
Volge al termine l’anno delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario della morte del filosofo Michele Federico Sciacca (1975-2025). Nato a Giarre (Catania) il 12 luglio 1908, sulla lapide commemorativa nel Liceo classico «Michele Amari» della sua città natale si legge: «Greco di Sicilia cristiano in Antonio Rosmini, Michele Federico Sciacca, pensatore e filosofo. Giarre 22, 23, 24 febbraio 1980, Congresso internazionale di filosofia».
Il nome di Sciacca è legato indissolubilmente da un lato alla vicenda del pensiero cristiano del Novecento, dall’altro alla storia dell’Università di Genova, dove insegnò Filosofia teoretica dal 1947 fino alla morte. È da poco disponibile un volume intitolato Michele Federico Sciacca. Saggi in ricordo. A cinquant’anni dalla morte (1975-2025), (Edizioni Nisroch, 2026, pp. 229, euro 20,00). Si tratta della prima raccolta di contributi a firma di alcuni tra i maggiori esperti contemporanei di Sciacca[1], post celebrazioni di studi sulla figura del filosofo siciliano.
Nel panorama filosofico italiano e internazionale Sciacca va annoverato tra i grandi del secolo scorso capaci di dialogo autentico, accanto a figure come Maurice Blondel, Martin Heidegger, Teodorico Moretti-Costanzi e pochi altri. Fondò e diresse per decenni il Giornale di Metafisica, una delle riviste internazionali di filosofia più prestigiose; creò una vera scuola di pensiero di risonanza mondiale (tra i suoi allievi più noti: Romeo Crippa, Italo Bertoni, Maria Teresa Antonelli, Maria Adelaide Raschini, Pier Paolo Ottonello, Giuseppe Beschin).
Partì dal neoidealismo gentiliano per approdare a uno spiritualismo sempre più maturo, fino a elaborare la sua originale «filosofia dell’integralità». Una quarantina le sue opere principali. Tra quelle che costituiscono il cuore della sua «filosofia dell’integralità» si segnalano almeno:
- L’interiorità oggettiva (1952)
- Atto ed essere (1956)
- L’uomo, questo «squilibrato» (1956)
- Morte ed immortalità (1959)
- La libertà e il tempo (1965)
- L’oscuramento dell’intelligenza (1970)
- Ontologia triadica e trinitaria (1972)
Sciacca, ha costruito instancabilmente un pensiero che restituisce l’uomo nella sua interezza, non per aggiungere a forza una dimensione religiosa a un discorso filosofico già compiuto, ma perché solo l’integralità dell’essere umano permette di dare senso pieno all’esistenza, ferita dal negativo, dall’opaco, dal male.
Uomo vulcanico e instancabile organizzatore culturale, nel 1966 fonda (insieme ai Padri Rosminiani) il Centro internazionale di studi rosminiani a Stresa; promuove il Centro CNR per lo studio della filosofia italiana e francese a Genova; organizza il grande Congresso rosminiano del 1955 (primo centenario della morte di Rosmini); avvia nel 1973 l’edizione critica delle opere di Rosmini (conclusa nel 2023).
Nella sua riflessione, l’incontro con Rosmini permette di tenere insieme la metafisica dell’essere e un umanesimo interiore autentico, grazie al quale Sciacca diagnostica con lucidità la progressiva dissoluzione del soggetto iniziata con la riduzione kantiana della soggettività a pura forma trascendentale. Il pensiero di Sciacca deve moltissimo a Rosmini: è proprio attraverso il filosofo roveretano che Sciacca abbandona l’idealismo gentiliano, recupera la fede e approda a uno spiritualismo cristiano.
Padre Vito Nardin (ex Preposito generale dei Rosminiani) ricorda un episodio significativo: «Negli anni 1964-1966 Sciacca trascorreva alcune settimane estive al Calvario di Domodossola. Lì, nel silenzio della nostra casa di formazione, preparava le lezioni per la Cattedra rosminiana di Stresa, da lui stesso istituita. La sera si faceva preparare molto caffè, chiedeva di fermare di notte il suono dell’orologio del campanile per scrivere indisturbato. Ricordo una sua meditazione sul Salmo 80, sui “torchi” lì menzionati: sembrava un secondo Agostino mentre insisteva sulla differenza tra morchia e olio, tra città dell’uomo e città di Dio, invitando a tendere al Bene senza opporvisi “come gli arieti contro la verticale” (titolo di uno dei suoi libri più noti)»[2].
Nardin aggiunge un altro ricordo personale: «Nel 1977, due anni dopo la sua morte, frequentando Filosofia morale all’Università di Palermo con padre Alberto Di Giovanni (gesuita), sentii citare spesso sia Rosmini che Sciacca. Nel libro Pensare l’uomo oggi (1977) Di Giovanni riprende una frase di Sciacca che amava ripetere negli ultimi anni: “Filosofare è mettersi nello status di contemplazione (theoria), è sostare per vedere”».
E conclude con un dettaglio toccante: «Al Sacro Monte Calvario, nella Cappella del Paradiso (XV), è conservato e visibile in una vetrina il documento che attesta l’accoglienza di Michele Federico Sciacca tra i “resurrecturi”, i padri rosminiani sepolti lì».
Un pensiero quello di Sciacca che definirlo «attuale» forse è riduttivo, sarebbe meglio adoperare l’aggettivo «sempiterno», per onorare il grande maestro di «sapienza». Il contributo – del filosofo siciliano Sciacca – più duraturo (oltre a far conoscere la figura del teologo e filosofo Antonio Rosmini) è proprio quella parte della concezione di filosofia cristiana che, da un lato, sottolinea con forza il carattere storico – e quindi mai astratto o astorico – della filosofia cristiana, e dall’altro ne fa una riflessione non riservata ai soli specialisti, ma accessibile a ogni uomo: una filosofia capace di rivelare il senso più profondo e radicale dell’esistenza umana.
[1] Il volume, a cura di Roberto Cutaia, include saggi di: Pier Paolo Ottonello, Fernando Bellelli, Jacob Buganza, Giovanni Chimirri, Mario Cioffi, Elena Margoritou-Andreassi, Markus Krienke, Alessandra Modugno, Marco Moschini, Vito Nardin, Antonio Staglianò e Marco Damonte.
[2] Studi Cattolici, 768, febbraio 2025, pp. 34-35.





