni allusive e fuorvianti, catalizza navigazioni su contenuti divergenti dal “hook” di aggancio; non mi pare di ravvisarla né negli articoli da lei citati, né nel resto delle nostre pubblicazioni.
Tale pratica, che ha toccato la sua auge a metà del secondo decennio del ventunesimo secolo, è oggi marginalizzata quando non deprecata perché penalizzante; gli strumenti di ricerca semantica sono sempre più evoluti.
Al di là dei tecnicismi, comunque opportuni al fine di precisare il nostro modus operandi da un lato, ma parallelamente utili per contribuire nel nostro piccolo alla cosiddetta “digital literacy” dei frequentatori, in questo blog informativo seguiamo tematiche relative alla vita della Chiesa tout court; tra esse, naturalmente, quelle inerenti alla vita del prete. Tali tematiche, come è evidente, sono di largo interesse per la comunità dei nostri lettori così come più generalmente, con buona probabilità, per i fedeli o coloro che ad ogni grado ritengono la Chiesa parte integrante della nostra complessa società.
Comunque posso dire? Solo sul primo lei ne ha scritti 6…
Ma si ha perfettamente ragione, però ho commentato anche gli articoli sull’intelligenza artificiale sia quello di oggi che quello di qualche giorno fa, se un argomento non coinvolge gli altri che fai ti rispondi da solo?
Poi tanto sull’intelligenza artificiale arriverà un’enciclica e si approfondirà così..
Io penso che sia giusto solo fare una cosa: PAREGARE e nient’altro, ogni commento è un po’ di troppo…
Sono sostanzialmente d’accordo sul fatto che chiamare presbitero un venticinquenne è cosa… d’altro tempi. E per favore lasciamo che lo Spirito Santo faccia in pace il suo lavoro, che lo sa fare bene, senza forzarlo noi a fare da tappabuchi in situazioni umanamente imbarazzanti. Mi chiedo a tal proposito quanto meglio potrebbe operare lo Spirito Santo in un contesto in cui, chi si prepara al presbiterato, può crescere prima di tutto in umanità, confrontandosi serenamente con adulti uomini e donne che, con le loro fatiche, le loro fragilità ma anche con la loro esperienza e con i propri doni, camminano insieme alla luce del Vangelo. Alla conclusione del periodo di studi seminaristici potersi inserire in contesti/comunità mettendosi a servizio del Vangelo. Condividere per qualche anno delle responsabilità e verificare, in un discernimento comunitario, il proprio cammino vocazionale.
Un aspetto che non aiuta in questo senso, è che ancora persiste un approccio clericale alla formazione per cui prima di essere prete puoi niente e dopo l’ordinazione puoi tutto. In una futura comunità cristiana, in cui si cercherà di vivere una diffusa Ministerialità Battesimale, forse sarà possibile diventare presbiteri forse con qualche anno in più. Quando, magari, la comunità avrà voce in capitolo sulla formazione e avrà avuto qualche anno di tempo per discernere, insieme con il candidato al sacerdozio, la sua vocazione.
Resto colpito da questo clamore. Sembrerebbe, secondo il pensiero di vari, che la scelta di prendere i voti cambi la natura umana. Seppure tale scelta preveda introspezione e discernimento, forse più che altre scelte, questa non cambia in ogni caso la natura di chi la opta. Il prete, per dirla in altri termini, rimane un essere umano, come tale volubile, superficiale, fragile, egoista. Oppure l’aspettativa è altra? Oppure si pensa davvero ad un’aura mistica attorno ad ognuno di essi? La maggior parte dei preti conosciuti sono uomini normali, per di più con una lettura della vita incompleta e di profondità modesta. Se prendendo i voti si acquisisse quella consistenza che a tutti noi manca, i seminari sarebbero probabilmente pieni, ma non mi pare vada in questo modo.
In tanti cambiano percorso senza clamori; può farlo anche Alberto Ravagnani, è nel suo pieno diritto. Ha preso una via, durante il percorso ha scoperto nuove parti di sé, nuove opportunità, ha cambiato la via. Ha commesso peccati? Non siamo noi a doverlo dire, ma certamente le pietre scagliate da tanti fanno supporre in giro circolino molti privi perfino del peccato originale.
