
Oggi si è conclusa l’82ª Assemblea generale della CEI, nel corso della quale è stato approvato il documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (cf. il comunicato finale). Al momento però il testo del documento non è ancora disponibile sul sito della CEI e non si trova notizia di quando verrà pubblicato – ed eventualmente presentato. In collaborazione con il blog Vino Nuovo, pubblichiamo questo articolo di Sergio Ventura che muove alcune interrogazioni ai vescovi italiani sul proseguio della sinodalità nella nostra Chiesa locale.
In questi giorni i vescovi italiani hanno riflettuto (e votato) collegialmente sulle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano, la cui bozza è stata curata da una commissione di vescovi coordinati dal cardinale Repole.
Qualche giorno fa, però, la Segreteria generale del Sinodo della Chiesa universale ha pubblicato un documento che contiene le indicazioni sul percorso di attuazione del Sinodo [2021-2024] verso le Assemblee 2027-2028 per la «valutazione» del «cammino comunitario di crescita nella sinodalità».
Tali indicazioni sono sostanzialmente una ripresa delle tracce per la fase attuativa del Sinodo, pubblicate la scorsa estate a quasi dieci mesi di distanza dall’approvazione del Documento finale del Sinodo dei vescovi (2024).
Ma, soprattutto, sono tutti «testi di riferimento» ineludibili per chi fosse ancora interessato alla sopravvivenza della sinodalità [1] Di conseguenza, essendo passato quasi un anno da quelle tracce ora divenute percorso, possiamo forse non aspettare le suddette linee di orientamento dei vescovi italiani per porre a costoro – in quanto titolari primi della «responsabilità del processo» [2] – qualche domanda intorno a quanto abbiano resa «concreta» nelle loro diocesi questa fase attuativa del Sinodo cominciata ormai da più di un anno e mezzo.
Per questo motivo, sperando di non risultare indiscreti, in aggiunta alla domanda standard posta loro dalla Segreteria generale del Sinodo [3], vorremmo chiedere ai vescovi italiani, con affetto e stima, se in questo lasso di tempo:
- si sono preoccupati di invitare le Chiese locali che servono a «sperimentare pratiche e forme di vita ecclesiale più sinodali, a verificarne i frutti e a condividerli, in un dinamismo di scambio tra le Chiese che alimenta la comunione e sostiene la missione» (At 21,17-19)? Si sono preoccupati di cominciare almeno a «radunare» la Chiesa come Popolo di Dio per «contemplare» e «rileggere insieme le meraviglie operate dal Signore» durante il processo sinodale? Per «imparare dall’esperienza vissuta, riconoscere le difficoltà, comprendere le fatiche, ricalibrare priorità e processi» e «individuare con realismo e fiducia i passi da compiere»? All’interno di «un processo più ampio di discernimento, di conversione e di maturazione», in cui «riconoscere ciò che lo Spirito Santo ha fatto crescere» e «trasformare l’esperienza compiuta in sapienza condivisa» e «rendimento di grazie»?
- si sono preoccupati di invitare le Chiese locali che servono «a rileggere in clima di preghiera l’esperienza di attuazione del Documento finale: le pratiche avviate, i nuovi inizi, le trasformazioni in atto, ma anche le difficoltà incontrate», ricordando che il Documento di cui è in questione la recezione partecipa del Magistero ordinario del Papa? Si sono preoccupati di aiutarle «a non ripiegarsi su di sé, ma a collocare quanto vissuto dentro un orizzonte più ampio di comunione», grazie all’«ascolto vigile della voce dello Spirito Santo alla luce della Parola di Dio», considerando la conversazione nello Spirito come «il riferimento privilegiato, pur con gli adattamenti necessari alle esigenze specifiche di un processo di valutazione»?
- si sono preoccupati di assicurare «il coinvolgimento reale delle comunità e degli organismi di partecipazione», ma soprattutto «delle équipe sinodali, alle quali è affidata l’organizzazione e il coordinamento del lavoro» di valutazione (sia a livello locale che nazionale), in quanto «organi in cui si è maturata un’esperienza di ascolto e corresponsabilità che va custodita e sviluppata» nella sua «continuità» e, per questo, da «riattivare e sostenere anche oltre il 2028»? [4] Si è tenuta o si terrà presente, nella loro composizione, la necessità di «garantire la presenza di persone che conoscano i processi in atto e siano capaci di interpretarli teologicamente e pastoralmente»? Con «un’adeguata attenzione al rapporto tra uomini e donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale – includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di associazioni, movimenti e nuove comunità, così come fedeli non inseriti in strutture organizzate – e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità» e di «voci non direttamente riconducibili alla struttura ecclesiale e, dove opportuno, di rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane o di altre religioni»?
In conclusione, con tutto l’affetto filiale che proviamo per i nostri amici vescovi, non possiamo non domandarci: ma se non hanno sentito sinora quest’«urgenza» di valutazione del processo sinodale, come potranno sentirla d’ora in avanti? Come potranno evitare di (far) assolvere tali indicazioni in modo burocratico, sbrigativo e astratto, o di (farle) percepirle come fastidi aggiuntivi di cui liberarsi il più in fretta possibile o, addirittura, di mascherare come iniziative sinodali le novità pastorali in realtà legate al carisma personale di qualche presbitero, religioso/a, laico/a?
E, aggiungerei (rivolgendomi al cardinal Grech e alla Rev. Sr Nathalie Becquart), è proprio impossibile per la Segreteria generale del Sinodo “sollecitare” in modo più efficace tale attuazione?
Spero comunque, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, di essere sonoramente smentito, anche perché, altrimenti, come si paventava l’estate scorsa nelle tracce, forte sarebbe il rischio di dissipare «il capitale di entusiasmo ed energia che il processo sinodale ha finora suscitato».
[1] Altrettanto importanti sono i «rapporti finali dei Gruppi di Studio attivati dopo la prima Sessione (…) che offrono elementi di approfondimento su alcune questioni rilevanti per la vita ecclesiale (…) come stimoli che possono illuminare il discernimento in atto e aiutare a collocarlo in un orizzonte più ampio».
[2] Ricordiamo che tale responsabilità deve essere «esercitata nello spirito di quanto afferma il Documento finale ai nn. 69 e 92».
[3] «Alla luce del percorso compiuto dopo la conclusione del Sinodo 2021-2024 e in vista di offrirne i frutti in dono alle altre Chiese e al Santo Padre: quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella vostra comunità? In che modo l’esperienza di attuazione del Sinodo ha contribuito e può contribuire a rendere la Chiesa più capace di annunciare il Vangelo nelle situazioni concrete della vita umana e sociale?».
[4] Già nelle tracce si parlava della loro «opera preziosa» e del loro «contributo fondamentale» di «animazione», motivo per cui «andranno valorizzate ed eventualmente rinnovate, quelle sospese andranno riattivate e opportunamente integrate, e ne andranno formate di nuove laddove non si fosse provveduto a istituirle precedentemente». Per ora, esemplare in tal senso è la diocesi di Milano e, forse, da quanto emerge “qua e là“, quella di Firenze (alla quale, però, suggerirei a maggior ragione di aggiornare la pagina del sito dedicata alla sinodalità).





