
Alcune riflessioni a margine dell’incontro «Influencer o Missionari. Cattolici» organizzato in occasione della XXI Settimana della Comunicazione
Giovedì 14 maggio, nel contesto della XXI Settimana della Comunicazione, si è svolto presso la Libreria San Paolo alla Conciliazione un incontro intitolato «Influencer o Missionari. Cattolici». Vi hanno partecipato don Roberto Ponti, Provinciale per l’Italia della Società di San Paolo, Maria Paola Piccini, docente della Pontificia Università Salesiana, Rocco De Stefano, psicologo, scrittore e comunicatore digitale, e Nicola Camporiondo, missionario digitale e studente di teologia. La moderazione è stata affidata a Fabrizio Mastrofini. Quello che segue non è un resoconto dell’incontro, che è stato ben condotto, ma le riflessioni personali che ha suscitato.
L’impossibilità di nominare
Il titolo dell’incontro è già un sintomo: missionari o influencer? La domanda presuppone che una delle due categorie sia adeguata, che si tratti solo di scegliere quella giusta. L’impossibilità di rispondere con un sì netto a nessuna delle due alternative è emersa quasi subito, non per mancanza di coraggio, ma perché nessuna delle due coglie davvero ciò che sta accadendo.
Prendiamo il «missionario digitale». Tradizionalmente, una comunità riconosce in uno dei suoi membri l’autentica chiamata alla missionarietà e la genuina disponibilità a rispondervi; la valuta, la discerne e infine invia qualcuno. Nel caso del missionario digitale, qual è la comunità che si fa garante di questa vocazione? Le comunità, che i comunicatori digitali costruiscono attorno a sé, non possono rispondere a questa domanda perché si raccolgono attorno alla condivisione di un’attività che nessuna comunità ha previamente vagliato e per la quale nessuno è stato formalmente inviato. Chiamarli missionari è, in senso tecnico, improprio.
C’è poi un secondo problema. I missionari andavano in terra straniera a portare l’annuncio a chi ancora lo ignorava. Non è questo il caso del digitale dove il pubblico è già, almeno nominalmente, cristiano o comunque raggiunto da innumerevoli messaggi religiosi. Non c’è materia per parlare di missione in senso proprio. L’«influencer» sembra allora acquisire più plausibilità.
L’Accademia della Crusca lo definisce come «personaggio popolare soprattutto in rete che è in grado di influenzare l’opinione pubblica riguardo a un certo argomento», la Treccani come «personaggio di successo, popolare nei social network e in generale molto seguito dai media, che è in grado di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico».
Ma cosa significa, concretamente, essere popolari sui social media? Significa rispettare le metriche della piattaforma utilizzata per ottenere il maggiore interesse possibile e la maggiore attenzione ottenibile dagli utenti. Queste metriche sono state progettate per scopi commerciali, vendere pubblicità e generare ritorni economici.
Un influencer sfrutta queste metriche, video brevi, contenuti emotivi, effetti immediati, per ottenere un engagement da monetizzare. È questo il modo di diffondere il kerigma? Non si riduce la fede a un prodotto quando la si sottomette a queste stesse logiche?
I dati e la domanda teologica
Maria Paola Piccini ha presentato i risultati della sua ricerca con dati che meritano attenzione. La stragrande maggioranza dei follower dei cosiddetti missionari digitali consuma reel e la motivazione principale dichiarata è «trovare ispirazione per la vita quotidiana». Cosa si può trovare in trenta o sessanta secondi di video? Quale teologia può essere passata? La seconda motivazione è «approfondire la fede». Quale argomento può trovare soddisfazione adeguata in quel formato?
Si dirà che si tratta comunque di contenuti di qualità che raggiungono le persone dove sono. La stessa Piccini informa, però, che il primo argomento trattato, con ampio distacco sul secondo, è il commento al Vangelo e che una grande parte dei follower dichiara di partecipare a liturgie e devozioni almeno una volta alla settimana.
Due osservazioni si impongono. La prima: l’omelia domenicale continua evidentemente a non soddisfare, un problema antico che sarebbe noioso riprendere in questa sede.
La seconda, più importante: quale fede si approfondisce davvero con i reel? Pensare che fungano da aggancio per un ulteriore approfondimento sembra una concessione di fiducia generosa. Non stiamo forse descrivendo una credenza vissuta a livello di consolazione emotiva, un seme caduto tra rovi e rocce? Il seme nella terra buona esiste anche lui, certamente. Ma dove nasce quella piantina, chi la vede crescere, chi la cura e la sostiene?
Il nodo del riconoscimento
Stimolati da Mastrofini, gli ospiti dell’incontro hanno riconosciuto apertamente la difficoltà del percorso di riconoscimento ecclesiale per una sorta di investitura ufficiale, un «imprimatur digitale», oltre alla mancanza di un coordinamento tra i comunicatori digitali stessi. È un’ammissione significativa, perché tocca il cuore del problema: non si tratta di regolare un fenomeno già sano, ma di chiedersi se il modello sia quello giusto.
Chi presidia la qualità del discernimento vocazionale? Chi garantisce la coerenza tra la vita vissuta e il messaggio comunicato? Chi accompagna questi comunicatori nella crescita spirituale e teologica? Chi li sostiene quando la logica delle piattaforme, imperativa e silenziosa, comincia a modellare la loro identità più di quanto essi modellino il digitale? Queste non sono domande accessorie: sono le domande strutturali che determinano se quello di cui stiamo parlando è apostolato o performance religiosa.
