Grace: patriarcato ed emancipazione a Kibera

di:

giulia1

Come si estirpa il patriarcato nei Masai, che si basa su un paradigma valoriale e culturale forte e consolidato? La storia di Grace ce lo racconta. Nairobi, la vita si svolge sulla strada, dinamica, autentica, allegra e caotica. 

Mentre cerco di assorbire quanti più colori ed energia possibili, tento di conciliare piacevoli sensazioni di pienezza, gratitudine e ammirazione con una commistione di pessimismo e scoramento. 

Infatti, a fare da contraltare all’impatto positivo e reale dei progetti di cooperazione visitati durante il mio soggiorno in Kenya, vi è una società patriarcale che avvilisce il desiderio di riscatto e la forza di chi lotta per la giustizia sociale.  

Koinonia, l’associazione presso la quale ho svolto il mio progetto universitario a Nairobi, implementa e gestisce progetti di cooperazione che si pongono l’obiettivo di combattere le ingiustizie e la disuguaglianza dal basso, intervenendo a sostegno di chi vive per strada e nella baraccopoli di Kibera. 

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Tuttavia, la struttura patriarcale è talmente solida e radicata che risulta pressoché impossibile da asportare. Mi sono chiesta a lungo come si possa agire in maniera efficace sui meccanismi cognitivi di un padre che nega alle figlie la possibilità di studiare. Come si estirpa uno schema mentale di questo tipo, che si basa su un paradigma valoriale e culturale estremamente forte e consolidato? 

A fornirmi una risposta, è stata Grace, una ragazza determinata e coraggiosa di 23 anni.  

La famiglia di Grace è di origine Masai, un popolo dalle antiche tradizioni guerriere e pastorali, che abita gli altipiani del Kenya meridionale. 

Durante un’escursione a Ngong Hills, un insieme di colline a sud-ovest di Nairobi, Grace mi ha spiegato che la struttura sociale e politica dei Masai è fortemente cristallizzata e di stampo patriarcale: il potere decisionale è conferito esclusivamente agli anziani. 

Mentre contemplavamo il panorama riprendendo fiato, ha indicato un ragazzo seguito da un gregge di pecore, che incedeva lentamente appoggiandosi a un bastone nodoso e trascinando i passi. Subito dopo, indirizzando il mio sguardo verso un punto più lontano, mi ha mostrato il suo villaggio di provenienza, in corrispondenza di un insieme di case basse e rosse. 

Mi ha raccontato che quando non aveva ancora la possibilità di studiare, esattamente come quel ragazzo dalla pelle bruciata dal sole, anche lei guidava le pecore al pascolo. Si alzava presto, consumava un pasto veloce che le avrebbe fornito le energie per tutta la giornata e conduceva gli animali fino al crepuscolo. 

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Questa quotidianità è rimasta immutata fino a quando Grace, ingabbiata e oppressa dall’impossibilità di immaginare un futuro diverso, ma determinata a studiare, ha percorso a piedi i chilometri che la separavano da Nairobi, dove è stata accolta da Koinonia.

L’associazione le ha fornito un alloggio e ha finanziato la sua istruzione. Adesso Grace, dopo aver concluso un master per diventare assistente sociale, lavora per Koinonia. 

All’inizio, quando tornava a casa, si sentiva estranea, respinta e giudicata dalla propria comunità. La libertà che aveva esperito studiando la rendeva diversa, protagonista di un vissuto apparentemente inconciliabile con le tradizioni e le dinamiche comunitarie Masai. L’unica persona dalla quale riceveva supporto era la madre, che l’aveva sempre incoraggiata. 

Nonostante ciò, fin dal primo rientro a casa, non ha mai smesso di cogliere l’occasione delle celebrazioni religiose per sensibilizzare la sua comunità sull’importanza e i benefici dell’istruzione per le donne. Con il tempo, il padre, un uomo all’apparenza impossibile da scalfire, ha rivalutato i propri dogmi e riconosciuto i benefici dell’educazione impartita alla figlia. 

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Oggi, anche la sorella di Grace va a scuola, entrambe lottano per la loro libertà ed emancipazione e per quella delle donne della loro comunità e si battono per scardinare il sistema obsoleto e ingiusto dove sono cresciute. 

Una volta raggiunta la cima della collina e ripercorso il versante in senso opposto, abbiamo pranzato in una sorta di ristorante locale, una struttura in lamiera che in pausa pranzo accoglie gli autisti di boda boda, i moto-taxi utilizzati per il trasporto rapido. 

Dal menù esposto a caratteri cubitali sulle pareti di cartone, abbiamo scelto chapati, il pane tipico, ugali, un alimento a base di farina di mais e acqua, verdure, pesce e mandazi, soffici frittelle dolci. 

Mentre spezzavo il chapati con le mani e lo intingevo nel sugo della verdura, mi ha pervasa un senso di speranza e la certezza che mi fossi sbagliata, che esistono modi per incrinare le convinzioni endemiche che cristallizzano il ruolo della donna. 

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Ho lasciato che serenità, sollievo e stupore mi invadessero. 

Non aveva importanza dare un riscontro reale a quel ragionamento poiché tutto, in quel momento, mi rimandava autenticità. 

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