
La presidenza di Trump rappresenta l’ultimo capitolo di un lungo percorso in cui coloro che si sentivano «lasciati indietro» si sono mobilitati a favore di un nuovo messianismo che ha trasformato il vecchio deismo dei Padri Fondatori e ha dato il via a una nuova ondata politico-religiosa negli Stati Uniti (Francesco Sisci).
Attualmente sugli Stati Uniti prevale il registro del giudizio su quello della comprensione – ma, questa mancante, anche il primo finisce con l’essere una semplice reazione emotiva alle politiche messe in campo dall’attuale amministrazione Trump. Con il sotteso non detto che, messo Trump alle spalle, tutto tornerà se non come prima quantomeno a un livello di superficiale normalità.
Possiamo partire da una cosa certa nella schizofrenia che improvvisamente sembra regnare in quello che una volta chiamavamo ordine mondiale: niente sarà più come prima e una eventuale ricomposizione dei molti brandelli sparsi della nostra convivenza globale richiederà decenni per essere faticosamente raggiunta.
Trump più che essere l’agente provocatore di questa condizione di alta instabilità geopolitica, ne è stato l’impietoso acceleratore – togliendo la foglia di fico dietro la quale si è cercato di nascondere il declino di tutti quegli strumenti giuridici, politici e diplomatici che hanno caratterizzato il periodo seguente alla II Guerra mondiale. Certo, anche le foglie di fico servono a qualcosa, ma solo se si lavora con sagacia all’invenzione di un nuovo modello di relazioni internazionali – e non se a essa ci si aggrappa facendo finta che non stia succedendo nulla.
Improvvisamente, dopo la querelle aperta da Trump contro papa Leone XIV, anche vescovi e Chiese non americane hanno trovato il dono della parola per esprimere la loro opinione, e il loro giudizio, sugli Stati Uniti di oggi e sull’amministrazione che li governa. Lo hanno sovente fatto con un registro sostanzialmente retorico, più che con la necessaria capacità di analisi.
Poco aiutano anche esternazioni di teologi che gli Stati Uniti dovrebbero conoscerli bene, quando queste sono segnate come da un risentimento per un innamoramento andato male. Quando non si è capaci di cogliere un attivismo inatteso in larga parte dell’episcopato americano (anche in settori che guardavano con favore alla seconda presidenza Trump) e non si apprezza un possibile primo ricompattamento di vescovi usciti profondamente divisi tra loro dal pontificato di Francesco.
Left behind
Quindi, prima di essere giudicati, gli Stati Uniti e la loro Chiesa cattolica vanno quanto meno tentati di essere compresi.
Il primo passo da fare è quello di superare l’illusione che coltiviamo segretamente: Trump non è un problema in sé, ma l’esito di un lungo e complesso processo sociale, culturale e politico in atto da decenni negli Stati Uniti; e il popolo elettorale di Trump non è un aggregato di pazzi che ha improvvisamente perso il senno politico, ma una parte di cittadinanza che ha sentito e vissuto i decenni a cavallo tra il XX e il XXI secolo come una pena inflitta ingiustamente – qualche volta con buone ragioni.
L’indebolimento del legame sociale, e la conseguente perdita di senso comunitario e di prossimità sul territorio abitato insieme, è un fenomeno in atto a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. A esso si affianca la lenta dissolvenza di luoghi di socializzazione condivisa fra ceti diversi e di diversa provenienza (culturale ed etnica) della popolazione statunitense.
Un processo di decostruzione, questo, che è stato osservato, ma a cui non si è cercato di rispondere creando alternative in vista della costruzione di una nuova appartenenza comune. Il tutto ha trovato un volano moltiplicatore nella forte mobilità che contraddistingue gli abitanti degli Stati Uniti – soprattutto per ragioni di opportunità lavorative o di studio.
