Manifestazioni di piazza: una proposta nonviolenta

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Andrea Cozzo, docente universitario palermitano, è autore di volumi su diversi aspetti della pratica nonviolenta, oltre che membro attivo del Movimento nonviolento. Risponde qui ad alcune domande di Giordano Cavallari sulla nonviolenza nelle manifestazioni di piazza

  • Caro Andrea, tu frequenti le manifestazioni promosse da movimenti pacifisti contro le varie guerre. Cosa vi succede di solito, e cos’è che fa scattare i noti – e contraddittori per i nonviolenti – fatti di violenza?

Voglio testimoniare innanzi tutto che, per lo più, le manifestazioni sono del tutto pacifiche e costituiscono un momento in cui autenticamente affiora il desiderio di esprimere, facendo comunità, una posizione critica nei confronti di decisioni governative nazionali o internazionali; costituiscono una legittima e, anzi encomiabile, forma di partecipazione della gente “comune” alla vita politica.

Purtroppo, spesso i media non le considerano notiziabili, contribuendo, in tal modo, a far scegliere – ad alcuni partecipanti – di rendere udibile la loro voce ricorrendo a mezzi violenti, sapendo che solo questi non sono ignorati dalla cronaca. In effetti, non vengono ignorati, ma il risultato è un clamoroso autogol, non solo per sé stessi ma pure per tutti i partecipanti.

La manifestazione appare, sì, allora, sui media, ma i danni e le violenze dei pochi sono ascritti a tutti, con la conseguenza di essere tutti screditati, insieme ai valori e alle istanze critiche portate. Non a caso, avviene che i Governi – poiché questo fa il loro gioco – possano infiltrare loro agenti che istigano al ricorso alla violenza.

Non si tratta, tuttavia, di un dilemma insolubile tra manifestanti costretti all’invisibilità – nel caso prevalga la linea pacifica e nonviolenta – o la visibilità “cattiva”, nel caso prevalga la linea violenta dei pochi.

In alternativa alle azioni violente, infatti, possono essere praticate azioni frutto di creatività, anziché della rabbia che spesso deriva dal senso di impotenza o incapacità comunicativa. Slogan assertivi rispetto alle rivendicazioni – obiettivo della manifestazione – insieme ad espliciti slogan e simboli relazionali positivi (ad esempio i fiori che si usavano una volta) sulle forze dell’ordine che – non sono avversari dei manifestanti bensì persone il cui animo è da conquistare – risultano sempre inequivocabili, dunque non manipolabili da Governi o dai media.

L’isolamento fisico dei violenti – anche, per esempio, sedendosi a terra a braccia congiunte in modo da rendere evidenti i soli autori degli atti violenti – può impedire lo screditamento di tutti i manifestanti in blocco, e favorire l’identificazione di eventuali agenti provocatori infiltrati.

Testimonio, infine, che l’incapacità comunicativa a volte non alberga solo tra i manifestanti, ma anche tra le forze dell’ordine: quando ha luogo in entrambe le parti, lo scoppio di episodi di violenza diventa quasi scontato.

  • È cambiato qualcosa, secondo le tue osservazioni, nelle manifestazioni in Italia, in questi ultimi anni, dalla guerra in Ucraina e poi in Palestina?

Il clima fortemente polarizzato dal contesto bellico – nella nostra (in)cultura – è diffuso dai teatri di guerra conclamati, creando le “tifoserie”: sia a livello istituzionale e mediatico, sia a livello di società tutta, in cui ci si schiera univocamente per una delle parti in armi, identificando nell’altra un “nemico”; mentre, naturalmente, sarebbe molto più sensato intendere quale vero e unico nemico la guerra, mettendoci tutti insieme a capire come farla cessare, senza aggiungere morti a morti. Le politiche di deescalation sono declamate, ma assai poco conosciute e ancor meno praticate.

La polarizzazione porta dunque all’odio nei confronti dell’altra parte e/o di coloro che sono schierati con essa: nelle stesse manifestazioni alcuni manifestanti guardano alle forze dell’ordine come al “nemico”, e alcuni poliziotti riflettono lo stesso “sguardo” nella direzione opposta; in tal senso, non è rilevante la questione di quale parte sia la prima a proiettarsi sull’altra.

Oggi, in Italia, le cose appaiono peggiorate: il Governo e i suoi media – con le continue campagne politiche di criminalizzazione di ogni critica e con le aprioristiche prese di posizione a favore di ogni singolo membro delle forze dell’ordine, di cui, magari, in seguito si rivelano le pesanti responsabilità – hanno diffuso la sensazione che si possa ordinariamente usare il “pugno di ferro” contro i manifestanti, e quindi trascurare totalmente il contenuto di ciò che determina la manifestazione: così quella comunicazione che sarebbe doveroso avvenisse prima dell’inizio del corteo – intendo la comunicazione delle forze dell’ordine con gli organizzatori e con gli attivisti di rilievo di ogni gruppo partecipante, proprio per stabilire insieme un piano di “gestione della piazza” – non ha luogo.