Condivido!
Grazie. Sarebbe da inviare a tutti i suoi formatori.
Non passa giorno che non si veda un selfie di questo ragazzo o un articolo su di lui. Se non altro ha centrato il segno. Fa parlare. Sul fatto che la vocazione sia sindacabile a ventiquattro anni ci sarebbe invece da dire molto di più. Quello che manca, a mio parere, è una compagnia seria, una amicizia solida che ti prenda a sberle dicendoti ‘ma ti vuoi ripigliare?!’. Ti puoi togliere l’abito ma sei prete per sempre, occorre che un vero amico te lo ricordi, non è che ti sei sbagliato, è che sei rimasto solo davanti al cellulare.
Chissà come va la vendita del libro!
Don Ravagnani non è che il frutto dell’eredità di un certo Cardinal Martini che diceva che la Chiesa era rimasta indietro di 200 anni. Ecco ora siamo perfettamente in linea con la società attuale: vuota, infantile, egoista e vanesia. Complimenti, avanti così!
Se si vuol mettere dentro il Cardinale Martini in questa riflessione facciamolo in modo intelligente e serio. Liquidare il suo magistero con una frase mi sembra per dire poco irrispettoso.
Povero Cardinal Martini, travisato da commenti così aberranti e ottusi…
https://www.avvenire.it/multimedia/don-ravagnani-a-fedez-basta-con-il-bullismo-online_63248
Mi sono ricordata di questo episodio: 2022, nel 2026 Fedez ha una nuova compagna e ha rotto burrascosamente con Ferragni, il Don uguale. Non serve nemmeno stupirsi più di tanto, il mondo funziona così da tempo, forse funzionava così anche prima e le persone rimanevano nel loro ruolo perchè era più difficile rompere. Paradossalmente sono più interessanti (e sobrie) le pagine instagram ufficiali, ad esempio La Chiesa di Bologna, la Comunità di Sant’Egidio, Civiltà Cattolica. Ma è così anche in ambito laico, meglio la pagina del Mulino rispetto a quella di Calenda.. Sui social l’attenzione è sempre effimera, bisogna sempre alzare la dose per non finire ignorati dall’algoritmo. Non so quanto convenga perderci troppo tempo in queste modalità, un po’ se ne è parlato per il giubileo degli influencer cattolici.
https://www.wired.it/article/giubileo-degli-influencer-cattolici-missionari-digitali-esperienza-racconto-interviste-benedetta-palella/
Sembra che il cattolicesimo non riesca a trovare un nuovo equilibrio tra una cultura (anche teologica o biblica) spesso altissima, e un linguaggio popolare che non riesce a rinnovarsi..
https://www.instagram.com/borgolaudatosi/
Una pagina molto bella ed equilibrata ad esempio è questa. E vedo che è seguita da alcuni influencer americani, poi vediamo come finirà, alla fine si va per tentativi..
Non condivido assolutamente l’opinione dell’articolista di considerare incapaci per il presbiterato i giovani di ventiquattro anni, perché si tratta di un giudizio ingeneroso, affrettato, pesante e avulso dalla realtà, spalmato su un’intera generazione. Come si può pensare che sia razionale un giudizio su tutti i ventiquattrenni maschi italiani in un articolo che doveva mettere a fuoco la vicenda di un trentenne? Da qui si vede che la giornalista è completamente fuori tema.
Ritengo che al signor Alberto Ravagnani debbano andare tutta la stima e il rispetto possibili per la sua vita e le sue scelte, anche se queste ultime non sono condivise.
Spiace tuttavia che la sua vicenda ministeriale sia terminata con l’abbandono, perché durante la pandemia avevo trovato innovativa, coraggiosa e coinvolgente la sua intuizione di usare i nuovi media per raggiungere gli oratoriani.
Rimetto alla preghiera ogni augurio al signor Ravagnani e alle persone che avevano da lui ricevuto incoraggiamento ed entusiasmo.