Queste dinamiche hanno rafforzato una caratteristica propria della cultura abitativa e sociale americana: quella del raggruppamento in isole identitarie, che facilitano il vivere all’interno di una Nazione caratterizzata per un forte pluralismo culturale, etnico, linguistico e religioso. Questa insularità sociale ha seguito una sorta di movimento tettonico, dove le zolle si allontanano e avvicinano fra loro provocando, a ogni mossa, degli esiti che vanno dalla frizione allo scontro.
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La sensazione di una perdita dell’identità è divenuta il motore della ricerca di un’appartenenza che ha trovato nella medesimezza speculare un placebo emotivo estremamente efficace (meccanismo rinforzato dalla logica algoritmica della nuova comunanza digitale). In questa dinamica sociale, la Chiesa cattolica americana – a partire dalla fine degli anni ’80 del XX secolo – non è senza colpe e responsabilità: in primis, quelle di aver introiettato al suo interno la logica delle culture wars e di essersi organizzata in maniera corrispondente, anziché proporsi come territorio socio-culturale in cui esse potevano trovare una possibile ricomposizione pacifica attraverso il dialogo e il confronto rispettoso e aperto al sentire dell’altro (situazione a cui cerca, oggi, di porre rimedio costruttivo la pratica sinodale dell’essere-insieme come credenti fortemente voluta da papa Francesco).
Questi sono anche i decenni in cui si impone un mainstream culturale che potremmo chiamare liberal-democratico: che parte dalla stagione della sacrosanta legittimazione dei diritti civili degli americani di colore, ma approda allo sdoganamento della privatizzazione dei diritti fatti coincidere con gli orientamenti valoriali di una parte della cittadinanza – senza dare dovuto ascolto alle voci di coloro che in essi facevano fatica a ritrovarsi.
Questa parte «lasciata indietro» ha dovuto subire l’imposizione della cultura ambiente cosiddetta liberal prevalentemente attraverso lo strumento giuridico – processo, questo, che trova il suo apice simbolico nella sentenza Roe v. Wade della Corte Suprema nel 1973. Ma non solo. Sulla scorta di questa sentenza, e di quelle che hanno trasformato in diritto i desideri e bisogni personali, si è sviluppata una forma del discorso pubblico e accademico intollerante verso ogni forma di dissenso e sentire valoriale di altro orientamento.
Per decenni, ad esempio, in America dell’aborto non si è potuto parlare senza venire stigmatizzati o incasellati nella «setta» pro-life senza alcun distinguo. Non si è potuto parlare dei numeri – e di possibili vie di politiche sociali per diminuirli. Nel gioco dei paradossi dell’esperimento americano, in merito, si deve registrare che il periodo che ha visto la riduzione più significativa del numero di aborti negli Stati Uniti è quello del secondo mandato presidenziale di Obama.
Un presidente risolutamente pro-choice ma che, con la Obamacare, ha messo in campo una politica di investimento economico nel welfare che ha avuto l’impatto più significativo per una questione che stava al cuore delle culture wars e dei valori di coloro che, lasciati indietro, non si sentivano rappresentati dal mainstream liberal.
E, per rimanere nel gioco dei paradossi, a seguito della sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization (2022), di una Corte Suprema disegnata da Trump anche per raggiungere questo risultato giuridico, il numero degli aborti ha ripreso a schizzare verso l’alto a causa della completa cancellazione del pacchetto di welfare e assistenza sanitaria dell’amministrazione Obama. Gli ex «lasciati indietro» hanno avuto la loro vittoria di merito ribaltando la sentenza simbolo dell’era culturale liberal, ma hanno perso nella sostanza – così che quelli che possono veramente celebrare la fine dell’epoca dei fratelli Kennedy sono un manipolo di ricchi e una cellula ancora più esigua di magnati del digitale.