  • Ti è capitato di trovarti, negli scontri, tra polizia e manifestanti? Come ti è successo?

Mi è capitato diverse volte: sia a scontro appena iniziato, momento troppo tardivo per pensare ad un intervento efficace, soprattutto se da solo, per compiere un tentativo di interposizione (sicché una volta mi sono preso una manganellata – menata a caso da un solerte quanto incompetente poliziotto – che mi ha rotto il naso e gli occhiali, venendo poi salvato dagli ulteriori colpi e tirato fuori dalla mischia sanguinante da un altro poliziotto che aveva ben notato per quale causa e con quale modalità mi stavo adoperando); sia prima del corteo, quando il clima era già teso, ma lo scontro non era ancora avvenuto e poi non è effettivamente avvenuto, proprio perché la mediazione e la negoziazione tra i poliziotti e la “mia” parte – con un dialogo garbato e reciproche piccole concessioni del tipo “per evitare il contatto, non chiedete solo a noi di arretrare di qualche passo ma arretriamo insieme, sia noi sia voi, di un passo” – sono riuscite ad impedire gli incidenti.

  • Esistono, allora, tecniche non-violente per evitare di arrivare allo scontro fisico?

Sulle tecniche della nonviolenza, a tutti i livelli, interpersonale, intergruppo, sociale, internazionale, hanno scritto ormai molti studiosi-attivisti, da Capitini, a Sharp, a Galtung, a L’Abate e a molti altri; ma l’apprendimento delle tecniche non è separabile dall’adozione di un ordine mentale diverso da quello oggi più diffuso. Esattamente come non si può imparare la tecnica militare se non si è disposti a imbracciare un’arma e ad esercitarsi nel suo uso, così non si possono neppure imparare le tecniche della nonviolenza se non si è disposti a “imbracciare” le adeguate forme della comunicazione – verbale, gestuale, simbolica – e ad esercitarsi in esse.

  • Tu come le hai studiate e apprese?

Semplicemente dai libri e dall’esperienza diretta, con annessa analisi dei casi di successo o insuccesso.

  • Hai scritto al riguardo?

Sì, nell’ambito dell’azione delle forze dell’ordine ho scritto Gestione creativa e nonviolenta delle situazioni di tensione. Manuale di formazione per le Forze dell’ordine. È, al contempo, un’esposizione di un modo di pensare diverso.

  • Hai anche tenuto corsi per forze dell’ordine?

Ho tenuto diversi corsi (di 25 ore ciascuno): il primo, verso l’inizio degli anni 2000, per la Guardia di finanza che, diversamente da come di solito pensiamo, non opera tutta negli uffici e non si occupa solo di evasione fiscale ma è attiva anche nell’ambito del mantenimento della sicurezza pubblica e del controllo del territorio: i “Baschi Verdi” si occupano proprio di questo.

Il corso si svolse all’Università dove tenevo già il “Laboratorio di Gestione nonviolenta dei conflitti” di cui era stata data notizia nei giornali locali: penso sia stato grazie a ciò che sono stato contattato. Poi, dev’essere avvenuta una sorta di tam tam tra i corpi, perché sono stato richiesto anche dai Carabinieri, da altri vari reparti, e perfino dai Vigili urbani. Tengo a precisare che, esercitando già la mia professione di docente universitario, ho sempre svolto questi corsi a titolo totalmente gratuito.

  • Come sono andati questi corsi?

Credo che i partecipanti fossero comandati a partecipare dai loro superiori: quindi, inizialmente risultavano molto diffidenti. C’era tra loro anche qualche ufficiale. Qualcuno addirittura mi ha detto, chiaro e tondo, che ero un ingenuo. Ma, appena hanno capito che la nonviolenza che proponevo non consisteva semplicemente in buoni sermoni edificanti, ma era una vera e propria disciplina di carattere sociologico e pratico che richiedeva un mutamento di paradigma concettuale, con annesse pratiche, la loro percezione è spesso mutata radicalmente: spesso ma non sempre, perché il paradigma nonviolento, stante le nostre abitudini culturali, non è immediatamente comprensibile e richiede una seria considerazione e un adeguato tempo di metabolizzazione mentale.

Ricordo la gioia che ho provato quando, una volta, un agente che aveva tentato di applicare quanto avevo detto e – nella lezione successiva – ebbe a dire egli stesso stupito e compiaciuto: «Professore, ma lo sa che funziona davvero? L’ho verificato sul campo».

  • La politica potrebbe, dunque, orientare e preparare le forze dell’ordine affinché la violenza non avvenga nelle manifestazioni?

Certamente sì: intanto, lavorando su sé stessa. Il clima dominante in politica – più da una parte, meno dall’altra, ma tutte le parti avrebbero ugualmente bisogno di imparare una comunicazione gentile, oltre che onesta, capace di affrontare costruttivamente il conflitto – è orribile, e perciò non può che funzionare da esempio negativo – un pessimo esempio – per l’intera società. Poi, facendo istruire alla gestione nonviolenta dei conflitti anche le forze dell’ordine.

