
Navi mercantili in viaggio verso lo stretto di Hormuz.
Siamo sicuri che negoziano davvero? È questa la domanda – speranza di molti europei da quando Trump ha rinunciato alla minaccia espressa in uno stile che qualcuno ha associato a Tamerlano; cancellare in poche ore un’intera civiltà.
Solo il fatto che possa essere stata formulata una simile minaccia dal Presidente della “prima democrazia del mondo”, dovrebbe far riflettere su dove siamo arrivati.
Questo estremismo potrebbe diventare l’insperata base grazie alla quale riunire l’Europa nel rifiuto di ogni estremismo, se qualcuno volesse darsi la pena di farla esistere. Ma non in tutto il mondo le cose vanno allo stesso modo.
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Ognuno ha il suo risveglio, i suoi sogni ma anche i suoi incubi. Così nel Golfo, versante arabo, la valanga di missili e droni lanciati dall’Iran su numerosi di questi Paesi assocerebbero all’Iran l’immagine del Tamerlano che alcuni hanno evocato sui nostri giornali nelle ore dell’incredulità per le parole di Trump.
Ricostruire una forma di accettabile vicinato sarà un’impresa. Non si poteva sperare che fossero queste le ore per un ragionamento anche autocritico, visto che nella corsa all’odio tra arabi e “persiani”, come lì si dice, il peso della colpa non sta tutto da una parte sola.
I sauditi hanno creduto di poter apparire neutrali senza esserlo, qatarini ed emiratini hanno contato di poter ospitare gli americani nelle loro basi per via degli affari, ufficiali e sottobanco, che hanno sempre fatto con Teheran e che assicuravano di voler continuare a fare fiorire. Questa volta non è andata così.
Ma è importante leggere di cosa si trattasse. I dati, citiamo per semplicità solo quelli relativi agli Emirati Arabi Uniti, sono chiari e forse sorprendenti. Fino alla guerra il loro interscambio commerciale raggiungeva i 27 miliardi di dollari, secondo solo a quello tra Iran e Cina; gli iraniani che lì hanno risieduto da anni e anni sono 400mila; le società o compagnie commerciali iraniane censite nel Paese sono 8mila.
Nella lunga stagione delle sanzioni Dubai è stata il polmone che consentiva all’Iran di respirare; può sembrare troppo, ma è certamente così se si inserisce nel computo anche il Qatar. Per chi, come gli emiri, attribuisce ai soldi un valore enorme, tutto questo costituiva una sorta di polizza assicurativa: “qui vengono gli americani, ma di qui vengono anche gli affari che vi fanno vivere”, questo più o meno il loro ragionamento.
Invece dal 28 febbraio al 10 marzo l’Iran ha lancia contro gli EAU 438 missili balistici, 2.012 droni e 19 missili da crociera. Poi ci sono quelli lanciati contro il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita, Il Kuwait, l’Oman.
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Ora per uscirne occorre trovare una formula sulla sicurezza del Golfo: gli iraniani la vorrebbero senza più basi americane, ipotesi che gli arabi neanche potranno considerare. Questi ultimi sono insoddisfatti della copertura militare offerta loro dagli Stati Uniti, tanto che i sauditi sono andati a cercare anche quella dei pakistani, potenza atomica.
Nelle ore terminali della mediazione per il cessate il fuoco, i pakistani hanno dovuto far presente agli iraniani che se avessero attaccato apertamente anche Riad sarebbero dovuti intervenire proprio per via del loro recente trattato di mutua difesa con Riad.
Leggendo i giornali arabi, ufficiali e “indipendenti”, è difficile trovare voci incoraggianti, la fiducia reciproca è sotto zero, infatti si può assumere che lo stesso discorso valga anche per l’Iran. Così è interessante notare che un commento, un’opinione che non impegna l’editore, si trovi in questi giorni di tensione sul giornale saudita, ufficiale ma stampato a Londra, Arab News.
Non sarà altro che l’idea dell’autrice, ma come spirito ha preceduto la prima telefonata successiva alla guerra tra il capo della diplomazia saudita e il suo omologo iraniano: l’autrice Dania Koleilat Khatibi, libanese, esperta di relazioni arabo-americane, ha espresso certamente un punto di vista solo suo, ma non è stato respinto al mittente, la sua idea è andata in pagina.
