
Ogni campagna elettorale, più o meno ovunque, è sempre ad alto contenuto emotivo e medio (o basso) contenuto razionale. Gli spazi per discutere sulle ragioni dello schieramento del Sì come del No sono sempre più risicati.
Non aiutano molto i confronti pubblici tra due esponenti di entrambi le parti: spesso si trasformano in talkshow che servono poco a capire di cosa stiamo parlando e molto a renderci spettatori passivi di uno scontro calcistico, poco sportivo e molto da tifosi. Ma qui non siamo allo stadio e non dobbiamo scegliere di tifare per una squadra, appellandoci a idiozie come la «fede calcistica», la «squadra del cuore», i «calciatori miei miti» e altre fesserie del genere, che degradano i cittadini in un limbo inqualificabile in cui, anche per il forte influsso dei social (ma non solo), le persone sono molto poco pensanti e più attori di curva da stadio.
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Scrive Byung-Chul Han, in Infocrazia: «La politica si esaurisce in messe in scena massmediali. (…). Nei dibattiti televisivi tra contendenti non sono più gli argomenti a valere, ma la performance».
Questa strutturazione della comunicazione politica genera – tranne nel caso di coloro che si preparano a ogni elezione o referendum con conoscenza e coscienza – atteggiamenti motivati da affermazioni quali: «non è qualcosa che mi interessa, penso di non andare a votare»; «non ci capisco niente, non voto»; «voto in un modo o nell’altro perché mi è simpatico o antipatico X o Y», cioè i membri del Governo o la sua Presidente o i magistrati (come categoria o singolarmente presi) o un partito politico o un testimonial; «mentono tutti, non sapremo mai la verità su come stiano realmente le cose» e via discorrendo.
Ci risiamo. Una riforma che mira a sostituire alcuni cardini costituzionali, con discutibili e non chiari nuovi riferimenti, viene assimilata a una scena di TV o social, su cui devi dire solo mi piace o non mi piace. Per un’analisi tecnica, su come è impostata l’attuale campagna referendaria, rimando agli interessanti contributi di Viviana Guarini (reperibili su YouTube).
Siamo in questa situazione a causa di una deriva in atto da decenni, cioè sin da quando un già basso livello di formazione sociale e politica, per responsabilità delle agenzie educative e della classe politica, è sempre più tendente a zero.
Rimedi? Nel lungo termine: formazione sociale e politica per tutti, dai politici ai semplici cittadini, sempre e ovunque, seria e costante, tecnica ed etica. Nel breve termine: uscire da questa gabbia della stupidità, cosciente o incosciente che sia, e aiutare gli altri a emanciparsi, dopo aver emancipato sé stessi.
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Questi due impegni vanno oltre il risultato del referendum. E hanno un grande ed essenziale fine: mantenersi come una democrazia non perfetta – opera impossibile e anche sciocca – ma capace di crescere e migliorare. In altri termini non diventare false democrazie, imparentate con dittature più o meno evidenti e con leader alla stregua di Trump, Netanyahu, Putin, Orbán e diversi altri omologhi.
E sempre nel breve termine, abbiamo bisogno di tanto autocontrollo e di tanta pazienza.
L’autocontrollo. Nell’agone emotivo è molto facile lasciarsi andare – come nel tifo calcistico – passando da posizioni pacate e razionali a una foga che non fa bene a nessuno, anzi inquina il dibattito politico.
La regola d’oro è: non ti devo convincere ma devo solo testimoniare – con motivazioni tecniche, politiche ed etiche – quello che penso e ciò in cui credo. Se poi il mio interlocutore non vuole ascoltare, oppure sono io a non ascoltare e cercare di capire l’interlocutore che si oppone alle mie ragioni, è molto facile che il tutto degeneri in una sottile o vistosa forma di conflitto. Di guerre ce ne sono già tante. Non è il caso di aumentarne il numero e le «vittime».
C’è anche una seconda regola che andrebbe ricordata: non si può dialogare con chi è in malafede e nega l’evidenza (peccati gravissimi per un cristiano) oppure finge di avere motivazioni ma ha solo interessi particolari e nascosti (di natura economica, di carriera o di consenso politico). Diceva Otto von Bismark: «La gente non dice mai tante bugie come dopo una caccia, una guerra o prima di un’elezione».
La pazienza. Un po’ tutti, ma in particolare chi ha responsabilità educative, dobbiamo esercitare tanta pazienza. In particolare, verso i giovani e le persone che avrebbero voluto studiare e formarsi ma non hanno avuto mezzi e occasioni per farlo: questi vanno aiutati a capire, prima di tutti gli altri. Chi ha di più deve dare di più – è la logica evangelica (Lc 12, 48) – in controllo delle emozioni, in capacità scientifica e didattica, in fedeltà ai principi etici del vivere civile e politico.
Nel 1945 Giuseppe Dossetti scriveva: «L’unica possibilità e la condizione pregiudiziale di una ricostruzione stanno proprio in questo: che una buona volta le persone coscienti e oneste si persuadano che non è conforme al vantaggio proprio, restare assenti dalla vita politica e lasciare quindi libero campo alle rovinose esperienze dei disonesti e degli avventurieri».






Dossetti si riferiva a Berlusconi parlando di avventurieri… Oggi abbiamo a che fare con i suoi figli politici. Talis pater…
Disonesti e avventurieri ne abbiamo già visti e ne vediamo molti in politica. Mai però come oggi si è vista tanta bagarre intorno ad un referendum che non fa chiedere al popolo di votare per modificare alcune regola che riguardano i magistrati. Le ragioni del si e del no vengono usate come una clava per distruggere l’avversario politico. Invece sarebbe interesse di tutti capire bene cosa andiamo a votare, senza ideologie o convinzioni personali che turbano e alimentano insicurezza e disagio verso una funzione che i cittadini sono chiamati a svolgere. Definire “banditi” e “persone per male” rispettivamente il governo che propone le modifiche o gli elettori che voteranno per apportarle, ci riporta indietro di un secolo quando parlare era pericoloso perché poteva avere delle conseguenze sulla reputazione e non solo morali. Quindi oggi si sta mettendo in atto una facoltà che i cittadini hanno di decidere se vogliono continuare con lo status quo o cambiare qualche cosa. Serve capire cosa si va a cambiare, certo, ma serve anche capire che il cambiare non è per forza sempre peggiorativo a seconda di chi lo propone.
Voterei no anche se lo presentasse la sinistra.