
«Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci» – così lo psicanalista argentino Miguel Benasayag, in un recente saggio, invita a una resistenza sociale e culturale dinanzi ai nuovi padroni del nostro tempo, nella consapevolezza che «resistere è creare una nuova etica che sia capace di opporsi all’etica dominante dei funzionari del sistema, senza credere però che esista un fuori dal sistema dove posizionarsi in attesa che, dalla riva del fiume, si possa intravedere il cadavere del nostro avversario portato dalle acque».[1]
Il recente volume a piu’ voci Poteri e nonviolenza, proposto recentemente dalla vivace casa editrice fiorentina Nerbini, si pone in questa ottica e offre una molteplicità di stimoli riflessivi orientati a decostruire le «verità ufficiali» di cui si nutre l’attuale vertigine bellicista e a proporre itinerari critici, alternativi e praticabili.
Cinque brevi sottolineature per dirne l’importanza e consigliarne la lettura, soprattutto negli ambiti educativi.
Se il re è nudo
Una caratteristica dei poteri attuali, militari, politici, finanziari, digitali, simbioticamente intrecciati, è quella di essere sfacciatamente esibizionisti, se il re è nudo certo non se ne preoccupa, anzi il cinismo e l’assenza di ogni pudore sono i tratti qualificanti dei nuovi sovrani.
Le analisi documentate e sintetiche di Pasquale Ferrara sul «potere militare sulle società contemporanee», di Sergio Bellucci su «digitalismo e nuove forme di dominio», di Antonio Mazzeo sulla «militarizzazione del sistema scolastico», offrono squarci essenziali per uno sguardo veritiero sui progetti in atto di ricorrere alla guerra come «normale» modalità di gestire i conflitti, arricchendosi, peraltro, oltre ogni limite.
Il tempo dell’odio
La seminagione quotidiana di odio e l’invenzione di antichi e nuovi nemici è divenuta una diffusa pratica di attori politici tanto volgari e arroganti quanto mediocri e incapaci.
L’esito della pratica dell’odio come «motore della politica» – argomenta Marcello Neri – «non è solo violento, ma esclude anche in via di principio ogni possibilità di compromesso fra le diverse istanze che abitano la società»; prefigurando l’uscita dal «modello moderno dell’ordinamento democratico e la conseguente consunzione della democrazia».
Una contrapposizione dove chi propone un pensiero divergente diventa un nemico, favorisce quel clima culturale che Lucia Capuzzi, nel suo contributo, definisce «il grande inganno della guerra inevitabile», un clima che oggi sta permeando menti e cuori.
Le religioni con l’elmetto
A dispetto di ogni retorica sulla ormai compiuta secolarizzazione, le religioni – lo si nota quotidianamente in tanti scenari – ostinatamente offrono giustificazioni sacrali alle guerre, rendendole ancora più dirompenti e crudeli.
La spiritualità della guerra – argomenta l’islamista Francesca Forte – è un retaggio comune di quasi tutte le culture e le religioni, soprattutto quelle sviluppatesi intorno al Mediterraneo. Inoltre, oggi lo stesso tramonto delle grandi ideologie motivanti e la loro sostituzione con l’ideologia unica del capitalismo liberista, hanno favorito un sostitutivo arroccarsi in presunti «fondamenti religiosi»; e questo è ben visibile non solo nel «fondamentalismo islamico», ma anche in quello cristiano – soprattutto negli USA.
Esiste pertanto una urgenza di trasformazione delle religioni e il teologo domenicano p. Alessandro Cortesi, nel suo contributo, scrive che «i credenti delle varie tradizioni religiose sono sollecitati oggi proprio dalle condizioni dell’attuale cammino umano a superare mentalità di colonialismo ed esclusione , a non identificare la loro fede con identità politiche, nazionali e religiose , a liberarsi da pretese di superiorità e dominio e dal detenere una verità quale sistema di dottrine o forme culturali senza apertura alla relazione».
La via evangelica
Il saggio finale che intende entrare in dialogo con le questioni poste dai diversi contributi offre spunti di grande interesse e apre significative strade di riflessione.
Fabrizio Mandreoli, autore del testo, propone la necessità di «una teologia capace di fare suonare la parola evangelica rispetto alle drammatiche domande del tempo» e di «una cristologia rinnovata» che accantoni la «logica sacrificale», in cui è stata letta per secoli la vicenda di Gesù, e proponga «una vera e propria fenomenologia della via di Gesù, per potere discernere la testimonianza del Nazareno rispetto alla volontà di pace, di non discriminazione sacrificale, di non ricaduta nelle logiche del potere religioso e politico da parte del mistero di Dio da lui rivelato».
In questa prospettiva – scrive Fabrizio Mandreoli – appare importante valorizzare il grande lavoro di pensiero e di ricerca di Ivan Illich nel cogliere le forme stratificate nei secoli della «corruptio optimi pessima» relativa allo strutturarsi istituzionale della «ecclesia», alla etnicizzazione del messaggio evangelico, alla conseguente legittimazione della violenza e della guerra – e alla sostanziale normalizzazione dello «strappo evangelico» in un sistema dottrinale, morale e giuridico.
