
Oggi (28/5/26) si è conclusa l’82ª Assemblea generale della CEI, nel corso della quale è stato approvato il documento “Radicati e costruiti in Cristo”. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (cf. il comunicato finale). Al momento però il testo del documento non è ancora disponibile sul sito della CEI e non si trova notizia di quando verrà pubblicato – ed eventualmente presentato. In collaborazione con il blog Vino Nuovo, pubblichiamo questo articolo di Sergio Ventura che muove alcune interrogazioni ai vescovi italiani sul prosieguo della sinodalità nelle nostre Chiese locali.
In questi giorni i vescovi italiani hanno riflettuto (e votato) collegialmente sulle Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano, la cui bozza è stata curata da una commissione di vescovi coordinati dal cardinale Repole.
Qualche giorno fa, però, la Segreteria generale del Sinodo della Chiesa universale ha pubblicato un documento che contiene le indicazioni sul percorso di attuazione del Sinodo [2021-2024] verso le Assemblee 2027-2028 per la «valutazione» del «cammino comunitario di crescita nella sinodalità».
Tali indicazioni sono sostanzialmente una ripresa delle tracce per la fase attuativa del Sinodo, pubblicate la scorsa estate a quasi dieci mesi di distanza dall’approvazione del Documento finale del Sinodo dei vescovi (2024).
Ma, soprattutto, sono tutti «testi di riferimento» ineludibili per chi fosse ancora interessato alla sopravvivenza della sinodalità [1] Di conseguenza, essendo passato quasi un anno da quelle tracce ora divenute percorso, possiamo forse non aspettare le suddette linee di orientamento dei vescovi italiani per porre a costoro – in quanto titolari primi della «responsabilità del processo» [2] – qualche domanda intorno a quanto abbiano resa «concreta» nelle loro diocesi questa fase attuativa del Sinodo cominciata ormai da più di un anno e mezzo.
Per questo motivo, sperando di non risultare indiscreti, in aggiunta alla domanda standard posta loro dalla Segreteria generale del Sinodo [3], vorremmo chiedere ai vescovi italiani, con affetto e stima, se in questo lasso di tempo:
- si sono preoccupati di invitare le Chiese locali che servono a «sperimentare pratiche e forme di vita ecclesiale più sinodali, a verificarne i frutti e a condividerli, in un dinamismo di scambio tra le Chiese che alimenta la comunione e sostiene la missione» (At 21,17-19)? Si sono preoccupati di cominciare almeno a «radunare» la Chiesa come Popolo di Dio per «contemplare» e «rileggere insieme le meraviglie operate dal Signore» durante il processo sinodale? Per «imparare dall’esperienza vissuta, riconoscere le difficoltà, comprendere le fatiche, ricalibrare priorità e processi» e «individuare con realismo e fiducia i passi da compiere»? All’interno di «un processo più ampio di discernimento, di conversione e di maturazione», in cui «riconoscere ciò che lo Spirito Santo ha fatto crescere» e «trasformare l’esperienza compiuta in sapienza condivisa» e «rendimento di grazie»?
- si sono preoccupati di invitare le Chiese locali che servono «a rileggere in clima di preghiera l’esperienza di attuazione del Documento finale: le pratiche avviate, i nuovi inizi, le trasformazioni in atto, ma anche le difficoltà incontrate», ricordando che il Documento di cui è in questione la recezione partecipa del Magistero ordinario del Papa? Si sono preoccupati di aiutarle «a non ripiegarsi su di sé, ma a collocare quanto vissuto dentro un orizzonte più ampio di comunione», grazie all’«ascolto vigile della voce dello Spirito Santo alla luce della Parola di Dio», considerando la conversazione nello Spirito come «il riferimento privilegiato, pur con gli adattamenti necessari alle esigenze specifiche di un processo di valutazione»?
