
Sulla scia del programma realizzato nel 2025, il Comune di Mantova ha organizzato un ciclo di tre incontri dal titolo Per una nuova economia del XXI secolo: tra sostenibilità, etica e complessità, ospitato dalla Biblioteca Comunale Teresiana. L’iniziativa, che vede coinvolte le Biblioteche Civiche mantovane, è volta a «sensibilizzare sui temi dell’economia sostenibile, legati all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite».
Complessità
Il nuovo ciclo di incontri – il primo dei quali, dal titolo Dalla fisica della complessità all’economia: cosa può insegnarci la scienza sull’economia,[1] si è tenuto il 13 febbraio scorso – relatore il fisico Francesco Sylos Labini – ha mirato a «focalizzare i temi della complessità dei sistemi e delle correlazioni tra fisica ed economia, del cambiamento climatico e dell’impatto sulla crescita della povertà», per sottolineare la necessità che solo un «cambio di paradigma» nella gestione delle economie può garantire sistemi per il benessere umano. Questo è quanto ha sostenuto il prof. Alessio Malcevschi,[2] che ha collaborato all’organizzazione degli eventi e ha introdotto l’argomento e la figura del relatore.
Il concetto di sostenibilità, oltre ad una modificazione del modo di pensare, richiede un intervento multidisciplinare che coinvolge scienza, tecnologia, società ed economia. Un approccio scientifico, che permetta di indagare la disciplina attraverso la fisica e la chimica, è cruciale per elaborare l’economia del XXI secolo. L’instabilità – una costante che caratterizza l’Italia, l’Europa e tutto il mondo – generata dall’accelerazione dei cambiamenti in ogni ambito, è alla base delle crisi umanitarie, climatiche, geopolitiche – le cosiddette «policrisi» secondo la definizione di Edgar Morin – connesse alla rapida evoluzione tecnologica, cifra del nostro tempo.
Poiché «tutto si sta muovendo e nulla è costante», siamo in una complessità da gestire nel presente e da pianificare per il futuro, che chiede di saper fare previsioni delle situazioni economiche, perché queste ci condizionano enormemente e sono all’origine degli attuali conflitti.
Ma un’economia basata sui concetti standard del neoliberismo non sembra oggi in grado di gestire il presente e, tanto meno, il futuro. Molti assunti scientifici, fondati su presupposti dogmatici, si sono rivelati totalmente erronei e forieri di «apocalissi» – come messo in evidenza da Francesco Sylos Labini nel suo articolo Il mondo è arrivato a 85 secondi dall’apocalisse.[3]
Sull’orlo del barattro
Da qui ha preso le mosse l’intervento del prof. Sylos Labini. Estendendo gli studi dalla scienza all’economia e dedicandosi ad approfondirne il problema epistemologico, il professore ha inteso verificare se tale disciplina sia di «pari grado delle scienze dure».
I grandi cambiamenti in atto – generati dagli spostamenti di potere economico dall’Ovest all’Est, ove un paese come la Cina è divenuto la più grande manifattura del mondo e leader in ambito scientifico e tecnologico, ci hanno colti impreparati, incapaci di competere e di affrontare quindi le dinamiche che accentuano la nostra crisi.
Il naufragio dell’idea espressa da Francis Fukuyama nel suo famoso articolo del 1989 su La fine della storia – secondo la quale, sconfitto il nazi-fascismo con la guerra, e «auto-sconfitto» il comunismo, la forma di governo trionfante sarebbe stata la democrazia liberale occidentale per tutti fondata sul capitalismo del libero mercato e sui valori occidentali – è sotto gli occhi di tutti. Con la guerra in Ucraina l’Orologio dell’Apocalisse[4] ci ha detto infatti il professore «siamo a soli 85 secondi dalla mezzanotte».
Perché – si è chiesto – siamo di nuovo giunti sull’orlo del baratro, posto che, con la fine della Guerra fredda, ce n’eravamo allontanati? Perché, è stato «dissipato quel patrimonio di pace?».
La risposta sta nel fatto che tutto ora è «filtrato» nel mondo dai gruppi di potere economico-finanziario. Il libero mercato ha creato oligopoli, producendo ineguale distribuzione di ricchezza e di reddito, con disuguaglianze sociali che hanno «corroso» le democrazie liberali e fatto, in pratica, «naufragare» i valori occidentali. Ma di crisi si può parlare solo riguardo all’Occidente, dal momento che la Cina – con tutto l’est asiatico – è in rapida e inarrestabile ascesa.