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Da tutto questo avrebbe dovuto imparare qualcosa anche quel mondo americano orfano delle vittorie liberal, che oggi si trova a dover vestire i panni scomodi di nuovi «dimenticati» nell’era Trump. Sembra però che molto manchi all’avvio di questo processo di apprendimento per la scrittura di una nuova pagina della storia americana.
Un episodio recente può illustrare bene la situazione su questo altro versante dell’America. In un panel dedicato al «Nazionalismo cristiano» dell’ultimo meeting annuale dell’American Academy of Religion, un collega – parlando di quelli che non sono come lui (ma intendeva un noi, in realtà) liberal, democratici, illuminati, al passo coi tempi – è venuto fuori in maniera un po’ gratuita con la battuta «pensate che c’è ancora qualcuno in America che crede che ci siano solo due generi».
Il sorrisino stampato sul suo volto, e il tono derisorio della voce, mostravano non solo tutta la incapacità di apprendere da parte di questa fetta di America, ma anche una preoccupante mancanza di contatto con la realtà che la Nazione aveva prodotto eleggendo Trump per un secondo mandato presidenziale. Parlava di questi «coloro», che hanno vinto politicamente e culturalmente, dopo decenni passati alle spalle del mondo liberale e democratico, con supponenza e mancanza di rispetto – come se «coloro che credono che ci siano solo due generi» non fossero degni di essere riconosciuti come concittadini.
Senza accorgersi di avere un registro del linguaggio e una postura del pensiero del tutto uguale a quella dei proprietari delle Plantation negli stati del sud americano prima (ma anche dopo) la Guerra Civile. Il suo disprezzo per questi «coloro» era come quello provato da molti bianchi americani negli anni ’50 e ’60 verso gli afro-americani in via di emancipazione da strutture sociali e culturali razziste.
Istituzioni
Trump può quello che fa perché è stato posto nelle condizioni istituzionali e socio-politiche per farlo – e questo non dall’oggi al domani. Il suo secondo mandato ha dato probabilmente il colpo di grazia a un sistema istituzionale che è stato lentamente snaturato nel corso dei decenni precedenti. Oggi questo sistema non solo non funziona più così come lo avevano immaginato i padri della Costituzione americana, ma è anche diventato distopico.
L’istituzione in cui questo processo di decostruzione si mostra in maniera emblematica è il Congresso – rianimato artificialmente dalla recente sentenza della Corte costituzionale sui dazi, ma lasciato languire in stato comatoso per ciò che riguarda la questione ben più seria su chi abbia il potere negli Stati Uniti di dichiarare e iniziare una guerra.
Per gli estensori della Costituzione, il Congresso (Camera dei Rappresentanti e Senato) rappresentava in sé una istituzione identitaria per coloro che vi venivano eletti e non un luogo di raccolta di appartenenti a questo o quel partito politico nazionale. Detta in altre parole: la fedeltà ai doveri costituzionali del Congresso doveva prevalere sull’ottemperanza delle condotte di partito. È su questa base che il fragile sistema di check-and-balance, su cui si regge l’esperimento democratico americano, può funzionare efficacemente. Insomma, il «potere legislativo», e le altre prerogative costituzionali del Congresso, era stato pensato come un potere effettivamente a sé stante – altro da quello esecutivo del Presidente e dagli interessi dei partiti a cui i membri del Congresso sono affiliati.
In questo modo, il Congresso veniva pensato non solo come istituzione a cui, in quanto detentrice del potere esecutivo, spetta il controllo e il contenimento di quello esecutivo, ma anche come soggetto politico vero e proprio (e quindi altro rispetto ai partiti politici). È in questo quadro che nel corso del tempo si è sviluppata quella procedura del Congresso che oggi chiamiamo bipartisan. Ma il suo senso non è tanto quello che gli diamo correntemente, ossia di un accordo compromissorio fra i due partiti in esso rappresentati; quanto piuttosto quello di un efficace esercizio del potere legislativo in quanto soggetto politico autonomo che in quella procedura esprime la sua soggettività politica – alternativa a quella degli altri poteri e a quella dei partiti.
