Una dimensione teologica del caso Epstein?

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Parto dall’assunto, che considero evidente, circa il carattere epocale di quanto sta ormai quasi quotidianamente venendo alla luce dai files Epstein, tra l’altro proprio in concomitanza col tempo quaresimale.

Appare sempre più chiaro come essi costituiranno una documentazione imprescindibile per chiunque vorrà in futuro analizzare i decenni della globalizzazione transnazionale attraversati dal mondo occidentale dagli anni Novanta del XX secolo fino agli inizi del secondo decennio del nostro secolo.

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Di fronte a questo dato, non può non colpire, per contrasto, come gran parte della stampa scritta, in Italia ancor più che all’estero, si ostini a non dare a questo evento quello spazio non solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo che esso invece richiederebbe. Salvo quando vengano interpellati dall’autorità giudiziaria noti personaggi pubblici.

Il framing dominante sembra in questo caso circoscritto da rigidi criteri di pura contrapposizione politica. Una strumentalizzazione che induce a valorizzare le notizie solo in base all’essere pro o contro l’uno o l’altro dei protagonisti sotto i riflettori della scena politica nazionale ed internazionale.

Da qui l’imperante e dualista opposizione tra destra e sinistra, fascisti e antifascisti, globalisti e nazionalisti, buoni e cattivi, progressisti e conservatori, bianco e nero. Un pensiero duale del tutto incapace comprendere quanto emerge dai files Epstein, che sembra ricordare da vicino Rm 1.

Il filtro con cui leggere le notizie, spesso date col contagocce, finisce così per scadere a bottega elettorale, senza una minima riflessione strutturale su quanto sta emergendo che, primo tra gli altri, investe centralmente il mondo ebraico ai suoi massimi livelli di rappresentanza. In altri tempi si sarebbe parlato di struttura di peccato.

E nella pressoché totale assenza di un benché minimo cenno di sofferto stupore per le vittime e di un minimo di autocritica, a gran voce e con ragione a suo tempo invece invocate per l’istituzione ecclesiastica colpita dagli scandali della pedofilia clericale.

Anche qui, come già col Covid19, andrà invece riconosciuto il ruolo complessivamente positivo svolto dalla anche qualitativamente variegata informazione alternativa, tra l’altro spesso in affanno finanziario, talvolta eroicamente sostenuto.

Per i pochi che hanno saputo e avuto la possibilità di seguire le vicende collegate alla diffusione, iniziata il 13 maggio 2024, del film documentario Les survivantes del coraggioso regista francese P. Barnérias sui criminali riti pedosatanisti, spesso di matrice massonica, all’opera in diversi paesi occidentali già da almeno mezzo secolo, quanto emerge dai files Epstein non stupisce affatto.

Le testimonianze delle coraggiosissime otto donne interpellate dal regista già lasciavano infatti intendere di essere in presenza di una ramificata rete criminale transnazionale, transpartitica e omertosamente coperta. Inutile dire che regista e film vennero da subito censurati come complottisti e sistematicamente boicottati dalla grande distribuzione dell’informazione.

Doveroso omaggio perciò al noto giornalista italiano Marcello Foa, il solo che abbia quasi subito messo coraggiosamente in relazione quello che egli definisce il terzo livello del fenomeno dei files Epstein proprio con quanto già emerso dalla boicottata inchiesta di Barnérias da lui esplicitamente menzionata[1].

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Ma ancor più sorprendente e doloroso è dover constatare che il mondo ecclesiale, anche quello transalpino, segue supinamente la stessa logica della stampa mainstream, che in Francia pur inizia a dare qualche timido segnale di cambiamento. E questo nonostante la fede cattolica del regista.

Un mondo ecclesiale la cui voce è probabilmente paralizzata dai gravi scandali della pedofilia clericale, purtroppo superati in efferatezza indicibile dal contenuto di alcuni dei molti files Epstein. Ma proprio per questo si dovrebbe imporre una salutare pratica ecclesiale non di occultamento, ma bensì di riparazione per il male fatto, lo scandalo dato e il bene omesso.

