Lettere da Lampedusa /6

lampedusa

Suor Maria Cristina Tibaldo, vicentina, è Carmelitana minore della Carità. È tra le cinque suore di diverse congregazioni che attualmente vivono a Lampedusa e fanno parte del progetto dell’Unione italiana superiore generali (UISG) per accogliere i migranti durante gli sbarchi al molo Favarolo. Proseguiamo la pubblicazione di alcune delle sue lettere da Lampedusa.

 

Bentornata a Lampedusa

Bologna-Lampedusa, 21 giugno 2025

Mi sembra passato così tanto tempo!

Parto sempre da Borgo Panigale, questa volta non solo perché è la casa della carità più vicina all’aeroporto di Bologna ma perché da febbraio è la «mia» casa, casa che ringrazio tanto, chi la abita e chi la frequenta, per essere specializzata nella cultura dell’incontro e dell’accoglienza.

Ad aspettarmi all’aeroporto c’è sr Colette (del Belgio) da pochi mesi sull’isola e Alberto, vicino di casa del tempo estivo. A casa, sr Rufina e Nilde che sta terminando il suo mese di permanenza.


Lampedusa, 22 giugno, Corpus Domini

Arriva puntualissima, al mattino presto, la prima chiamata dal molo Favaloro.

Raggiungo il molo da sola, con lo stesso batticuore della prima volta… mi guardo attorno, non conosco nessuno, né le persone che lavorano lì, né i volontari. Il «nostro» tavolino (fatto con i pezzi di legno rovinato dal tempo e dalle intemperie) ha perso il posto ed è finito quasi in fondo al molo, rispetto a dove arrivano i migranti.

No, veramente riconosco Giuseppe! Giuseppe è un signore che si prende cura del molo. A dir la verità, è molto di più di tutto ciò: lui mi sembra uno dei personaggi dei pianeti de «Il Piccolo Principe»! Ha il suo bel da fare perché tutte le cose siano messe al posto giusto: le bottigliette con la plastica, la carta con la carta, i vestiti sporchi e bagnati negli appositi contenitori, scarpe e ciabatte… Ma Giuseppe è molto più di tutto ciò quando prende in braccio qualche piccolino perché è rimasto indietro, quando si accorge di uno e dell’altro in difficoltà… e con il suo benevolo «Yalla yall» ha il controllo su tutto il molo, perché sa che l’Amicizia richiede cura e responsabilità!

La nave si sta avvicinando, ma ancora prima dell’arrivo si sente il pianto di tanti bambini… le mamme sono accovacciate con i loro bambini piccoli in braccio, e la tentazione grande per me è di salire sulla nave… so che non lo posso fare, perciò resto a guardare, pensando a quante cose che nessuno saprà mai…

Salgono gli incaricati a prendere quello che il mare ci consegna, ma la terra non è ancora pronta ad accogliere. Prendono i bimbi per le braccine e li sollevano senza appoggiarli al proprio corpo – come si fa di solito con delle creature così fragili – non si toccano con la dolcezza dell’affetto, ma con l’urgenza della sopravvivenza.

Sono troppo, troppo sporchi perché qualcuno li possa stringere a se’, se non appunto le loro mamme. Non è colpa di nessuno, ma è colpa di tutti se il mare ce li restituisce così, dopo giorni e giorni di navigazione. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto… il passaggio è rapido e sono di nuovo tra le braccia di chi li ha portati.

Penso che questo avvenimento lo porterò a lungo nei miei pensieri… se fossi un’artista vorrei fare un dipinto, ma lo farei con solo ombre: bambini che piangono disperati, sollevati in alto, fatti scendere a terra e riconsegnati alle madri.

Con loro ci sono anche giovani e uomini, tutti molto silenziosi. Le mamme sono sfinite: in tante non riescono a stare in piedi, gli occhi smarriti guardano nel vuoto.

Tra le tante benedizioni che ho ricevuto prima della partenza, una mi ha raggiunta cosi:

«Anche la terra di Lampedusa ti benedica
e da oggi e ogni giorno
la festa del Corpus Domini sia quella del CORPUS HOMINI»

Il mondo è malato

Quando attorno a me succede qualcosa di violento, o ne sono spettatrice, cerco di stare il più possibile alla presenza del Signore, non per il fatto di essere cristiana, ma perché mi dà forza (mi è già successo anche in altre parti del mondo) ma subito dopo lo devo raccontare a qualcuno che parli e capisca la mia lingua.

Piango un po’ nel raccontarlo («donna dalla lacrima facile» mi ha detto qualcuno, ed è vero) ma dopo posso riprendere il cammino con la certezza che qualcun altro sa. È stato il caso di quella giovane donna morta, che a qualcuno ho raccontato, e di altri corpi in mare… quanto mi ha aiutato anche alzare lo sguardo e vedere sulla maglietta di una nostra giovane: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Ed erano i giorni in cui le letture della Messa ci dicevano: «… la barca era ricoperta dalle onde…» (Mt 8,23-27). Ci sono delle cose e delle spiegazioni che non mi tornano, ma sono sicura che la Bibbia, questo libro vivo, lo scriviamo e riscriviamo tutti i giorni. E dopo pochi giorni ci diceva: «Io (Abramo) sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi…» (Gn 23,4).

Anche qui, qualcuno chiede il sepolcro… qualcuno sparisce nel mare, che non ho mai visto così bello, con dei colori che non si possono nominare o elencare ma solo contemplare. Ecco, anche quando guardo il mare − e qui viviamo sul mare − desidererei che anche ciascuno di voi lo potesse ammirare, e lo guardo un po’ anche per voi.

Non vorrei raccontare solo cose dolorose, ma ci sono, e le devo condividere con qualcuno per poter continuare il cammino. Tocchiamo con mano e vediamo cose veramente dolorose, ci sono dei giorni che penso: «Questa è la cosa peggiore che ho sentito nella mia vita», ma c’è sempre qualcosa di peggiore, abissi di dolore, che mi fanno proprio dire: «No, non è possibile che una persona possa fare queste cose ad un’altra persona».

Mi fanno davvero dire che il mondo è malato.

Sr Maria Cristina

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