Biblioteca e periferie
Una caratteristica significativa del volume è che, oltre a quelli citati, anche gli autori dei diversi contributi sulle articolazioni di un impegno di ricerca non violenta della pace nell’ambito economico (Matteo Prodi e Giuliana Martirani), ecologico (Chiara Tintori e Roberto Maier), informativo (Lucia Capuzzi e Marco Pietro Giovannoni), culturale (Sergio Tanzarella e Pietro Domenico Giovannoni), pedagogico-politico (Paolo Ragusa, Valentina Bartolucci, Massimo Serio, Laila Simoncelli), non sono unicamente studiosi e ricercatori, ma sono direttamente coinvolti in un personale impegno di ricerca quotidiana di pace e di giustizia – per cui l’analisi e lo studio si intrecciano con una quotidianità solidale che alimenta passione per la giustizia e fiducia nella possibilità trasformatrice di una pratica non violenta delle relazioni umane che apra la possibilità di «organizzare la speranza»(Massimo Ferè nella postfazione)
Notevole pure la sintonia culturale tra i diversi contributi, che recepisce l’onda lunga del pensiero dei grandi testimoni fiorentini del ‘900 (Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, Lorenzo Milani, Enrico Chiavacci); e vi aggiunge una forte passione civile (significativo, al riguardo, il contributo appassionato di Sergio Tanzarella e la sua «apologia della storia» come strumento per smascherare l’orrore delle guerre e fare memoria delle vittime).
[1] Bartolini-Mollisi-Zaccaro-Benasayag, Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci, Jaca Book, 2025.






per i veri credenti, domenica ascolteremo la dichiarazione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio… considerare , a Cesarea, Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, il Messia che porta la Pace, significa seguire Lui e non certo Cesare Augusto. Come si fa a confondere la pace romana portata da Cesare Augusto da quella di Gesù? come si fa a mettere a confronto i due modi di fare e vivere la pace? Eppure tutti quando parlano di pace fanno riferimento ad Augusto, a chi domina e governa il mondo… anche il Papa si attende che siano i Capi del mondo a smettere di fare le guerre e fare la pace… ma Gesù la Pace l’ha portata o no? Se Gesù ha riconciliato il mondo, ha fatto pace eliminando in se stesso l’inimicizia perchè noi che crediamo in Lui non viviamo in pace? Perchè continuiamo a partecipare a tutte le guerre? Se i governanti decidono di fare una guerra anche i sudditi di Gesù sono
obbligati a fare la guerra? sono stufo di tanti discorsi sulla pace, anche sulla non-violenza… sono stufo soprattutto
delle preghiere. Che ci vuole a dire: “Io credo in Gesù, non uso le armi, non farò mai la guerra e chi usa le armi e
partecipa alla guerra non appartiene a Gesù, non può far parte della Chiesa come Corpo di Cristo… te l’immagini Gesù che ha in mano bombe. mitra… chi usa le armi non può far parte del gregge di Gesù che è un gregge di agnelli e di pecore guidato da Lui che non giudica, non condanna, non uccide, ma è venuto per salvare tutti… tutti coloro che credono e osservano i comandamenti di Dio, praticano la giustizia che Lui ha insegnato, vi hanno detto… ma io vi dico… chi usa le armi non può far parte della famiglia di Dio dove si vive come fratelli, dove ci si ama a vicenda, dove tutto è in comune, dove si vive la comunione… che c’entrano le armi? Ma noi viviamo in un mondo dove le armi vengono usate e sono una minaccia per la nostra vita, i nostri beni materiali, la nostra patria…la nostra fede e allora? Smettiamo di seguire Gesù e facciamo come tutti coloro che non credono? Cerchiamo di sconfiggere il male con altro male magari minore? Scacciamo Satana con Satana? Così portiamo la Pace al mondo? Il Vangelo è talmente semplice… non ci vuole niente a capire che se c’è qualche speranza di pace non solo per noi credenti ma anche per il mondo intero è importante che chi crede e vive la Pace non ceda mai alla tentazione della violenza, deponga le armi, non aspetti che siano i politici a fare la pace… la Pace l’ha fatta Gesù, ce l’ha donata, ci chiede di donarla, testimoniarla, indicare a tutti la Via della Pace: la mitezza, l’amore che non fa mai del male a nessuno. Via le armi dalle
mani dei credenti, via i credenti dagli eserciti, basta con la chiesa militare… so che la chiesa non lo farà mai, ma
questo mi convince che noi non siamo la chiesa di Gesù, Lui non ci considera sue membra, suoi figli e fratelli, Lui non
è in Comunione con noi, le nostre eucarestie sono sacrilegi, profanazioni del Corpo di Cristo. Gianni