  • La società civile – coi movimenti pacifisti – cosa sta facendo in tal senso, o cosa potrebbe fare?

Purtroppo, non poche volte i movimenti pacifisti sono costituiti da brave e buone persone, ma persone non preparate alle prassi della nonviolenza. L’essere persone perbene, chiaramente, è un prerequisito, necessario, ma non sufficiente.

  • Che cosa ispira la tua nonviolenza?

La convinzione salda, fondata sullo studio della storia, della sociologia, della teoria della comunicazione e sull’esperienza personale, che questa è l’unica possibilità che abbiamo di uscire dalla condizione di ferocia in cui viviamo, e oggi, forse, anche l’unica possibilità di impedire che il genere umano si estingua con le guerre, e con la guerra nucleare.

  • A quali autori e opere suggerisci di fare riferimento?

In generale? Per esempio, J. Galtung, Gandhi oggi, EGA 1987; P. Patfoort, Costruire la nonviolenza, La Meridiana 1995; M. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Esserci 2017; o, per una prima introduzione, A. Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo 2022.

  • So che hai fatto una tua lettura dei passi evangelici paralleli di Matteo 5,39 – Luca 6,29. Vuoi dirci qualcosa?

Certo, grazie! Cito direttamente quanto ho scritto, in proposito, nel mio libro Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza (Mimesis 2014, pp. 64-65):

«Quando l’evangelista Luca fa pronunciare a Gesù la ben nota sentenza “a chi ti percuote su una guancia, porgi anche l’altra” (6,29), almeno lì sembra chiaro che l’invito è a subire la prepotenza, a farsele suonare. Tuttavia, l’altro evangelista, Matteo, attribuisce a Gesù parole un po’ diverse: “se uno ti colpisce sulla guancia destra, presenta­gli anche l’altra” (5,39). Un’eco ampliata della formula che abbiamo trovato prima, su cui la minuziosità dello studioso può esercitare la sua vana chiacchiera filologica? Non direi. Sembra una variante buona per dare spazio alle speculazioni degli specialisti ma è, piuttosto, la finestra a cui tutti si possono affacciare per avere una visione del conflitto che non incoraggia la vittima alla rassegnazione e alla passività, ma la spin­ge all’azione creativa, che grazie allo spiazzamento prodotto nell’op­pressore può riuscire a far smettere la prevaricazione.

“Se uno ti colpisce sulla guancia destra, …”, dice dunque Matteo. Chiediamoci: come si fa a colpire chi ci sta di fronte sulla guancia de­stra? Quando, litigando, si dà uno schiaffo, o un pugno, si colpisce l’av­versario sulla guancia sinistra, non su quella destra. A meno che non si sia mancini, naturalmente.

È dunque forse ai mancini che Gesù (o Mat­teo) parla? Oppure, più verosimilmente, egli sta pensando al manrove­scio, allo schiaffo del padre al figlio o, meglio, del nobile al plebeo: al gesto, cioè, di chi, di status più elevato di colui che viene colpito, non mira tanto a far fisicamente male a costui, quanto ad umiliarlo, a ricor­dargli il suo posto che è quello dell’inferiore, del dominato, del succu­be, di una persona, insomma, che non ha il diritto di reagire.

Se fossi­mo nel contesto di un litigio o di una rissa qualsiasi, il manrovescio, dovendo il braccio passare davanti alla vittima già prima di colpirla, risulterebbe poco “economico” e si rivelerebbe facilmente bloccabile da quello a cui esso è diretto. Quindi siamo davanti non alla scena di una zuffa tra due individui ognuno dei quali può, in modo simmetrico, schiaffeggiare o prendere a pugni l’altro, ma a quella di un nobile che colpisce un popolano che non è previsto possa rispondere a sua volta con un altro schiaffo o pugno.

Se così è, allora il gesto di offrire l’altra guancia, quella sinistra, è creativamente il gesto più rivoluzionario, cioè contro la prepotenza, e al contempo più inerme, privo di violenza, che si possa immaginare. Infatti, se l’oppressore, per segnare la sua di­sparità, la sua pretesa superiorità, rifiuta di usare, come fa con i pari, il pugno o il palmo della mano che verrebbe a colpire la guancia sinistra, allora la sua violenza può essere interrotta dal plebeo semplicemente presentando appunto la guancia sinistra.

In tal modo, il nobile sarà co­stretto – con una costrizione nonviolenta – o a smettere di picchiare o, se proprio non volesse cedere in questo, almeno a colpire su quella guancia, la sinistra, come fa con i suoi pari riconoscendo quindi, in modo implicito, al plebeo l’uguaglianza. Così, finalmente, il popolano avrà conquistato almeno una libertà: o dalla violenza fisica o dalla vio­lenza psicologica e sociale».

Le tecniche nonviolente che oggi bisognerebbe imparare a inventare e ad applicare sono appunto di questo tipo: creative e spiazzanti.

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