
E così dopo le minacce violentissime di Donald Trump – «li riporteremo all’età della pietra» – è scattata la tregua (di due settimane, ma non in Libano), e l’intero Pianeta tira un respiro di sollievo.
Siamo all’8 aprile 2026, e a quanto pare l’Iran non verrà raso al suolo: le navi cariche di petrolio, gas e fertilizzanti potranno riprendere a scorrere lungo lo stretto di Hormuz, dopo un blocco di alcune settimane conseguente alle bombe americane sui pasdaran e sugli ayatollah ma non solo: ricordiamo la scuola femminile distrutta e le 150 bambine uccise da un missile il 28 febbraio scorso.
Sarà stata l’indignazione del papa di Chicago – Leone XIV ieri diceva, senza nominarlo, che le minacce di Trump sono del tutto inaccettabili e che Trump avrebbe fatto meglio a tornare a negoziare –, sarà stata soprattutto l’inattesa mediazione dei pakistani (e della Cina), sarà stato magari anche l’effetto dei mugugni MAGA di fronte alla crescita repentina dei prezzi alla pompa di carburante passato negli USA da 3 a 4 dollari al gallone in pochi giorni… fatto sta che la tregua adesso c’è, e l’economia riparte.
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Ma qui ricominciano i problemi di prima, posto che l’economia globale resta quasi del tutto dipendente dal gas e dal petrolio specie mediorientale, quello appunto bloccato nello Stretto in queste ultime settimane.
Gli ottimisti dicono che questa gravissima crisi ha insegnato molte cose e che ci spingerà in massa verso l’indipendenza dal petrolio con una corsa rapida ad elettrificare tutto il possibile – dalle auto alle case alle industrie – e a produrre tutta la corrente necessaria solo col sole, col vento e poco più.
In fondo è già in corso la transizione, con un Terawatt di fotovoltaico installato in soli due anni (soprattutto dalla Cina) e migliaia di pale eoliche in Germania, nel Mare del Nord e persino in Atlantico di fronte al Portogallo; Paese in cui, tra l’altro, grazie agli investimenti in rinnovabili, la bolletta elettrica è particolarmente bassa.
I pessimisti invece constatano che la domanda di energia non fa che crescere, tra continui voli aerei, nuovi centri dati e sempre più merci su nave e camion. E cresce a un ritmo tale che nemmeno le fantastiche installazioni rinnovabili cinesi riescono a compensare, con la conseguenza che si continuerà a bruciare i fossili, anche a causa della continua crescita della popolazione globale e dei conseguenti consumi.
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Che fare in Italia? Di sicuro qui stiamo facendo poco e male, mentre potremmo e dovremmo fare in fretta e molto meglio, per esempio accelerando drasticamente le installazioni da fonti rinnovabili – solare ed eolico anche a terra –, puntando sulla mobilità elettrica in maniera molto più convinta di quanto non stiamo facendo.
Più rinnovabili, più motori elettrici, più pompe di calore, significherebbe meno gas e meno petrolio, il che farebbe bene alla salute planetaria, a quella personale, oltre che al portafoglio delle famiglie e delle imprese.
Dubito che il Presidente del Consiglio Meloni voglia prenderne nota, ma auspico fortemente che chi voglia occuparne il posto nel 2027 si metta a lavorare da subito a un programma orientato all’uscita del nostro Paese dal fossile e quindi dagli evidenti rischi geopolitici connessi.





