Propaganda razzista sui mezzi pubblici

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Su alcuni autobus dell’azienda di trasporti Azienda del Consorzio Trasporti Veneziano di Mestre e Venezia, società pubblica coordinata da Azienda Veneziana della Mobilità holding del Comune che gestisce vaporetti autobus tram e navette, è apparso nei giorni scorsi un vergognoso spot elettorale recante la scritta “No alla Moschea. Vota Lega”.

La sorpresa – se non si vuole lasciare spazio all’indifferenza che è radice di tristi esperienze nella storia e che potrebbe vedere questo slogan come una delle tante battute che percorrono i manifesti elettorali – apre una serie di interrogativi.

Odio razziale pubblico

Sorge una prima domanda su come un ente pubblico come l’ACTV abbia potuto accogliere un tale spot pubblicitario di tipo elettorale espressione esplicita di odio razziale e culturale, anche considerando che cittadini e cittadine italiani che utilizzano tali mezzi possono essere di religione musulmana.

Si tratta di un atto offensivo e violento da denunciare innanzitutto per la sua volgarità e inciviltà per cui non è sufficiente la richiesta di rimozione.

L’affermazione “No alla moschea” infatti si pone in diretto contrasto con principi di libertà fondamentali riconosciuti dalla Carta fondativa della nostra convivenza civile in Italia che prevede il diritto di libertà delle diverse confessioni religiose così espresso all’articolo 8 della Costituzione: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge [cfr. artt. 19, 20]. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”.

All’Articolo 19 la Costituzione afferma che: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

E all’articolo 20 recita: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”.

Si può ricordare anche al riguardo, entrando in questioni particolari, come una sentenza della Corte Cost. (n.63/2016) abbia ribadito che la paura generica di “radicalizzazione” non basta a negare un diritto fondamentale. Servono fatti concreti. Il principio di reciprocità, spesso invocato dai Comuni con affermazioni del tipo “in Arabia Saudita non ci sono chiese” – non può avere valore giuridico. Il diritto italiano non subordina i diritti fondamentali alla politica estera altrui.

Cattivo uso delle religioni

Non si tratta solo di esprimere allora sdegno verso tale slogan utilizzato a scopi elettorali e diffuso affisso sui mezzi pubblici. Si tratta di approfondire la questione domandandosi se questo sia forse un modo per solleticare la paura e l’ansia di affermazione identitaria così propria della propaganda elettorale della destra italiana in genere e della Lega e per attirare il voto da parte di una parte di mondo cattolico preoccupato di difendere tradizioni identitarie alimentando la paura di trovarsi in una cittadella assediata.

Abbiamo assistito negli anni ad esibizione di rosari insieme ad affermazioni di appartenenza religiosa come “cattolici” o a rivendicazioni identitarie come “donna madre cristiana”, oppure a richiami allo slogan “Dio, patria, famiglia” per rimarcare le differenze e rivendicare una identità cultural-religiosa.

È da ricordare ancora quell’antica esortazione di Ignazio di Antiochia: “Bisogna non solo chiamarsi cristiani, ma esserlo” (Lettera ai Magnesii 4,1), che richiamava come fosse meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo.

Contemporaneamente abbiamo assistito a una trafila di decisioni prese dal governo di destra in diretto contrasto con le elementari e basilari richieste evangeliche: “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Sarebbe lungo l’elenco dei provvedimenti che hanno condotto alla criminalizzazione dello straniero, del diverso, del povero e delle stesse organizzazioni che si adoperano per il soccorso, per l’accoglienza, per l’integrazione.

È davanti ai nostri occhi una politica governativa tesa a rincorrere una continua decretazione d’urgenza mirante a stringere i lacci securitari, a reprimere senza interrogarsi di intervenire sulle cause dei problemi, senza promuovere prospettive di integrazione, di incontro e di rispetto dei diritti fondamentali.

Per un’alleanza tra le religioni

Ma in particolare la propaganda diretta a fomentare la paura nei confronti dell’altro straniero e musulmano da individuare come nemico e per cui impedire la costruzione del luogo dove esprimere la propria fede e dove pregare è nello specifico attitudine che contrasta le parole di Gesù ma anche la riflessione più recente della Chiesa stessa.

Ricordo solamente le affermazioni del Concilio Vaticano II che richiama come “La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Questo diritto si fonda sulla dignità stessa della persona” (Dignitatis Humanae 2). Così si può rinviare alla profonda attestazione di rispetto e stima espressa nella dichiarazione sulla chiesa e le altre religioni (Nostra Aetate 3): “La Chiesa guarda con stima i musulmani” e riconosce che “adorano il Dio unico”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n.2106 ricorda che: “In materia religiosa nessuno sia costretto ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito di agire in conformità ad essa” e nell’enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti 279 si afferma: “Come cristiani chiediamo che, nei Paesi in cui siamo minoranza, ci sia garantita la libertà, così come noi la favoriamo per quanti non sono cristiani là dove sono minoranza. C’è un diritto umano fondamentale che non va dimenticato nel cammino della fraternità e della pace: è la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni”.

Così nel documento sottoscritto nel 2019 da Francesco con l’imam di al-Ahzar ad Abu Dhabi si afferma: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”.

Vangelo e Costituzione

C’è proprio da chiedersi se un credente che si confronta seriamente con il Vangelo e che s’interroghi con chiarezza di coscienza in rapporto alla Costituzione, al Vangelo e alle acquisizioni teologiche della chiesa dopo il Vaticano II possa pensare di votare un partito che presenta lo slogan “No alla moschea” come sintetico di una visione del mondo e di scelte sociali per il governo nazionale o locale.

C’è anche da chiedersi come sia pensabile la promozione di una resistenza da condurre in forme di contestazione e opposizione culturale democratica e nonviolenta – proprio in questi giorni in cui celebriamo la festa della liberazione – nei confronti di partiti e formazioni politiche che fanno dell’esclusione e della paura dell’altro la linea propagandista delle loro campagne elettorali e delle loro scelte di governo.

Personalmente auspicherei un risveglio di coscienza in contrasto a queste forze di una destra xenofoba e anticostituzionale che come vediamo a più ampio livello nel panorama internazionale con le loro politiche stanno portando alla disumanità e alla barbarie.

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