L’Europa, trent’anni fa leader in ogni ambito per i valori comuni su cui si fondava, non ha in questo lasso temporale saputo gestire le proprie risorse – per quanto scarse in materie prime – organizzando gli stati in base ad esse e sviluppando tecnologie sempre più adeguate. E così le svolte epocali – quali il crollo dell’URSS e la crisi finanziaria del 2007/2008 – l’hanno colta impreparata.
Come è stato possibile
Come si dice, si è trattato del più grave «Michael Fish moment» degli economisti, perché – come è accaduto al meteorologo britannico della BBC[5] – questi non hanno saputo affatto prevedere la tempesta in arrivo e stimando, col proprio modello macroeconomico, che le perturbazioni sarebbe state riassorbite dal sistema, non hanno saputo prevenire alcunché.
In economia, come in ogni ambito scientifico – come disse il matematico Laplace a Napoleone[6]– è necessario fare ipotesi e presentare opere che consentano di formularle, anche se ciò comporta «non lasciare spazio all’azione del Creatore».
In astronomia le teorie di Newton e, successivamente, della Relatività generale di Einstein ci hanno fornito le basi per spiegare i moti dei pianeti e prevedere la loro collocazione, ipotizzando – sulla base delle anomalie gravitazionali – l’esistenza di altri pianeti, quali Mercurio, Vulcano e Urano.
Altro esempio: nelle previsioni meteo, le equazioni relative alla dinamica e alla termodinamica descrivono l’atmosfera. Il reticolo dei meridiani e dei paralleli, l’aumento della «potenza di calcolo» e la maggior accuratezza dell’osservazione le ha ulteriormente precisate. Il nowcasting ha permesso, in seguito, previsioni più accurate nel breve termine, proteggendo da rischi immediati le popolazioni, con ricadute importanti a livello politico e sociale.
Più complicato, invece, è prevedere i terremoti, in quanto non è possibile valutare – non essendo osservabile – quando, dallo scontro delle placche, giunga il momento del rilascio dell’energia accumulata, che è perciò sempre improvviso, come è accaduto nel disastroso terremoto dell’Aquila, che ha indotto molti, impropriamente, a chiedersi a che cosa serva la sismologia.
Mentre l’economia?
A partire dalla seconda metà del Novecento – con lo spostamento dal piano produttivo a quello della finanza, essa ha avuto un’evoluzione simile a quella della fisica della prima metà del XX secolo, ma, a differenza di questa, ha solo imitato le forme della scienza fisica, fallendo – alla maniera delle «cargo cult science»[7] – l’obiettivo di prevedere le gravi crisi che, nel primo decennio del nuovo millennio, si sarebbero abbattute sull’Occidente.
«Ipotesi importanti ed efficaci» – aveva osservato Milton Friedman – se basate su «assunzioni descrittive inaccurate della realtà», producono «previsioni relativamente precise e accurate». E tuttavia, nel 2008, anche la regina Elisabetta – quando il suo patrimonio era sceso di colpo di 25 milioni di sterline – ebbe a chiedere ai suoi economisti come mai non fosse stato possibile prevedere tutto ciò.
La risposta avrebbe dovuto trovarsi nelle pubblicazioni degli anni ’50, quelle di noti economisti come P. Samuelson, K. Arrow e G. Debreu, fitte di formule matematiche, ma prive di dati empirici, come ebbero a dimostrare E.C. Prescott e R. Mehra, confrontando il modello dell’economia teorica con i riscontri relativi alla situazione statunitense nel periodo dal 1889 al 1978: nessun accordo vi era, infatti, tra risultati teorici ed empirici.
La «crisi non è stata prevista perché la teoria economica predice che tali eventi non possono essere previsti» affermò R. Lucas, dell’Università di Chicago, su The Economist, in difesa della «triste scienza». Il concetto di «equilibrio classico», infatti, prevede che i mercati siano in grado di riassorbire al loro interno ogni perturbazione, mentre le crisi – qualora accadano – sono esterne ai mercati, perché generate da «shock patogeni acuti, come uragani, terremoti, rivolgimenti politici».
Il problema, dunque, è se e in quanto tempo l’equilibrio pronosticato venga recuperato e quanto esso sia davvero stabile. Nei «sistemi caotici» – secondo il cosiddetto «effetto farfalla» – una piccola perturbazione è sufficiente a produrre grandi effetti, poiché pure disturbi minimi causano «comportamenti» molto diversi, ingenerando irrazionalità collettiva, panico e instabilità.
Il neoliberismo come pseudoscienza
Pertanto, l’assunto degli economisti che hanno ritenuto che basti rimuovere le barriere legali ed espandere il settore finanziario per rendere il mercato più efficiente e stabile «è errato», perché tali condizioni non tengono conto delle «interazioni» e delle «variabili globali» che mettono costantemente a rischio tutto il sistema.
Eppure, è stata questa la ricetta della agenda neoliberale di Margaret Thatcher, basata su liberalizzazione del commercio e dei capitali, privatizzazione delle imprese, finanziarizzazione, disciplina fiscale e riorientamento della spesa pubblica che, sottraendo sussidi a istruzione, ricerca, sanità e infrastrutture, non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze sociali.
L’economia, dunque, ha bisogno di farsi politica ed etica, non di risolversi in ricette tecniche: la sua «matematizzazione è pseudoscienza». Perché, se l’obiettivo è favorire la prosperità delle nazioni e dei popoli, occorre – come diceva A. Smith in Wealth of nations – «una disciplina etico-politica che, in un contesto di libera concorrenza e di intervento pubblico limitato, sappia guidare il buon governo e il progresso sociale».
«Depoliticizzare l’economia – ha quindi sostenuto Sylos Labini – è ledere la democrazia». Il guaio è delegare ai tecnici le scelte che deve fare la politica. Gli effetti di tale delega – sostiene – sono oggi visibili, ad esempio, dopo quattro anni di guerra in Ucraina. Sanzionare la Russia – come ha deciso l’Occidente – sulla base della disparità del suo PIL rispetto ai paesi NATO e degli investimenti militari impari – si è rivelato errato e, soprattutto, non funzionale ad arrestare la guerra: contrariamente alle previsioni dei più noti economisti, la Russia ha aumentato il PIL del 10% nel 2023 e confermato lo stesso trend nel 2024.
Francesco Sylos Labini, fisico, è direttore del Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma; dal 2025 è professore onorario presso l’Istituto di Tecnologia di Sumatra (Indonesia). Si occupa dei rapporti tra scienza ed economia in sistemi complessi. È uno dei fondatori del blog ROARS che si occupa di politica scientifica e di formazione. È autore dei recenti volumi Conflict, Climate and Inequalities e Science and the Economics crisis.
[1] L’evento è riascoltabile al link: https://youtu.be/4_l4WNHc5m4
[2] Alessio Malcevschi, laureato in chimica, è docente di International cooperation in food sustainability presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Parma. È delegato del Rettore dell’Università degli Studi di Parma per la Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (Rus).
[3]L’articolo è stato pubblicato il 7 febbraio scorso su “il Fatto Quotidiano”.
[4] È l’Orologio dell’Apocalisse del Bulletin of the Atomic Scientists, secondo il quale una manciata di secondi ci separano dalla mezzanotte. Dalla sua creazione nel 1947 è il segnale più allarmante lanciato finora. Fin dall’origine, l’obiettivo dell’Orologio è stato quello di valutare la vulnerabilità del mondo alle minacce generate dall’uomo, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi connessi alle scelte politiche e tecnologiche su scala globale.
[5] Il “Michael Fish moment” si riferisce alla famosa previsione meteorologica del 15 ottobre 1987 di Michael Fish, meteorologo della BBC, che rassicurò gli inglesi sull’imminenza di un uragano. Poche ore dopo, il “Great Storm” colpì il sud dell’Inghilterra con venti a 115 miglia orari, causando devastazione e 18 vittime.
[6]In Du Systéme du monde: una “conversazione” tra Napoleone e Laplace, matematico e ex ministro dell’Interno della Repubblica francese.
[7] L’espressione deriva dai “culti del cargo” di un popolo che, nei mari del Sud, avendo visto atterrare per la prima volta durante la seconda guerra mondiale arei che portavano ogni ben di Dio, costruivano imitazioni delle piste d’atterraggio affinché gli aerei portatori di merci (cargo) continuassero ad atterrare.