Dobbiamo tutti pregare per i preti, per tutti i preti.
Si tratta di uomini, giovani o anziani, che rinunciano a tutto per amore di Cristo.
Dobbiamo stare vicini a loro, aiutarli e sorreggerli.
Non è facile oggi e sarà ancora più difficile domani.
Certo i Vescovi dovrebbero evitare di mandarli allo sbaraglio.
Non è sufficente un’analisi solo di tipo sociologico/psicologico. Negli ultimi mesi abbiamo avuto sacerdoti che si sono suicidati, altri che hanno abbandonato dopo lunghi periodi di riflessioni e molti anni di servizio sacerdotale (vedi don Mario di Montebelluna)… Centinaia di sacerdoti in tutto il mondo lasciano ogni anno il loro servizio sacerdotale. La società è cambiata profondamente, ma il percorso per diventare sacerdoti è rimasto sostanzialmente il medesimo da molti lustri. C’è la necessità di una più approfondita analisi che riveda la figura del prete sia nell’ambito ecclesiale, dove la comunità sia capace di cogliere i cambiamenti necessari e nel contempo comprendere che la cosiddetta “opzione fondamentale” non è una scelta fatta una volta per tutte, ma un percorso che si chiude forse con la stessa fine terrena delle nostre vite.
Vi siete mai posti la domanda di come San Paolo ha diffuso il Vangelo e d ha frondato chiese in tutto il Mediterraneo? Si fermava in una città, predicava e riuniva un gruppo di fedeli formandoli, ed al momento di partiva si guardava intorno e sceglieva tra i credenti la persona più adatta a guidare la nuova chiesa locale. Sposato o celibe non importava, doveva essere il più adatto per fede ed autorevolezza e capacità di governo. A me pare che il criterio di Paolo sia meglio del criterio della curia romana. Ma se la chiesa vuole continuare a farsi del male, avanti così.
Io penso che se un giovane oggi ha la vocazione bisogna che trascorra degli anni come missionario, affinché si sganci dal materialismo che ci circonda e impari a vivere senza gli agi e tanti studi spesso inutili dei seminari, in questi posti si, inconterà Gesù vivo!
Concordo! L’esperienza missionaria, almeno una buona parte del cammino di formazione iniziale, in un contesto culturale e magari anche linguistico diverso dal proprio sarebbe una bella, salutare e arricchente sfida umana e di fede.
Concordo che l’esperienza missionaria possa far bene. Lo dico per esperienza personale, 11 anni in Ecuador. Ma assicuro che non è il luogo ma il come che fa la differenza. Senza voler mettermi a fare la morale ad altri… ho però presente un lungo elenco di missionari che non sono stati minimamente “toccati” dall’esperienza fatta. Abbiamo bisogno di vivere in contesti formativi, comunità di uomini e donne, dove degli adulti si confrontino in modo sincero e aperto sulla propria umanità e si aiutino a vivere il Vangelo. Essere disposti a mettersi in relazione, in modo autentico e fraterno, essere disposti a mettersi in discussione nel confronto con altri alla ricerca insieme di quella luce che può illuminare i propri passi…
“Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.”
San Paolo.
Ma lei ha mai sentito parlare dello SPIRITO SANTO?
Quel che mi preoccupa di più non è lo spopolare sui social, ma il prezzo di “scandalo” – nel senso strettamente evangelico – che la Chiesa sta pagando e pagherà…
Sui social scoppiano faide ogni momento e il pubblico mediamente si polarizza, metà sta con una delle parti metà con l’altra di qualsiasi cosa si tratti. E’ accaduto così anche con il figlio dei Beckham che ha rotto platealmente con i genitori. E’ come vivere in un condominio ma molto più grande..
