Iran-USA: ogni scenario è possibile

di:

ginevra1

Il negoziato procede, ma il pessimismo è diffuso. La guerra dei nervi c’è, ma non è tutto. Dunque, per cercare di capire dove siamo meglio partire dal poco di ufficiale che abbiamo e poi orientarsi tra i commenti.  

Ieri, 26 febbraio, hanno avuto luogo due sessioni negoziali a Ginevra, la prima nella mattinata e poi nel tardo pomeriggio, quindi lannuncio del mediatore, il ministro degli esteri dellOman: iraniani e statunitensi hanno fatto sostanziali passi avanti e torneranno a incontrarsi lunedì a Vienna – negoziato tecnico, sulla questione del nucleare iraniano.

Questa la certezza, alla quale si aggiunge un altro fatto rilevante; ai negoziati ha partecipato anche il direttore generale dellAIEA, lagenzia internazionale per lenergia atomica. E Vienna, come è noto, è la sede dellAIEA. Dunque, si potrebbe avere limpressione di una giornata proficua, che poi è la sostanza di quanto dichiarato dal ministro degli esteri dellOman.  

***

Eppure, il meno che si possa dire è, come fanno molti quotidiani mediorientali che seguono ovviamente con partecipazione e grande attenzione gli sviluppi negoziali, che tutti gli scenari sono aperti: forse siamo a un passo dalla svolta, forse siamo sullorlo di una nuova guerra che molti dei quotidiani citati temono possa estendersi a paesi limitrofi.

C’è evidentemente anche la questione dei missili balistici e supersonici iraniani, della quale gli Stati Uniti intendono certamente trattare. Ma è ancora sul piatto di questo negoziato, o si è convenuto di portare avanti, in questa fase almeno, solo il problema del nucleare? Teheran ha accettato un secondo tempo” nel quale affrontare questa delicatissimo aspetto, o davvero insiste che si parli solo di nucleare?  

Le posizioni negoziali non sono chiarissime; si prosegue, questo sì, c’è chi dice che il nuovo colloquio avrà luogo già lunedì. Ma è evidente che la guerra psicologica è fortissima: Washington tiene sotto pressione linterlocutore, la minaccia militare è lì e la possibilità che scatti unazione di guerra, anche forte, capace di colpire i vertici della Repubblica islamica, rimane sul tavolo. Fa parte del negoziato, potrebbe far parte della realtà. Da parte loro gli iraniani rispondono lasciando intravedere aperture sul nucleare, indisponibilità a parlare dei missili balistici, ma senza che non filtrino aperture parziali a qualche disponibilità anche su questo.  

***

Ecco perché il generale pessimismo che ha accompagnato la serata di ieri non può essere definito chiaro: sembra un tavolo di poker. E chi riesce a intercettare gli umori della piazza iraniana parla ovviamente di ansia, paura, ma per qualche intervistato di speranza: la speranza che questa volta unazione militare sia risolutiva e si porti via il regime, che nel frattempo prosegue con la repressione, con gli arresti di esponenti dellopposizione e di manifestanti. 

A Teheran sanno per certo che la posta in gioco è la sopravvivenza del regime, al di là della retorica ufficiale che ostenta forza e certezze: non è un caso che secondo alcuni report layatollah Khamenei sarebbe stato trasferito dal rifugio sotterraneo dove era in un altro, con i figli che farebbero da messaggeri tra il bunker e la dirigenza. 

A Washington invece si soppesano le opzioni e i rischi. A questo punto, dopo aver mobilitato la più imponente macchina da guerra vista dai tempi dellinvasione dellIraq, tutti escludono che Trump possa fare marcia indietro senza un risultato concreto, chiaro, visibile. E non vorrebbe rischiare, nellanno elettorale, un coinvolgimento militare prolungato in un nuovo scenario bellico. Dunque, meglio laccordo, ma vantaggioso, netto. Il risultato per lui deve essere un accordo migliore rispetto a quello che raggiunse Obama.

Quindi si cercherebbe un modo per rendere certo e indiscutibile nei fatti che lIran rinuncia definitivamente allarricchimento delluranio se non per la piccola quota da destinare alla ricerca. Ecco perché spostarsi a Vienna ha un senso concreto: entrare nel tecnico su come fare e cosa fare delluranio arricchito che Teheran già ha, e non è poco.  

***

Poi c’è il tema dei missili: anche nel discorso sullo stato dellunione il presidente ha posto con forza e chiarezza questo tema. LIran minaccia, ha missili intercontinentali che presto potrebbero essere potenziati e raggiungere anche gli Stati Uniti; va fermato. Ma quando? Dopo aver definito un nuovo quadro sul nucleare o contestualmente?  

Un elemento interessante si può trarre da alcuni reportage: sarebbe emersa una convergenza sulla mancanza di date limite allintesa. Cioè, laccordo dovrebbe essere valido per sempre, non per un arco definito di tempo, come è stato ai tempi di Obama. Questo andrebbe bene a Washington per ovvi motivi: la rinuncia a processi che possono portare al nucleare militare sarebbe per sempre.

E per alcuni questo funzionerebbe anche per Teheran, perché vorrebbe dire che gli Stati Uniti non potrebbero più ritirarsi dallaccordo, come è accaduto con Trump, e dunque questa volta laccordo dovrebbe essere ratificato dal Congresso. Possibile, ma di quale accordo si parlerebbe? Gli uomini di Khamenei sono pronti a dare quelle garanzie, quelle certezze, che sin qui non si sono viste? Parlarne a Vienna vuol dire mettere tutte le carte sul tavolo. 

***

Se per gli iraniani il risvolto di un esito positivo sarebbe lallentamento delle sanzioni, per Washington questo dovrebbe significare la fine di quella vendita sotto banco, a prezzi stracciati, del petrolio iraniano alla Cina.  

Ma nessuno può dire che la svolta sia vicina: lorientamento al pessimismo di tanti osservatori interessati” permane. Tutti gli scenari sono possibili: da un attacco ma limitato, a unazione militare ad ampio raggio sugli impianti e i comandi militari, allaccordo, forse una prima ma pesante tappa negoziale.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento