
Nel febbraio del 1929, mentre l’Italia celebrava la fine della «questione romana» con i Patti Lateranensi, l’allora parroco di Cicognara, don Primo Mazzolari, scriveva sul suo diario parole tutt’altro che trionfali.
Mentre molti cattolici salutavano con entusiasmo la riconciliazione tra Stato e Chiesa, lui confessava di sentirsi perplesso e spaventato, perché «non posso dimenticare le lezioni della storia: dai poteri assolutisti e reazionari la Chiesa non ha mai guadagnato che umiliazioni, restrizioni di libertà e… corresponsabilità tremende davanti ai popoli stanchi e avviliti». Mazzolari non temeva la pace tra Roma e il Vaticano. Temeva qualcosa di molto più profondo: che la Chiesa perdesse la sua libertà evangelica entrando troppo dentro il sistema del potere.
A quasi un secolo di distanza, quelle pagine suonano come una diagnosi inquietante anche per la Chiesa italiana di oggi. Non perché la situazione storica sia la stessa. Ma perché le tentazioni sono sorprendentemente simili.
Il patto silenzioso tra potere politico e istituzione religiosa
Mazzolari aveva intuito il meccanismo fondamentale: il potere politico non concede spazi alla religione per amore della fede, ma per convenienza. Il fascismo cercava un’alleanza simbolica con la Chiesa per rafforzare il proprio consenso. Il sacerdote mantovano lo disse senza giri di parole: lo Stato voleva legare la solidarietà della Chiesa alla propria esistenza.
Oggi nessun Governo pretende giuramenti di fedeltà. Ma la dinamica più sottile resta. Quando la religione diventa elemento identitario della nazione, quando il cristianesimo viene evocato come segno culturale dell’Occidente, quando i simboli religiosi entrano nel discorso politico, il rischio è sempre lo stesso: la fede ridotta a capitale simbolico della politica.
E la Chiesa? Spesso tace. Oppure parla con una prudenza che somiglia pericolosamente alla complicità. Un esempio recente è emblematico. Il Parlamento ha deciso di reintrodurre dal 2026 la data del 4 ottobre come festa nazionale dedicata a Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, con l’approvazione definitiva della Commissione Affari costituzionali del Senato della Repubblica.
A prima vista potrebbe sembrare un riconoscimento positivo della tradizione spirituale italiana. Ma proprio qui emerge l’ambiguità denunciata da Mazzolari. Quando lo Stato proclama una festa civile in nome di un santo, non sta necessariamente accogliendo il suo messaggio. Spesso ne sta solo utilizzando il simbolo. Il rischio è evidente: trasformare un profeta evangelico in un emblema nazionale innocuo.
Il paradosso è quasi crudele. Si proclama festa nazionale nel nome di Francesco d’Assisi, il santo della povertà radicale, della fraternità universale, del dialogo con il nemico e della pace disarmata — e nello stesso tempo la politica continua a costruire consenso su retoriche identitarie, chiusure verso i migranti e linguaggi di contrapposizione. Si celebra il santo della pace, ma si svuota la sua profezia. Il gesto politico appare così come una sacralizzazione simbolica della nazione, non come una conversione al Vangelo di Francesco.
E la Chiesa italiana? Quasi nessuna voce critica. Pochi hanno ricordato che Francesco non è il santo dell’identità nazionale, ma il santo della fraternità universale. Non è il patrono di una civiltà contrapposta alle altre, ma l’uomo che attraversò il fronte delle crociate per incontrare il sultano. Il rischio, ancora una volta, è quello che Mazzolari temeva: una religione che entra nel discorso politico non per giudicarlo, ma per ornarlo simbolicamente.
Così il cristianesimo diventa folklore civile. Il santo diventa monumento nazionale. E la Chiesa rischia di diventare la custode silenziosa di una religione civile che non disturba più nessuno.
Da coscienza critica a istituzione accomodante
Mazzolari temeva soprattutto una perdita: la forza morale della Chiesa nella società.
Finché la Chiesa rimane libera dal potere politico, la sua parola conserva un’autorità che non deriva da privilegi ma dal Vangelo. Quando invece si avvicina troppo al potere, quella forza si consuma lentamente. È una dinamica che la storia conosce bene. Oggi molti fedeli percepiscono un fenomeno simile: di fronte a scelte politiche dure sui migranti, sul welfare, sul linguaggio pubblico sempre più aggressivo, la voce profetica della Chiesa italiana appare spesso debole, intermittente, prudente fino all’imbarazzo. Non mancano dichiarazioni. Ma manca spesso la franchezza evangelica. Il Vangelo non è prudente. Il Vangelo è libero.