Era questo il modo pensato dai costituenti per evitare che il presidente americano si trasformasse nell’odiato re d’Inghilterra, da cui ci si emancipava definitivamente costituzionalizzando tutta la propria differenza. Pur con alterne vicende e diversi livelli di efficacia, il Congresso americano è stato fedele a questa sua prerogativa per quasi due secoli; poi, pian piano, si è avviata quella che potremmo chiamare una partitizzazione del Congresso – ossia, un incremento della dipendenza dai rappresentanti alla Camera e al Senato dai rispettivi partiti politici.
Tra le ragioni di questo allontanamento dal disegno originario va annoverato il costo, oramai esploso, delle campagne elettorali che vincola gli eletti non solo alle lobby che li hanno finanziati, ma anche ai rispettivi partiti che investivano ingenti somme di denaro per farli eleggere.
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I membri del Congresso hanno finito così col perdere sempre più quella autonomia necessaria per fare di esso un soggetto politico istituzionale a sé stante. Una situazione, questa, che potrebbe essere ulteriormente aggravata se la Corte Suprema accettasse l’istanza mossa dal Partito Repubblicano di considerare il budget consolidato partitico per le campagne elettorali come coincidente con il «diritto di espressione» – che porterebbe a un’eliminazione di qualsiasi tetto previsto per i finanziamenti, al mantenimento dell’anonimato delle fonti di finanziamento che confluiscono nelle casse dei partiti politici, con la conseguenza di una possibile compravendita dei seggi elettorali in Congresso e la riduzione a marionette mosse da mano altrui dei rappresentanti eletti.
Questa partitizzazione del Congresso introduce una dinamica di «democrazia parlamentare» all’interno di un quadro istituzionale democratico che non è per nulla parlamentare, con la conseguenza che la sua funzione costituzionale di controllo, verifica e soggettività politica autonoma (e, in caso necessario, alternativa agli altri poteri) viene fatalmente pregiudicata – creando una disarticolazione profonda (e pericolosa) del sistema istituzionale americano.
A questa dinamica se ne è accostata un’altra, come suo coerente sviluppo: quella che fa dei rappresentati del Congresso, che appartengono al partito di cui il Presidente in carica è espressione, una sorta di braccio legislativo del potere esecutivo. Non solo il Congresso non rappresenta più l’istanza rispetto alla quale si plasma l’identità istituzionale dei rappresentanti a esso eletti, sostituito in questo dai reciproci partiti di appartenenza, ma non si pensa più come potere alternativo, e di contenimento se necessario, al potere esecutivo presidenziale – esercitandosi piuttosto come trascrittore legislativo della volontà politica del Presidente in carica.
Senza questa lunga storia di sempre più marcato scostamento del Congresso dalla funzione costituzionale originariamente pensata per esso, quale vero e proprio soggetto politico autonomo detentore di un potere (legislativo) non subalterno a quello esecutivo del presidente americano, quello che Trump può fare oggi (quasi indisturbato) non sarebbe possibile.

È all’interno di questo esito distopico del potere legislativo del Congresso che va analizzata la questione del potere giudiziario, in particolare della Corte Suprema, nell’America di Trump. Anche in questo caso, l’attuale presidente eredita sviluppi di lunga data e li rende malleabili alla sua idea di presidenza della Nazione.
A differenza della tradizione continentale, negli Stati Uniti il potere giudiziario negli stati è una carica politica; mentre a livello federale è espressione delle politiche esecutive dell’amministrazione. Quindi, non adeguato rubricare la situazione attuale del potere giudiziario sotto l’etichetta di una politicizzazione dei giudici e dei magistrati, perché il sistema giuridico americano è pensato proprio nei termini di soggetto politico – in un’ulteriore alterità rispetto a quello del Congresso, dei partiti e del potere esecutivo. Ed è proprio in quanto soggetto politico terzo che il potere giudiziario entra negli ingranaggi di bilanciamento, valutazione, correzione delle politiche esecutive e legislative.
