Francia-Vita consacrata: le sfide all’orizzonte

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Il presidente della CORREF p. Jean-Pascal Lombart con le vice-presidenti sr. Marie-Laure Dénès e sr. Ann Almodovar.

La nuova presidenza della Conferenza dei religiosi e religiose francesi (Corref) ha indicato in una lunga intervista alla rivista Vies consacrées (n. 1, 2026, pp. 3-20) le sfide che la vita religiosa dovrà affrontare nel prossimo futuro.

Il presidente, p. Jean-Pascal Lombart, con le vice-presidenti sr. Marie-Laure Dénès e sr. Ann Almodovar, eletti il 21 novembre scorso nell’assemblea dei superiori e superiore a Lourdes succedono alla presidenza di sr. Véronique Margron divenuta nei suoi nove anni di governo un riferimento importante per la Chiesa francese, sfidata dalle conclusioni del rapporto della Commissione sugli abusi.

L’intervista curata da Moïsa Leleu è stata registrata il tre dicembre 2025 e affronta molti temi: da una governance condivisa alla presenza crescente di religiosi e religiose provenienti da altri continenti, dalla testimonianza di fede in contesti di minorità ai cambiamenti mondiali in atto. Con la consapevolezza delle ferite prodotte dagli abusi su cui l’assemblea generale di novembre e un precedente convegno (ottobre) organizzato dalla rivista avevano riflettuto e discusso.

Curare le ferite, prendere la parola

Alla domanda su quali siano i cantieri di intervento più urgenti, così ha risposto sr. Marie-Laure Dénès: «Una prima cosa è la questione degli abusi; su questo punto non bisogna abbassare la guardia, sia chiaro, anzi la questione va allargata agli abusi di autorità e agli abusi spirituali. È una richiesta dell’assemblea generale.

Poi penso alla diminuzione degli istituti e alle attività di sostegno dell’iniziativa “Corref et Compagnie”. Al di là dell’accompagnamento personale per ciascuno, rappresenta un segnale forte per la società, una testimonianza della maniera con cui in una società sempre più anziana si accompagnano le nostre consorelle anziane e i nostri confratelli anziani.

Come terzo punto, emerso ugualmente nell’assemblea generale è l’internazionalizzazione. È sempre più importante. Davanti alle sfide dell’interculturalità ci sono senza dubbio cose da mettere in piedi, perché sbarcare in una cultura differente non è cosa da poco. E poi c’è la questione dei giovani religiosi e religiose che mi tormenta molto perché bisogna riconoscere loro un grande coraggio nell’attuale situazione per impegnarsi nelle nostre congregazioni. Come sostenerli? Come accompagnarli?».

Jean-Pascal Lombart continua: «Aggiungerei che si tratta anzitutto di raccogliere quello che è stato condiviso in assemblea e di lavorare nel Consiglio. Ma vorrei aggiungere – anche se non so ancora come affrontare il tema – che ci sarà la questione politica. Cosa succederà in Francia dopo le prossime elezioni (amministrative nel 2026, ma soprattutto presidenziali nel 2027 ndr.). Gli indirizzi politici che ne emergeranno potrebbero obbligarci a prendere posizione, a prendere la parola, se riteniamo che valori fondamentali siano messi in questione o resi fragili. È necessario pensare a tali questioni.

E poi vi è la sfida della guerra in Europa che ci è stata ricordata dall’intervento di Constantin Sigov alla fine dell’assemblea generale. Richiamava alla resistenza perché, ad esempio, una parola plurale possa continuare a circolare. Ho trovato convincente questa maniera di presentare le cose, in contrasto con il richiamo ai “valori” (tradizionali) e al loro funzionamento da parte dell’aggressore all’Ucraina, un paese (la Russia) dove la pluralità della parola non ha spazio nella città. È una sfida importante.

Partecipando a una congregazione internazionale con confratelli presenti in una sessantina di paesi, devo dire che si avvertono i soprassalti che avvengono in quei paesi. Ieri (due dicembre) abbiamo ricevuto la notizia di un attacco e di un massacro di cento persone emerso dopo un anno. È il contesto di vita di alcuni nostri confratelli e consorelle, estremamente precario e piantato nelle sofferenze del mondo. Anche questo è una sfida. È bene restare in relazione a quanto avviene sul terreno».

Sperare senza evidenze

Sr. Ann Almodovar: «Riprenderei il titolo dell’intervento di Bruno Cadoré (nel citato convegno di ottobre, ndr.): è vero che siamo messi a confronto con una “speranza senza evidenza” e la domanda conseguente: siamo pronti? La vita consacrata attesta che la morte, la sofferenza, non avranno l’ultima parola. È chiamata ad essere balsamo in una terra ferita, avvelenata da tanti conflitti armati, dal mancato rispetto della creazione e della dignità umana, dal divario progressivo fra ricchi e poveri, in un mondo dove la rapidità della comunicazione corre il rischio di diventare disinformazione. Un mondo pieno di brusio, dove il silenzio è ricercato, dove siamo portati a dimenticare Dio, a frantumare le relazioni fra credenti di diverse religioni – anche fra cristiani – in ragione di divergenze teologiche, ecclesiali, istituzionali…

E poi, bene inteso, la vita consacrata deve continuare a curare le piaghe aperte dentro sé stessa davanti ad abusi di tutti i generi, in particolare sessuali. Malgrado tutto, essa è spesso in grado di dire una parola forte davanti alle grandi questioni della società. È importante restare in questa dinamica curando e guarendo ciò che è necessario nella propria carne. Il profeta ci mette davanti agli occhi la nostra responsabilità di vivere come fratelli e sorelle su questa terra.

Se la vita consacrata risponde a tali “criteri”, allora solamente può essere profetica. Credo che dobbiamo domandare la grazia della speranza che è la sorgente di vita, di senso, di audacia apostolica radicata nella risurrezione di Cristo. Il tempo passato a vegliare, a pregare, a invocare lo Spirito perché rinnovi la faccia della terra sembra tempo perduto e senza rendimento, ma è di una fecondità che non possiamo neppure immaginare».

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