Un esempio emblematico riguarda le politiche migratorie. Negli ultimi anni il Governo guidato da Giorgia Meloni ha moltiplicato decreti e disegni di legge sulla sicurezza e sull’immigrazione, costruendo un quadro normativo che continua a leggere il fenomeno migratorio soprattutto come questione di ordine pubblico. Eppure la realtà italiana racconta tutt’altro.
In Italia vivono oggi circa cinque milioni e mezzo di persone di origine migrante. Non si tratta di un corpo estraneo alla società, ma di un popolo fatto di lavoratori, imprenditori, famiglie e studenti. I numeri sono eloquenti: circa 2 milioni e mezzo di lavoratori immigrati, sempre più richiesti e spesso meno pagati; oltre 600.000 imprenditori, tra le poche realtà imprenditoriali in crescita; 2 milioni e quattrocentomila famiglie, con un contributo significativo alle nascite; 900.000 studenti nelle scuole, molti dei quali nati in Italia.
Dentro questa realtà vasta e complessa, i richiedenti asilo e i rifugiati sono circa 450.000 persone: una piccola parte del fenomeno complessivo. Eppure è proprio su questo segmento che si concentra quasi interamente la retorica politica della sicurezza. Si costruisce così una narrazione distorta: le migrazioni non come risorsa sociale e culturale, ma come minaccia.
E qui il silenzio di gran parte della Chiesa italiana diventa difficile da comprendere. Tra le poche voci che continuano a parlare con chiarezza c’è quella di mons. Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara e presidente della Fondazione Migrantes. Le sue prese di posizione sono tra le più lucide e documentate nel panorama ecclesiale italiano. Perego ricorda con forza che ridurre le migrazioni a un problema di sicurezza è una lettura ideologica e strabica della realtà. Il fenomeno migratorio, osservato nei suoi dati concreti, racconta piuttosto una dinamica di lavoro, integrazione, crescita sociale.
Eppure queste denunce restano spesso isolate. Perfino l’agenzia della Servizio Informazione Religiosa, che dovrebbe amplificare il dibattito ecclesiale, raramente dà spazio alle sue critiche più dure. Così accade qualcosa di paradossale: la denuncia evangelica sull’accoglienza, sulla dignità dei migranti e sulla fraternità universale non viene contestata apertamente, ma semplicemente lasciata sola.
È una forma nuova di marginalizzazione della profezia. Non c’è censura. C’è il silenzio. E il silenzio, nella vita della Chiesa, è spesso la forma più efficace di neutralizzazione della parola profetica. Mazzolari aveva previsto anche questo rischio: quando la Chiesa smette di essere coscienza critica della società, diventa inevitabilmente un’istituzione accomodante. Non perde i suoi edifici, le sue strutture o il suo prestigio pubblico. Perde qualcosa di molto più importante. Perde la libertà del Vangelo.
Il rischio dei «vescovi funzionari»
Una delle pagine più spietate del diario di Mazzolari riguarda l’episcopato. Scrive che spesso, più che vescovi, si incontrano «buoni funzionari»: uomini predisposti al quieto vivere, all’acquiescenza, al rifiuto di ogni responsabilità pubblica. Non è una critica alla fede dei pastori. È una critica alla cultura istituzionale della prudenza.
Quando l’autorità ecclesiastica si abitua a muoversi dentro equilibri diplomatici permanenti, finisce per evitare il conflitto anche quando il Vangelo lo richiederebbe. Il risultato è una Chiesa che parla molto di spiritualità ma interviene poco quando la dignità umana è ferita nella vita pubblica. E questo silenzio non passa inosservato.
La seduzione dei privilegi
Un altro punto centrale della riflessione di Mazzolari riguarda il rapporto tra Chiesa e privilegi. Il parroco di Bozzolo temeva che i benefici concordatari potessero trasformarsi in una trappola: una Chiesa economicamente più sicura ma moralmente meno libera. Il problema non è avere strumenti o riconoscimenti. Il problema nasce quando la difesa di questi strumenti diventa prioritaria rispetto alla libertà profetica.
Quando la Chiesa appare troppo attenta agli equilibri istituzionali o ai rapporti con il potere politico, rischia di smarrire la sua credibilità proprio tra coloro a cui il Vangelo si rivolge per primi: i poveri, gli esclusi, gli ultimi. Una Chiesa percepita come protetta mentre il popolo fatica diventa inevitabilmente una Chiesa distante.