Nel caso di Alberto Ravagnani – ormai non più don – concordo con lei. Da quello che ho potuto vedere e capire mi sembra un “Peter Pan”, un ragazzo che nel ministero ha fatto e fa fatica a diventare uomo. Poi i motivi da lui addotti li trovo un po’ fallaci. Lu parla di santità, di fatica di vivere il celibato (cosa che tra tutte trovo la più vera). Dice di lasciare il ministero perché i suoi giovani faticano a stare nella Chiesa. Mica uno Charles de Foucauld ha lasciato il ministero perché attorno a sé aveva uomini che non credevano nel suo Dio ( https://youtu.be/urrRyDU9y7s?si=3XxYCLtRi3IMSvFP). Eppure Charles de Foucauld è santo! Mica una Madeleine Delbrêl ha abbondonato la fede perché attorno a sé aveva comunisti , atei (https://www.youtube.com/watch?v=v1sH4VpEUdo)? Il tutto ha il sapore di logica mondana, direbbe Papa Francesco.
Guardi che c’è anche un numero considerevole di giovani suore che pensavano in una direzione poi invece sono rimaste incinta, o si sono fidanzate, e senza grandioso scalpore si sono sposate e sono diventate madri, facendo bene lo stesso.. Non è rimasta incinta una madre badessa di età matura da far restare tutti perplessi, ma in giovanissima età o preti o monache è plausibile che possano cambiare idea….
Ho lasciato un commento che non mi ritrovo
Valete ac shalom a tutte e tutti ☮️ .
La questione Ravagnani non si puo’ affrontare guardando dall’alto in basso lui e esprimendo giudizi generici. Tre sono, mi pare, le domande fondamentali da porso ecclesialmente oggi: come e’ opportuno formare alla vita presbiterale chi desidera diventare presbitero? Quali sono le caratteristiche essenziali per un prete oggi, non ieri o l’altroieri, ma oggi? Si e’ consapevoli che per cercare di essere testimoni credibili dell’amore del Dio di Gesu’ Cristo occorre che la capacita’ di intessere e mantenere relazioni umane sincere e cordiali sia al centro della formazione e dell’identita’ di qualsiasi persona, in particolare dei candidati non al sacerdozio, ma al presbiterato? Rispondere a queste semplici domande mi parrebbe importante per superaee polemiche sterili e guardare con fiducia al futuro nella speranza che si arrivi a ordinare i “viri probati” e a consacrare donne diaconesse, al di fuori di qualsiasi tentazione clericalizzante negativa. Ogni stato di vita ecclesiale ha la medesima dignita’ battesimale e tutti coloro che ne sono parte possono, se vivono in spirito di servizio intelligente, libero ed appassionato, fare del gran bene all’esistenza comune.
Un commento impietoso e ingiusto. A 24 anni ci si sposa “per sempre”: è meno gravoso? Conosco diversi preti più che preparati e maturi che hanno lasciato il ministero: “ragazzini” anche loro? E quelli che restano ma avendo una doppia vita, ci vanno meglio? Si potrebbe proseguire con la casistica soggettiva. Più oggettivamente credo che l’errore stia nel manico, cioè nella sacralizzazione di una figura che dovrebbe essere considerata semplicemente un servizio, addirittura un “mestiere”, magari da fare anche a tempo. Consideriamo così anche professionisti delicatissime come il medico, il politico, l’infermiera… perchè non il prete?
Potrei anche essere d’accordo con Beretta. Certo che occorre riconoscere che così facendo si buttano alle ortiche 1000 e più anni di storia della Chiesa (o di balle che ci hanno raccontato preti e teologi).
Ma da decenni non si riescono nemmeno a cambiare le virgole di documenti conciliari, CCC, CDC, encicliche, dogmini e dogmetti…
Perché non provate a farvi preti e dopo un po’ di tempo che lo siete ripensate alle affermazioni qui riportate?
Concordo con l’autrice: l’immaturità dimostrata da Ravagnani è tanto più grave quanto più legata al sacerdozio ministeriale. E del gossip fa pure cassa
Poveretto? A me, che un giovane abbia il coraggio di fare una scelta così importante sembra una “bella notizia”. Ci sono troppi preti che restano nel ruolo controvoglia, e lo portano avanti facendo più danni che bene. Non è un “tradimento”, ma una presa di coscienza.