E questo non può non interpellare anche la teologia.

Ascoltando acute analisi laiche su quanto sta succedendo, capita di imbattersi in analisti che, per tentare di portare in qualche modo a parola l’indicibilità del male che sta progressivamente emergendo, difficile da sostenere anche emotivamente, hanno ritenuto di dover far riferimento a concetti teologici quali quello di satana, di apocalisse, di mistero del male, di katekon, tutti concetti che, contrariamente a quanto avvenuto in una parte almeno della filosofia[2], sono purtroppo stati di fatto abbandonati da troppa esegesi e teologia.

Più in profondità ancora, la struttura di peccato che sta progressivamente venendo in luce dovrebbe spingere la teologia a rifare seriamente i conti innanzitutto con la nozione teologica di mondo. La giusta esigenza di lottare contro la separazione e l’ostilità antimodernista tra Chiesa e mondo, ha infatti finito col poi occultare l’agire nel mondo di colui che il quarto vangelo definisce come il principe di questo mondo, omicida e padre della menzogna[3].

Questo banalizzante occultamento del mysterium iniquitatis[4], favorito da quella sottile forma di razionalizzazione del male che è la demitizzazione, ha finito per lasciar troppo spazio ad una visione irenica e non drammatica del crocifiggente dialogo col mondo. E questo ha investito anche la sfera sessuale. Da un ingiusto disprezzo, si è infatti rapidamente passati all’incapacità di articolare un discorso teologicamente serio riguardo al potere devastante della lussuria, superficialmente etichettato come moralismo ipocrita.

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In questa prospettiva prende tra l’altro forma l’urgente imperativo di dover finalmente fare seriamente i conti, anche teologicamente, con la crescente sessualizzazione dell’infanzia che il mondo ecclesiale sembra ignorare.

E di farlo rompendo innanzitutto il colpevole silenzio che circonda i ben noti e sciagurati rapporti sulla sessualità umana a suo tempo realizzati negli USA grazie ai finanziamenti della Rockefeller foundation da un pedofilo ormai notorio quale fu Kinsey e consapevolmente posti al servizio proprio della sessualizzazione dell’infanzia[5].

È troppo individuare proprio qui una delle radici della scandalosa richiesta di depenalizzazione della pedofilia firmata nel 1977 a Parigi da diversi autorevoli intellettuali e filosofi del tempo?

L’obiettivo coinvolgimento nelle drammatiche vicende che ora emergono dai files Epstein proprio di uno di loro, J. Lang, a lungo celebrato ministro francese della cultura sotto Mitterrand e la cui figlia viene espressamente nominata nel testamento di Epstein, va ben al di là di eventuali sue responsabilità strettamente penali.

Sono infatti qui centralmente in gioco diffuse e non meno gravi responsabilità anche culturali. Esse non possono non interpellare anche la teologia. Tanto più che al suo centro vi è il Figlio del Padre, l’unico Salvatore del mondo, nato Bambino da Maria sempre Vergine la quale, nelle apparizioni riconosciute come soprannaturali dalla Chiesa, si rivolge, puta caso, quasi sempre proprio a bambini.

Mario Imperatori, gesuita, è professore di Teologia dogmatica presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, a Napoli.


[1] Cf. M. Foa, «Intorno a Epstein l’ombra di riti satanici e violenze sui bambini», in: La verità, 11 febbraio 2026, p. 3.

[2] Un riferimento per tutti M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013.

[3] Gv 8,44-45; 12,31; 14,30; 16,11.

[4] Cf. 2Tess 2,7.

[5] Cf. M. Sigau, Sexuologie et mensonges. Le combat de Judith A. Reisman, Les Éditions du Verbe Haut, 2025.

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5 Commenti

  1. Andrea 8 marzo 2026
    • Angela 8 marzo 2026
  2. Mariagrazia Gazzato 8 marzo 2026
    • Angela 8 marzo 2026
  3. Angela 8 marzo 2026

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