Il pericolo del nazionalismo religioso
Mazzolari aveva compreso con lucidità un altro rischio: la fusione tra religione e nazionalismo. Il cristianesimo non è una religione nazionale. È una fede universale. Quando però il linguaggio politico utilizza la religione per rafforzare identità culturali o contrapposizioni civili, la Chiesa dovrebbe reagire con chiarezza. Se invece tace, si crea una pericolosa ambiguità: il cristianesimo diventa un simbolo identitario più che una parola di salvezza universale. Ed è proprio in questo passaggio che la fede smette di essere profezia e diventa ideologia.
Un episodio recente mostra bene questa deriva. In occasione del referendum sulla giustizia, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha dichiarato pubblicamente che i cattolici avrebbero votato “sì” alla riforma perché coerente con la Dottrina sociale della Chiesa. Secondo Mantovano, la riforma incarnerebbe principi propri della tradizione sociale cattolica. È difficile immaginare un esempio più evidente di strumentalizzazione religiosa nel discorso politico.
Un esponente del Governo guidato da Giorgia Meloni non si limita a sostenere una riforma. Pretende addirittura di stabilire come dovrebbero votare i cattolici, invocando l’autorità morale della dottrina della Chiesa. È un passaggio delicatissimo. Perché quando un Governo pretende di parlare in nome della coscienza cattolica, il confine tra fede e propaganda politica diventa pericolosamente sottile.
La reazione più lucida è venuta dal presidente del Comitato per il No, Giovanni Bachelet, che ha parlato senza mezzi termini di «maldestro tentativo di millantare un appoggio inesistente della Chiesa italiana». Con un’ironia amara ha evocato lo slogan «Dio è con noi», ricordando quanto sia pericoloso attribuire a Dio o alla Chiesa una preferenza elettorale. La fede cristiana non può essere ridotta a una legittimazione morale delle riforme di un Governo, qualunque Governo sia. Eppure il punto più inquietante non è la dichiarazione del politico. Il punto più inquietante è la debolezza della reazione ecclesiale.
Quando la religione viene usata come argomento politico, la Chiesa dovrebbe reagire con chiarezza per difendere la libertà delle coscienze. Non per schierarsi in un campo o nell’altro, ma per ribadire una verità elementare: la fede non è un partito e la dottrina della Chiesa non è uno slogan elettorale.
Quando questa chiarezza manca, si crea l’illusione che esista una «linea cattolica» coincidente con le scelte di un Governo. È esattamente ciò che temeva Mazzolari: la trasformazione del cristianesimo in religione civile, funzionale alla legittimazione del potere politico.
Quando la fede diventa bandiera identitaria di una parte, perde inevitabilmente il suo carattere universale. Non è più la parola del Vangelo che giudica la storia. Diventa un simbolo che la politica usa per rafforzare se stessa.
La persecuzione più insidiosa
Mazzolari scrive una frase che sembra attraversare i decenni: la persecuzione più pericolosa non è quella che colpisce, ma quella che accarezza e blandisce. Quando il potere attacca la Chiesa, la Chiesa si rafforza. Quando il potere la lusinga, la Chiesa rischia di addormentarsi. La storia dimostra che la libertà evangelica si conserva più facilmente nella marginalità che nella vicinanza al potere. Per questo la domanda non è se la Chiesa abbia spazio nelle istituzioni. La domanda è se mantiene il coraggio di disturbare le istituzioni quando il Vangelo lo richiede.
Alla fine della sua riflessione, Mazzolari scrive una frase che rimane uno dei manifesti più radicali del cattolicesimo libero: «La Chiesa non ha bisogno di privilegi, ma di libertà».
Libertà di parola. Libertà di critica. Libertà di stare dalla parte dei poveri anche quando questo disturba il potere. Quando questa libertà si attenua, la Chiesa non viene perseguitata. Succede qualcosa di più grave: diventa irrilevante. Ed è proprio questo il rischio che il parroco di Bozzolo intravedeva nel 1929.
Il rischio che, ancora oggi, continua a interrogare la coscienza della Chiesa italiana.
Don Umberto Zanaboni, presbitero della Diocesi di Cremona, è vice postulatore della causa di beatificazione del Servo di Dio don Primo Mazzolari






Molto interessante! Mi permetto di segnalare https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2024/12/don-primo-mazzolari.html. Ringrazio per questo ricordo appassionato di questo grande uomo.
Ringrazio per aver ricordato e illustrato il pensiero dí Mazzolari sulla voce di una chiesa sempre più debole di fronte alla complessità di un presente che la richiederebbe invece forte a partire dalla forza del Vangelo.
La denuncia arriva anche in nome della maggioranza dei giovani che non trovano sostegno e direzione in un’ istituzione che sentono compromessa con il potere e comoda nei privilegi.