È un tradimento eccome. Provi ad applicare il suo argomento ai mariti o alle mogli, che faticano a restare fedeli e invece di cedere (da immaturi) al “restare controvoglia” si impegnano (da adulti) a restare fedeli. Fedeli a sé, alla Chiesa, al giuramento fatto davanti a Dio
Si può definire presbitero, un anziano nella fede, chi ha fatto un lungo cammino di discepolato, messo alla prova dalle croci della vita ed in grado di dire una parola autorevole alla comunità cristiana.
“Non si può ordinare prete uno che è poco più di un bambino”: a maggior ragione non si può imporre una fede a uno che è appena nato.
Imporre? Donare. Come il cibo, il vestito, l’affetto. Nessuno sceglie di nascere, ma si diventa preti per scelta. Ecco le differenze da non dimenticare
Sono in disaccordo con l’autrice di questo articolo e di certo non condivido il suo facile giudizio su questo giovane ex sacerdote, “poveretto”, né il discorso sulla “madre di famiglia” e tutto il resto, di cui non sappiamo niente. Io definisco, semmai, questo ragazzo forte e coraggioso perché ha preso la sua sofferta decisione senza farsi intimorire dai giudizi altrui. Ognuno ha il diritto di decidere della sua vita come gli pare. Questo giovane sacerdote ha deciso di lasciare una condizione di vita che non gli andava più bene: perfetto, è giusto così, è stato onesto con sé stesso e con gli altri. Gli auguro ogni bene per il suo futuro. L’onesta è una dote rara e la ricerca della felicità è diritto di ogni uomo.
Dal momento che lei si definisce “non credente” penso che lei non conosca il significato del Sacramento del sacerdozio. Mi permetta
Credo sia la prima volta che mi trovo in totale disaccordo con Anita Prati. Da un lato, afferma sostanzialmente che chiamare “presbitero” un 24enne è ormai socialmente ridicolo; dall’altro, sembra riportare il tutto ancora una volta alla relazione col femminile di questo singolo prete, che forse non ha avuto la possibilità di confrontarsi in modo serio e maturo con figure di donne autorevoli e responsabili, perché magari non gli è stato consentito. Mi sembra una lettura profondamente riduttiva. Per esempio, questa lettura non tiene in nessun conto l’immaginario sacrale e sociale col quale qualunque candidato al ministero ordinato deve fare i conti, in relazione ad aspettative che si ritiene il prete sia tenuto ad assolvere in base alle “regole di ingaggio”. Per esempio, ancora, questa lettura non tiene in nessun conto il completo superamento delle classiche tre età della vita (formazione – in vista di un lavoro stabile – che ti condurrà alla pensione) che caratterizzavano il funzionamento della società fino a pochi anni fa, mentre oggi a chiunque è richiesto di poter rimanere a galla in una precarietà esistenziale dalla quale il prete sembra immune. Perché nell’Italia del 2026, quella dei preti è appunto l’unica categoria umana alla quale a 24 anni è garantito uno stipendio fisso a vita. E quando un prete decide di sporcarsi le mani con quella precarietà, allora è un immaturo. È molto facile liquidare il tutto in questi termini. Non mi interessa “difendere” Ravagnani nelle scelte quotidiane che ha fatto e che farà; ma semplicemente, di fondo, rimane evidente il tentativo di un giovane uomo di vivere da prete nella società di oggi, con tutte le sue contraddizioni. E il suo accorgersi di non riuscirci, anche a motivo dell’aura sacrale alla quale i preti non credo saranno mai disposti a rinunciare, perché se ci provassero seriamente smetterebbero probabilmente di esistere come categoria.
Mi pare che i sacerdoti al contrario condividano la precarietà esattamente come i laici che si sposano e in numero considerevole divorziano. Nessuno può garantirti che una scelta qualsiasi, laica, religiosa o lavorativa e di studio funzioni.
Su due piedi questa storia è più legata a dinamiche social proprie del mondo digitale e mediatico. È difficile non farsene dominare un pò per tutti.
Mah stessa storia per Suor Cristina, è difficile manovrare le dinamiche mediatiche e social senza farsene travolgere. Peccato, perché questo tipo di visibilità e successo dura poco, una suora che canta fa notizia, una ragazza che non lo è più, molto meno