
Il dialogo della Chiesa con le istanze politiche dell’Unione Europea avviene attraverso la nunziatura a Bruxelles (mons. Bernardito Claopas Auza) e la Commissione delle conferenze episcopali nell’Unione Europea (COMECE), presieduta da mons. Mariano Crociata.
Il rapporto, fondato sul convinto sostegno della Chiesa al progetto di unificazione del continente, non è sempre facile, perché sia il personale politico sia quello burocratico lo considerano marginale, contrariamente a quanto accade in occasione delle visite ufficiali del papa a Bruxelles e dei vertici europei a Roma.
Intese e distanze
In questo quadro vale la pena sottolineare elementi di intesa e di distanza.
Fra i momenti di consenso vi sono la risoluzione del Parlamento europeo a favore della nomina di un coordinatore per combattere la cristianofobia (meglio, contro l’odio anticristiano) nei Paesi dell’Unione (23 febbraio 2026) e la decisione della Commissione europea di non dare il via libera a un nuovo programma di finanziamento per sostenere l’aborto in Stati europei diversi da quello di appartenenza.
Sul versante della distanza va collocata la perdurante assenza di un delegato UE per la libertà religiosa al di fuori dei suoi confini, come anche il consenso del Parlamento alla richiesta di «costituzionalizzazione» dell’aborto (11 aprile 2024) e il sostegno all’iniziativa My Voice, My Choice (che prevedeva l’apertura del programma di finanziamento poi fermato dalla Commissione), votato il 17 dicembre 2025.
In una risoluzione del 21 gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il suggerimento alla Commissione di istituire un coordinatore europeo sul tema della cristianofobia. I vescovi preferiscono usare il lemma «odio anticristiano» per evitare il concetto controverso di «fobia».
La nuova figura istituzionale dovrebbe essere incaricata di affrontare i casi concreti di discriminazione, intolleranza e violenza contro le comunità cristiane nell’Unione. Da quindici anni l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (OIDAC), attivo a Vienna, pubblica dati in preoccupante crescita relativi ad aggressioni e danneggiamenti a istituzioni e comunità cristiane (cf. qui su SettimanaNews).
La richiesta era stata formulata da diversi anni ed era stata richiamata in occasione del tradizionale incontro tra la Commissione europea e i leader religiosi nel novembre scorso. È ancora privo di titolare il ruolo di delegato dell’Unione per le persecuzioni contro le fedi al di fuori dei confini dell’Unione (cf. qui su SettimanaNews).
Deriva abortista
Il 26 febbraio la Commissione europea ha annunciato che non aprirà un nuovo programma di finanziamento per facilitare il ricorso all’aborto da parte di donne di Paesi con legislazioni restrittive che si rivolgano a Paesi più «liberali». Per la prima volta si sottolinea che la legislazione relativa all’aborto dipende dai Parlamenti nazionali e non dall’Unione Europea. Gli Stati potranno ricorrere a finanziamenti già previsti dal Fondo sociale europeo.
La questione riguarda direttamente Polonia e Malta. In Polonia, tuttavia, l’attuale Governo di centro-sinistra ha molto allentato i controlli e mira a modificare la legge. L’iniziativa popolare europea era promossa da My Voice, My Choice, che aveva raccolto oltre un milione e mezzo di firme in più di sette Stati dell’Unione e ottenuto, a settembre, il sostegno di un’ampia maggioranza del Parlamento (358 voti favorevoli, 202 contrari, 69 astenuti).
La COMECE, che aveva criticato l’approvazione in ragione dell’indebito allargamento di competenze della magistratura europea, ha apprezzato la scelta successiva della Commissione. Tuttavia, la COMECE lamenta che i fondi dell’UE possano essere utilizzati per questo scopo, poiché il Fondo sociale europeo Plus «è stato originariamente concepito per promuovere l’inclusione sociale, sostenere l’occupazione e prevenire che le famiglie — in particolare quelle con figli — cadano in condizioni di povertà».
Una netta distanza di valutazione, pur nel rispetto della competenza della Corte di giustizia dell’Unione, è stata espressa dalla COMECE in merito alla sentenza relativa al caso di una coppia omosessuale polacca che chiedeva di poter registrare la propria unione, già riconosciuta nel Paese in cui era stata celebrata. La sentenza dichiara che uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio legalmente contratto in un altro Stato membro.
La COMECE commenta: «La sentenza emessa il 25 novembre sembra spingere la giurisprudenza oltre i limiti delle competenze dell’UE […]. Notiamo con preoccupazione la tendenza ad applicare disposizioni che dovrebbero proteggere componenti sensibili dei sistemi giuridici in modo da impoverirne il significato». In forma similare si potrebbero così condizionare le legislazioni nazionali relative alla maternità surrogata.
Ugualmente preoccupata è la valutazione sulla risoluzione del Parlamento dell’11 aprile 2024, che a larga maggioranza ha approvato la richiesta di inserire l’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, modificando l’articolo 3.
In un’intervista ad Avvenire (18 dicembre 2025), mons. Crociata, partendo dall’approvazione del Parlamento all’iniziativa My Voice, My Choice, denuncia una deriva abortista delle istituzioni europee.
La votazione «fotografa perfettamente la deriva ideologica delle istituzioni europee sulla questione dell’etica della persona e della vita. La difesa unilaterale dei diritti individuali finisce con il ritorcersi contro la persona, non più rispettata nella sua integrità e nella sua costitutiva dimensione relazionale e sociale […]. Nel rispetto sempre dovuto a tutti, non possiamo stancarci di dichiarare il valore intangibile e la dignità di ogni essere umano fin dal suo concepimento nel seno materno, oltre che in tutte le situazioni sociali e condizioni di vita fino al termine naturale dell’esistenza. Abbiamo fiducia che la riflessione e il dialogo possano far crescere il comune riconoscimento dell’essere umano nella sua integrità, dall’inizio alla fine dell’esistenza».






Comunque posso dire una cosa? Nello stesso giorno si pubblica un elogio della catechesi fallimentare e una riflessione sul futuro dell’Europa “cristiana”. Non sarà che le due cose sono legate? Che se la catechesi (o meglio se la riflessione razionale della fede che la catechesi avrebbe dovuto favorire) è evaporata non esiste più una dottrina sociale a cui rifarsi?
Ogni si faccia i conti suoi a questo punto..
Tanto è questione puramente accademica dato che i cristiani non contano più nulla nè nel piccolo nè nel grande. Nè sulla pace nè sulle questioni bioetiche di frontiera..