
La decisione della Corte d’Appello di Bari che riconosce tre genitori nell’atto di nascita di un bambino nato in Germania apre interrogativi che superano il piano giuridico. Al centro non c’è soltanto il riconoscimento delle nuove configurazioni familiari, ma il significato stesso della generazione, della maternità e del «bene superiore del minore». Maurizio Calipari è docente di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore Roma e segretario generale dell’Associazione Scienza & Vita. Pubblicato da Agenzia SIR, 13 maggio 2026
La notizia rimbalzata sulle prime pagine dei giornali nei giorni scorsi merita una riflessione che vada oltre il resoconto giuridico. La Corte d’Appello di Bari ha disposto la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un bambino nato in Germania, riconoscendo ufficialmente tre genitori: la madre biologica e due uomini uniti in matrimonio. Per la prima volta nel nostro ordinamento, la «genitorialità plurima» entra nel registro anagrafico di un minore.
La difesa dei due padri ha parlato di «bene superiore del bambino» e di «progetto genitoriale condiviso». L’espressione è tecnicamente neutra, quasi manageriale: un accordo tra parti che condividono un obiettivo. Ma la generazione di un essere umano non è un progetto tra pari. È un atto che chiama in causa strutture antropologiche profonde: la differenza sessuale, la filiazione, il legame di origine.
Parlare di «progetto» significa già spostare il baricentro dal figlio — che viene al mondo senza averlo scelto — all’adulto che lo desidera. Il figlio cessa di essere un dono e diventa l’esito di una pianificazione. Non è una scivolata lessicale: è una ridefinizione dell’atto generativo in termini di volontà soggettiva e di contratto.
Ciò che colpisce nella ricostruzione dei fatti è la posizione della madre biologica. Ella ha concepito naturalmente il bambino, lo ha riconosciuto alla nascita, ma di fatto non lo ha cresciuto: il figlio è stato affidato fin da subito alla coppia maschile.
La donna figura nell’atto di nascita come genitore, ma la sua maternità si esaurisce — sul piano effettivo — nell’atto della gestazione e del parto. Non si tratta, giuridicamente, di maternità surrogata; ma sul piano antropologico la distinzione rischia di essere sottile. Ciò che rimane è una donna che ha messo al mondo un figlio destinato, per accordo preventivo, ad altri.
La categoria di «riproduttrice» che affiora spontanea non è un’accusa, ma una domanda: c’è ancora maternità, in senso pieno, dove la cura non segue il parto? E il bambino, che ha tre genitori registrati, ha di fatto una madre che lo cresce?
Ogni persona porta in sé una domanda di origine: da dove vengo, chi sono, a chi assomiglio. Questa domanda non è soltanto psicologica, ma ontologica. La tradizione bioetica — e il diritto internazionale dell’infanzia — riconosce al minore il diritto a conoscere le proprie origini e, per quanto possibile, ad essere cresciuto dai propri genitori biologici.
Nel caso in questione, il bambino ha un padre biologico che lo cresce, ma in una configurazione familiare che lo priva fin dalla nascita di una madre quotidiana. La terza figura genitoriale — il secondo padre, legato al primo da un matrimonio e non da alcun legame biologico con il bambino — è entrata nella sua vita per via adottiva, per soddisfare un desiderio di riconoscimento. È legittimo chiedersi: questa architettura è stata pensata nell’interesse del bambino, o nell’interesse degli adulti che lo circondano?
Il principio del «best interest of the child» è uno degli assi portanti del diritto minorile contemporaneo. Ma il suo contenuto non è mai autoevidente, dipende dal quadro antropologico entro cui viene interpretato.
Se si assume che l’affetto degli adulti sia il solo parametro rilevante, allora qualunque configurazione affettiva stabile è equivalente. Se invece si riconosce che il bambino ha bisogno, oltre che di cure, anche di un’identità di origine strutturata e comprensibile — di sapere chi è la madre che lo ha generato, perché non vive con lei, quale posto occupa nel mondo — allora il «bene superiore» non si risolve nel numero dei genitori presenti, ma nella qualità simbolica e relazionale della sua collocazione nel mondo.
La vicenda di Bari non è un caso isolato: è l’espressione di una tendenza più ampia a rimettere in discussione le strutture elementari della parentela — madre, padre, figlio — in nome della fluidità dei desideri adulti. La bioetica non può ignorare questa tendenza, né liquidarla con argomenti puramente confessionali.
Essa deve tornare a interrogare che cosa significhi generare un essere umano, quale responsabilità comporti, e in che modo la struttura familiare non sia un costrutto arbitrario ma una risposta, elaborata dall’esperienza umana nel tempo, ai bisogni profondi di chi viene al mondo.






“Siamo figli delle stelle”, cantavano anni fa.
Ma siamo anche un organismo biologico: il nostro DNA proviene necessariamente da un uomo e da una donna.
Il nostro genoma racchiude un intero popolo.
E non è riproducibile né commerciabile.
Tutte le ideologie, dall’antica Sparta al modello Gender attuale, si accaniscono contro questa necessaria ed ineludibile verità: i “figli dello Stato” sono materiale umano manipolabile ed utilizzabile.
Per non parlare della furia contro Gesù, il Dio che ha preso carne.
Riprendiamo, vi prego, la teologia biblica del corpo.
Difendiamo ciò che siamo, ciò che sono stati i nostri cari, ciò che saranno i nostri figli.
Non un progetto culturale, non un esperimento sociale, ma un anello di una catena.
Altrimenti diventeremo bestiame da lavoro e da espianto.
Vorrei sottolineare queste due frasi finali. “La vicenda di Bari non è un caso isolato: è l’espressione di una tendenza più ampia a rimettere in discussione le strutture elementari della parentela — madre, padre, figlio — in nome della fluidità dei desideri adulti. La bioetica non può ignorare questa tendenza, né liquidarla con argomenti puramente confessionali”. Qui c’è tutta l’importanza di un’impostazione in bioetica che non condanna, comprende, cerca di sensibilizzare. E’ un settore del tutto nuovo per la Chiesa e per quei suoi settori che ancora si ostinano a voler dettare regole e norme che non si conciliano con il mutare del contesto culturale e scientifico. Non che la Chiesa si debba “adattare”, semmai serve un linguaggio nuovo. E poi di fronte alla innegabile realtà – come in questo caso – vanno individuate strategie adeguate per far arrivare il messaggio di liberazione del Vangelo (del Vangelo, non della Chiesa…).
Ovvio che nel momento in cui decostruisci la relazione affettiva/genitoriale per genere è automatico farlo anche per numero. Non è nemmeno nuovo dato per secoli la famiglia allargata ha prevalso su quella nucleare moderna. (Vedi Marzio Barbagli.)
Che sia un bene o un male alla fine chi lo sa..