- si sono preoccupati di assicurare «il coinvolgimento reale delle comunità e degli organismi di partecipazione», ma soprattutto «delle équipe sinodali, alle quali è affidata l’organizzazione e il coordinamento del lavoro» di valutazione (sia a livello locale che nazionale), in quanto «organi in cui si è maturata un’esperienza di ascolto e corresponsabilità che va custodita e sviluppata» nella sua «continuità» e, per questo, da «riattivare e sostenere anche oltre il 2028»? [4] Si è tenuta o si terrà presente, nella loro composizione, la necessità di «garantire la presenza di persone che conoscano i processi in atto e siano capaci di interpretarli teologicamente e pastoralmente»? Con «un’adeguata attenzione al rapporto tra uomini e donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale – includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di associazioni, movimenti e nuove comunità, così come fedeli non inseriti in strutture organizzate – e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità» e di «voci non direttamente riconducibili alla struttura ecclesiale e, dove opportuno, di rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane o di altre religioni»?
In conclusione, con tutto l’affetto filiale che proviamo per i nostri amici vescovi, non possiamo non domandarci: ma se non hanno sentito sinora quest’«urgenza» di valutazione del processo sinodale, come potranno sentirla d’ora in avanti? Come potranno evitare di (far) assolvere tali indicazioni in modo burocratico, sbrigativo e astratto, o di (farle) percepirle come fastidi aggiuntivi di cui liberarsi il più in fretta possibile o, addirittura, di mascherare come iniziative sinodali le novità pastorali in realtà legate al carisma personale di qualche presbitero, religioso/a, laico/a?
E, aggiungerei (rivolgendomi al cardinal Grech e alla rev. suor Nathalie Becquart), è proprio impossibile per la Segreteria generale del Sinodo “sollecitare” in modo più efficace tale attuazione?
Spero comunque, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, di essere sonoramente smentito, anche perché, altrimenti, come si paventava l’estate scorsa nelle tracce, forte sarebbe il rischio di dissipare «il capitale di entusiasmo ed energia che il processo sinodale ha finora suscitato».
[1] Altrettanto importanti sono i «rapporti finali dei Gruppi di Studio attivati dopo la prima Sessione (…) che offrono elementi di approfondimento su alcune questioni rilevanti per la vita ecclesiale (…) come stimoli che possono illuminare il discernimento in atto e aiutare a collocarlo in un orizzonte più ampio».
[2] Ricordiamo che tale responsabilità deve essere «esercitata nello spirito di quanto afferma il Documento finale ai nn. 69 e 92».
[3] «Alla luce del percorso compiuto dopo la conclusione del Sinodo 2021-2024 e in vista di offrirne i frutti in dono alle altre Chiese e al Santo Padre: quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella vostra comunità? In che modo l’esperienza di attuazione del Sinodo ha contribuito e può contribuire a rendere la Chiesa più capace di annunciare il Vangelo nelle situazioni concrete della vita umana e sociale?».
[4] Già nelle tracce si parlava della loro «opera preziosa» e del loro «contributo fondamentale» di «animazione», motivo per cui «andranno valorizzate ed eventualmente rinnovate, quelle sospese andranno riattivate e opportunamente integrate, e ne andranno formate di nuove laddove non si fosse provveduto a istituirle precedentemente». Per ora, esemplare in tal senso è la diocesi di Milano e, forse, da quanto emerge “qua e là“, quella di Firenze (alla quale, però, suggerirei a maggior ragione di aggiornare la pagina del sito dedicata alla sinodalità).