C’è però un rischio che lo stesso dibattito ha mostrato senza avvedersene. La ricerca di un’investitura ufficiale, di un coordinamento riconoscibile, di un «imprimatur digitale» è comprensibile, ma rischia di spostare il problema invece di risolverlo. Se la domanda principale diventa «come si chiama questa figura e chi la autorizza», si resta intrappolati nella stessa logica da cui si vorrebbe uscire: si pensa all’etichetta prima che alla sostanza, alla nomina prima che alla preparazione.
Dare un nome non forma nessuno. Un «imprimatur digitale» senza un percorso serio alle spalle è un timbro su un foglio vuoto. Il problema non è come riconoscere questa figura, ma come formarla.
Una figura diversa: il Battista digitale
Né l’influencer né il missionario digitale sono figure adeguate. L’influencer conosce il circuito, ma gli ha consegnato la propria identità. Il missionario porta buone intenzioni, ma non sa sempre come si trasformano quando entrano nel circuito digitale.
Tra i due c’è uno spazio che nessuna delle due figure occupa. È lo spazio del Battista.
Giovanni Battista è, nel Nuovo Testamento, la figura di soglia per eccellenza: non è la luce, ma la annuncia e la prepara. Non è nel Tempio, ma nel deserto, nel mondo, là dove la vita accade. La sua autorità non viene da un’istituzione, ma da una vocazione vissuta con coerenza radicale. Conosce il territorio che attraversa, prepara il terreno per un incontro che lo supera e quando quell’incontro avviene sa farsi da parte: «bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,30). È forse la dichiarazione di identità più lucida di tutto il Nuovo Testamento.
Il Battista digitale non cerca engagement. Non gli interessano i follower, non costruisce un’audience, non ottimizza la propria presenza sulle piattaforme; la sua misura del successo è opposta a quella dell’influencer, non si conta nel numero di chi lo segue ma nella qualità dell’incontro a cui conduce; conosce il territorio digitale dall’interno, ne comprende le logiche di amplificazione algoritmica e i meccanismi con cui le piattaforme costruiscono appartenenze collettive e attivano reazioni emotive. Ma usa questa conoscenza non per adattarsi a quelle logiche, bensì per presidiarle, per creare le condizioni in cui una persona possa essere raggiunta in profondità, nella sua storia reale e non nella sua simulazione algoritmica.
L’analogia con Giovanni Battista è più precisa di quanto sembri. Giovanni somministrava un battesimo d’acqua: era un gesto di preparazione, non di compimento. Suscitava il desiderio, disponeva il cuore all’ascolto, accompagnava il cammino di avvicinamento. Non chiudeva il processo, lo apriva. Il battesimo «In Spirito Santo e fuoco» spettava ad altri e Giovanni lo sapeva con chiarezza cristallina.
Allo stesso modo, il Battista digitale esercita una prima evangelizzazione, raggiunge chi è lontano, suscita domande, dispone all’incontro. Il suo accompagnamento digitale non è il punto di arrivo, bensì la preparazione del terreno per qualcosa che avviene altrove: nella liturgia domenicale, nell’accompagnamento spirituale, nella comunità che si raccoglie intorno a un altare. Come il battesimo di Giovanni rimandava al battesimo del Signore, l’accompagnamento digitale rimanda all’incontro in presenza.
Questa consapevolezza del limite è esattamente ciò che lo distingue dall’influencer e dal missionario digitale. L’influencer punta a trattenere: più follower, più tempo sullo schermo, più engagement. Il missionario digitale tende a costruire comunità attorno a sé, senza sempre avere gli strumenti per accompagnarle verso qualcosa di più solido.
Il Battista digitale, invece, prepara e poi cede il passo, non è una resa, è l’identità. La sua autorità viene dalla solidità della vita interiore, radicata nella dignità battesimale, nutrita dalla preghiera e dai sacramenti, sostenuta da relazioni reali. È quella solidità che gli permette di muoversi in un ambiente complesso senza esserne catturato, di usare gli strumenti digitali senza diventare strumento di essi.
Formazione e appartenenza
La competenza tecnica richiesta al Battista digitale non è un accessorio dell’apostolato, è parte costitutiva della sua missione che deve associarsi con l’esperienza dei problemi nella vita quotidiana e con la comprensione delle logiche che governano gli ambienti digitali in cui la vita umana sempre più si svolge.
Questa figura non nasce spontaneamente. Nasce dopo una formazione che integri dimensione spirituale, competenza tecnica e capacità di discernimento e non può essere auto-organizzata perché richiede strutture, una comunità di riferimento e un percorso riconoscibile.
L’«imprimatur digitale» di cui si è parlato all’incontro è l’espressione di una responsabilità ecclesiale precisa. Se l’ambiente digitale è diventato uno dei luoghi in cui si gioca l’esperienza della fede, allora la Chiesa è chiamata a essere presente nel digitale e formare chi lo presidia con competenza e con radicamento. Si tratta di riconoscere che la complessità del contesto esige nuove forme di preparazione e di accompagnamento.
Non sono contrario all’impegno nei social media. Sono contrario all’illusione che il formato, le metriche e la visibilità siano strumenti neutri che il messaggio cristiano può attraversare indenne. Il digitale non è uno strumento: è un ambiente, e gli ambienti formano chi li abita. Il Battista digitale lo sa. Ed è per questo che, invece di inseguire la visibilità, impara a presidiare il deserto.