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A suo avviso un accordo non può che partire dalla soluzione del nodo di fondo della sicurezza: la presenza americana nel Golfo è una garanzia per gli arabi davanti alla costante minaccia iraniana alla loro sicurezza; per gli iraniani invece la presenza americana è una minaccia alla loro sicurezza. Questa guerra non può che aver confermato queste due certezze. Come garantire entrambi quando la reciproca sfiducia è a questi livelli?
La tesi qui riassunta prende le mosse da una parola, islam. Ci sono infatti dei Paesi islamici che hanno buoni rapporti con entrambi, arabi e iraniani. Il Pakistan, il mediatore che è riuscito in questo fragile e traballante avvio di negoziato, è uno di questi e ha agito in stretto raccordo con un altro paese islamico, la Turchia.
Turchia, Pakistan e Arabia Saudita sono protagonisti di un complesso tentativo di riavvicinamento. L’autrice ricorda che quell’Ali Larijani che gestiva la politica di sicurezza iraniana fino alla sua recente eliminazione, aveva sorprendentemente apprezzato il patto difensivo tra sauditi e pakistani perché auspicava che potesse essere il punto di partenza di un accordo regionale al quale il suo Paese potesse nel prossimo futuro aderire.
L’attuale vicinanza tra sauditi, pakistani e sauditi non potrebbe porre le basi di questa futura architettura capace di includere l’Iran dando a tutti garanzie di sicurezza?
L’autrice afferma chiaramente che nessuno può pensare che tra pochi giorni le basi americane possano essere sostituite da quelle di qualcun altro, magari di questi nuovi soci o garanti della sicurezza regionale. Lei parla di un “processo negoziale” da avviarsi.
Immaginiamo che i nuovi mediatori siano presenti come interposizione e vigilanza sui due lati del Golfo: un ostacolo al monitoraggio su entrambi i lati del Golfo è costituito dal fatto che la Costituzione iraniana proibisce di ospitare basi straniere sul territorio patrio. Ma le costituzioni possono sempre essere modificate.
Questa considerazione la fa perché recentemente il ministro degli esteri iraniano ha parlato della cooperazione militare con russi e cinesi, definiti “partner strategici”: meglio per gli americani avere truppe di questi Paesi in basi sul territorio iraniano, o truppe dei paesi islamici citati? E non sarebbe meglio anche per gli europei?
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Ecco allora che per venirne a capo va affrontato il vero mal di testa arabo, il sostegno iraniano alle milizie sue alleate, alla cui testa c’è ovviamente Hezbollah: potrebbe questo mal di testa entrare in questo processo e in virtù di un impegno definitivo dell’Iran al loro disarmo determinare un superamento della presenza terrestre delle basi militare americane nel Golfo?
Un esito simile non dovrebbe essere sgradito né al capo delegazione americano, JD Vance, né a chiunque segua la visione MAGA.
Certo le milizie filo iraniane hanno delle loro agende nazionali e potrebbero opporre resistenze; per ottenere questo risultato Teheran dovrebbe dimostrarsi pronta a impegni chiari e a tutto campo, a chiudere davvero l’epoca delle milizie, fino in fondo.
Il discorso però non finisce qui: c’è la minaccia nucleare. Rimuoverla ottenendo la fine delle sanzioni potrebbe dire ai facoltosi emiri arabi che si può mettere sul piatto della pace il sostegno economico alla ricostruzione dell’Iran.
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Leggendo questo articolo ho pensato che quanto dicono gli americani, resteremo in zona per garantire che tutto sia rispettato, non contraddice questo “processo”, che appunto, è un processo, non si attua dalla sera alla mattina.
Trovare i punti deboli di questo discorso è facile. Il regime iraniano si è legato alla bomba come unica garanzia, i pasdaran sono una forza eversiva, possono rinunciare all’eversione? Passare a un’agenda iper-nazionalista gli è possibile, ma qui si rischia di tornare alla bomba come madre di tutte le difese della patria.
Ma non si deve ritenere che un articolo possa dire come risolvere tutto. Il fatto che è stato pubblicato ha un suo rilievo, perché il discorso di Dania Koleilat Khatibi ha una logica, che parla di dialogo e comprensione, partendo dal punto di vista arabo ovviamente.