Quanta fatica fanno il clero italiano e anche molti laici a vivere la sinodalità!? La Chiesa italiana rischia di essere poco missionaria, cioè poco radicata sul territorio. La Chiesa italiana rischia di chiudersi in esigue roccaforti con pochi preti e fedeli. Se la Chiesa italiana vuole rimanere radicata sul territorio e annunciare il Vangelo deve essere necessariamente sinodale. Il passaggio da una Chiesa prettamente clericale ad una sinodale non è così semplice. Bisogna tenere conto che l’annuncio del vangelo non può essere lasciato ad una elite ben formata e dall’altra è necessario formare meglio il laicato. L’annuncio del Vangelo non è tanto un fatto culturale ma esperienziale, perchè se hai fatto esperienza di Dio e lo puoi comunicare, poi bisogna dare sostanza a ciò che si crede. Quanti fedeli hanno tanta fede legata all’esperienza ma poca cultura teologica e viceversa? La Chiesa sinodale, cioè una Chiesa che cammina insieme, deve ripensarsi e non è facile.
A Verona l’assemblea diocesana ha bocciato la “chiesa in uscita”: 71% contro 29%. Già questo la dice lunga sulla serietà di questi processi
Dipende cosa consideriamo sinodalità. Se è ridotta alle infinite riunioni del circoletto finirà nel dimenticatoio, se invece è un appello alla dimensione comunitaria non è certo in quei posti che si troverà. Fortunatamente i tempi della Chiesa sono diversi da quelli dei media.
Intanto non si può sentire (e leggere) “proseguio”…
Parole, parole, parole. Intanto, la parrocchia soffoca sotto il loro peso
Tanti sempre guardano alla Chiesa con pregiudizio e non tengono conto della zavorra umana con cui essa convive. Se da un lato dobbiamo ringraziare Papa Francesco per averci ricordato l’importanza della fraternità sinodale e aiutato ad incamminarci in essa, dall’altro non è possibile minimamente immaginare che trasformazioni di prospettiva e di metodo così grandi ed epocali s’impongano immediatamente nella compagine ecclesiale. Se poi consideriamo che anche i vescovi italiani sono alla ricerca di un loro successo personale, di una loro riuscita nella vita e di dare un apporto significativo al loro operare, soprattutto in termini quantitativi, comprendiamo benissimo che disturbi alquanto attuare il metodo sinodale, innanzitutto perché mette in discussione la loro leadership. Quindi dobbiamo continuare a coltivare la virtù della speranza, confidando nella misericordia di Dio anche nei confronti della conferenza episcopale italiana.
“zavorra umana” fortuna che esistono i sinodali che non hanno di questi problemi e viaggiano su nuvole platoniche invece che nel mondo reale..
Il processo sinodale l’ho percepito come una bufala sin dall’inizio. Fiumi di parole e tempo persi. Menomale che sembra si stia abbandonando nella pratica. Rimane solo la retorica.
Interessante provocazione…
A qualche prelato non scaturisce la curiosità di sapere cosa pensa la maggioranza dei fedeli, circa la sinodalità.
Provo a spiegare con poche parole la mia opinione.
Non ho capito cosa sia nella realtà. Soprattutto quando si spendono pagine e pagine per spiegarne un concetto vago, senza mai giungere ad una sintesi di “poche” parole.
Nelle aziende si chiama “sondaggio di opinioni”, ma esso avviene chiedendo opinioni a un ventaglio di gente comune.
Nella chiesa mi sembra che se la cantino e se la
suonino tra prelati, sempre tra loro con qualche laico (e poche donne) scelto con circospezione, tra i più
allineati.
Poi ci sono pagine e pagine di parole di cui non riesco a trarre alcuna sintesi.
Vi assicuro che se faceste veramente un sondaggio verso una larga base di fedeli (inclusi i tiepidi), scoprireste che siamo veramente in tanti ad essere disinteressati ad un siffatto Sinodo.
Mi sembra un qualcosa a metà tra un arido filosofare e una (scusate) “presa in giro” dei fedeli.
Se poi le cose fossero realmente diverse da come le percepisco, tenete presente che una laurea ed una vita da dirigente d’azienda non mi permettono di comprendere il linguaggio ecclesiale.
E pensare che il testo evangelico è così semplice da comprendere!
Mi cestinerete? Penso proprio di si…….
Sarebbe interessante un sondaggio di questo tipo