
Uno dei modi per comprendere il senso della psicoanalisi è forse quello di porci in ascolto di pensatori che non siano psicoanalisti. Di filosofi, come direbbe il mio compianto maestro Salvatore Veca, “vagamente freudiani”.
Torniamo a leggere l’opera di Charles Taylor Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna: «Coloro che aspirano a una visione distaccata e oggettiva delle cose e quindi vedono nel predominio della ragione una forma di controllo razionale delle emozioni derivante dall’adozione del distacco proprio della scienza – ossia coloro che si ispirano a quel tipo di modernità che ha il suo prototipo e spesso il suo modello in Freud – ovviamente ritengono che il predominio della ragione sia un obiettivo che si consegue lentamente e gradualmente» (p. 65, corsivi miei). Un’affermazione assai impegnativa: Freud come prototipo e possibile modello del controllo razionale.
Non solo. L’io di Locke, volto a conseguire il piacere (il bene) e a evitare il dolore (il male), oltre a porre le premesse per la psicologia comportamentista, basata sul rinforzo (i premi e le punizioni), rappresenta, scrive il nostro autore, «una fonte ispiratrice del concetto freudiano maturo di Io, così come appare nel modello ‘strutturale’ dell’apparato psichico. Tale Io è, in sostanza, un puro meccanismo direzionale privo di forza istintuale propria (tant’è che, per funzionare, deve attingere energia dall’Es). Il suo compito è quello di dirigere il cammino della persona in mezzo agli ostacoli pressoché insuperabili posti dall’Es, dal Super Io e dalla realtà esterna. I suoi poteri sono incomparabilmente più poveri di quelli dell’io puntiforme di Locke; ma, al pari del suo antenato, è fondamentalmente un agente distaccato della ragione strumentale» (p. 222).
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Tuttavia… tuttavia, come proprio Veca scorgeva (usando espressioni diverse le scorge lo stesso Taylor) nel pensiero marxiano una corrente fredda (calcolante e distaccata) e una corrente calda (“il sogno di una cosa”), romantica e postromantica, caratterizza anche la psicoanalisi, quando viene intesa come percorso di autoespressione.
Ascoltiamo di nuovo il filosofo del Québec: «L’altra forma […] propugnava l’abbandono di ogni controllo e aspirava ad aprire pienamente l’uomo alle profonde forze inconsce dell’interiorità. È la strada del surrealismo, sviluppatasi dal dadaismo dopo la Prima guerra mondiale. André Breton ne ha formulato l’obiettivo quando ancora si riconosceva nel dadaismo: ‘Il dadaismo, riconoscendo solo l’istinto, condanna a priori ogni significato. Secondo il dadaismo, dobbiamo rinunciare a ogni controllo su noi stessi. Non può più esserci nessun problema di morale o di gusto’» (p. 572).
Al di là di esasperazioni del genere, ciò ci aiuta a comprendere come la cultura e l’esperienza psicoanalitica, in senso lato, siano attraversate, per l’appunto, anche da una sorta di corrente calda. È, se vogliamo, il loro aspetto catartico e liberatorio.
Forse è proprio dalla tensione e dalla ricerca dell’equilibrio tra questi due volti – razionalità ed espressione di sé – che sgorgano le migliori esperienze psicoanalitiche.
Ciascuno/a, poi, tenderà a prediligerne uno. Nel mio piccolo, sia da analizzando sia da psicoterapeuta “vagamente freudiano”, provo a dare spazio soprattutto all’autoespressione.




