La sfida formativa nel tempo dell’IA

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villa1

Anita Prati ha scritto su SettimanaNews “La scelta del prete” (12 febbraio 2026), entrando nella storia di Alberto Ravagnani. Mi soffermo su un aspetto che va oltre la vicenda personale del giovane prete Alberto, della mia stessa diocesi, e aiuta a cogliere un contesto più ampio, non secondario a tutti, giovani e anziani, preti e laici. Che il buon Dio ci ispiri parole di consolazione e di incoraggiamento. 

Fino a cinquant’anni fa un prete, per il solo fatto di avere studiato e grazie alla sua formazione scolastica liceale e agli studi di teologia, già a ventiquattro anni poteva godere di una posizione sociale superiore rispetto alla maggior parte delle altre persone, che a mala pena arrivavano a completare la scuola dell’obbligo. Negli anni Settanta, poco più del 2% della popolazione italiana era laureata; oggi raggiunge la laurea un giovane su tre, e di questi laureati le donne rappresentano circa il 55%. 

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Sono stato ordinato cinquant’anni fa. Da allora molto è cambiato, ma qualcosa continuiamo a darlo per scontato: per colmare ciò che mancava nella vita ci si affidava alla formazione scolastica. E, a quanto pare, ancora oggi: “raggiunge la laurea un giovane su tre”. 

Ma negli ultimi anni è accaduto qualcosa di nuovo. Non solo con i social, ma soprattutto con l’IA. Carl Raschke, in un testo riportato su questo sito il 9 febbraio, afferma che l’IA “liquida queste scarsità praticamente dall’oggi al domani”, perché “gli algoritmi stanno sostituendo proprio quei lavori per cui erano stati accuratamente formati”. Questo vale per le università e vale anche per le facoltà teologiche. Uno studente qualunque può ricevere dall’IA più informazioni che da un intero corso tradizionale. 

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Questo accumulo produce effetti profondi: l’IA introduce un nuovo regime di veridizione che altera l’equilibrio tra ragione ed esperienza. L’IA non è un testimone oculare: non ha “visto”, ha “calcolato”. Eppure, la sua capacità di sintetizzare enormi quantità di dati crea un’illusione di pienezza che sostituisce la ricerca. La verità non passa più per l’autorevolezza della fonte, ma per l’efficienza dell’output. È una verità statistica, non ontologica. 

In questo contesto, papa Francesco ha più volte messo in guardia dal rischio che l’IA riduca l’utente a un “consumatore passivo” di contenuti modellati sui suoi desideri, indebolendo la capacità critica e il discernimento. È una forma di assecondamento cognitivo che conferma invece di formare. Se la verità diventa ciò che “funziona” per l’utente, e non ciò che lo interpella, la formazione perde il suo carattere generativo. 

La “pienezza” diventa così un anestetico della passione. Se, un tempo, la verità si cercava con l’ansia dell’appassionato, oggi l’IA risponde prima ancora che la domanda sia pienamente formulata. Quando la risposta è immediata e onnicomprensiva, viene meno quel desiderio che è il motore della conoscenza. La passione si spegne nel consumo di informazioni. 

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Nasce così un paradosso: abbiamo la pienezza delle risposte (ragione computazionale), ma rischiamo di perdere il senso della certezza (fondamento esistenziale). L’IA può dirci cosa è scritto nel Vangelo di Luca in un secondo, ma non può generare quel legame di fiducia che permette a Teofilo di dire: “Su questo fondo la mia vita”. 

L’IA tende a presentare la verità come neutra, oggettiva, definitiva. Ma così elimina la dimensione soggettiva della verità. La veridizione era una ricerca che impegnava; la verità dell’IA è una verità che serve l’utente, ma non lo trasforma. 

E allora la domanda per oggi è semplice e radicale: se la veridizione è delegata a un algoritmo che simula la ragione ma non possiede la passione, come possiamo recuperare il ruolo di Teofilo? 

Forse la sfida moderna è proprio questa: usare la pienezza dell’IA come punto di partenza, non come traguardo. Restituire alla ricerca del vero quel carattere di “investigazione accurata” che richiede tempo, dubbio e, soprattutto, un coinvolgimento personale che nessuna macchina potrà mai simulare. 

Per Teofilo, l’esame di veridizione non è stato un controllo sui singoli fatti (non poteva andare a intervistare i testimoni di persona), ma un riconoscimento della validità del metodo di Luca. L’esame di veridizione di Teofilo è, dunque, un atto olistico: egli usa gli strumenti del funzionario per verificare la coerenza, ma lo fa con l’ardore dell’amante per trovarvi un senso per la propria vita. 

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Se il mondo degli adulti ha costruito server sempre più grandi per contenere tutto, oggi dobbiamo insegnare ai giovani a “potare” i dati per far crescere la verità. La veridizione non può avvenire in un sistema saturo, perché la verità ha bisogno di spazio, di vuoto e di silenzio per essere compresa. 

Luca non ha dato a Teofilo tutti i dati possibili su Gesù (lo dice anche Giovanni alla fine del suo Vangelo: «il mondo non basterebbe a contenere i libri»); gli ha dato una narrazione selezionata perché Teofilo potesse trovarvi un orientamento. 

Una nuova sfida pedagogica. Dobbiamo forse insegnare che la “certezza” non si ottiene accumulando dati (che portano solo all’ansia e allo smarrimento), ma imparando a discernere nel fiume del tempo. Passare dalla “quantità dei server” alla “qualità del racconto”. 

In questo contesto di appiattimento temporale, come possiamo aiutare un giovane a percepire che la propria vita non è un “dato” tra i tanti in un server, ma una storia che ha un inizio, uno sviluppo e una meta? 

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Un commento

  1. Angela 19 febbraio 2026

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