Per quanto riguarda la Corte Suprema, i giudici sono sì nominati dal Presidente ma devono superare lo scrutinio del Congresso. Nella misura in cui quest’ultimo da soggetto politico autonomo diventa la longa manus presidenziale, i giudici della Corte Suprema diventano anch’essi dei potenziali esecutori delle politiche dell’esecutivo. Potenziali, perché la forza di identificazione dell’istituzione «Corte Suprema» ha goduto più a lungo del Congresso di una capacità di dare forma al corpo giudiziario che la compone. Nella mitologia dell’esperimento americano la Corte Suprema è come circoscritta da un’aurea sacra, di un compito fascinosum et tremendum – quello di mantenere la Nazione e il suo sistema istituzionale all’interno del disegno della Costituzione.
I giudici della Corte Suprema sono dei veri e propri sacerdoti e sacerdotesse della Costituzione americana, il cui ministero è accompagnato da una simbologia sacrale e da una vera e propria liturgia procedurale. Il potere che si detiene entrando in essa è sicuramente allettante e, una volta raggiunto, non è che lo si dismetta così facilmente per professare una docilità anti-costituzionale al presidente di turno. Quel potere è, infatti, potenzialmente «supremo». L’attuale Corte si è mossa a pendolo tra esercizio di conferma del potere esecutivo, così come lo pensa Trump, e un qualche contenimento formale davanti ai suoi eccessi.
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Uno spartiacque decisivo potrebbe diventare la sentenza della Corte Suprema sul diritto di cittadinanza in virtù dello ius soli, cancellata dopo più di due secoli con un colpo di spugna da uno dei primi decreti esecutivi di Trump. Dopo aver rimesso il potere «supremo» nelle mani di Trump con la sentenza che gli ha garantito immunità, anche per atti che di fatto andavano contro la Costituzione, e dopo essersi rifatta un po’ la verginità con quella sui dazi, ora la Corte Suprema si trova, decidendo sulla cittadinanza, nella scomodissima posizione di divenire o un vassallo giuridico del potere esecutivo, sulla linea del Congresso, o riaffermare la propria prerogativa di suprema custodia della Costituzione, anche a fronte dell’ingerenza del potere del Presidente – e, quindi, entrare anche lei a far parte di quel sistema criminale, secondo le parole di Trump, di un «potere canaglia» che osa opporsi al suo.
In fin dei conti, Trump ha già pubblicamente dichiarato di non tollerare alcun potere di limitazione del suo regno presidenziale quando ha affermato di «non avere altro limite se non quello della sua coscienza» nell’esercizio del potere esecutivo e nelle scelte che ne derivano. Una frase, questa, al massimo tollerabile per il cittadino Trump, ma carica di un potenziale sovversivo capace di far saltare completamente il banco del sistema istituzionale americano quando viene pronunciata dal presidente Trump.
La costruzione del potere messianico
Anche per ciò che concerne l’attacco, inedito nei toni e nella forma, di Trump contro papa Leone XIV vi è stata una lunga preparazione del terreno su cui esso ha attecchito. Non solo perché un diniego da parte americana a richieste del papa e della Santa Sede per ciò che concerne la scelta di vie diplomatiche anziché la guerra non è fatto nuovo – anzi, ha visto coinvolto in tempi recenti, da Reagan passando per Bush padre e figlio, proprio il pontefice più in sintonia valoriale con l’amministrazione americana repubblicana in chiave di opposizione all’egemonia liberal. Ma anche e soprattutto perché l’esperimento americano è connotato fin dagli inizi da un’allure di tipo religioso e messianico.
I territori d’oltremare appaiono offrire una copiosa prosperità e vengono visti quasi come quella terra biblica in cui «scorre latte e miele» in abbondanza e oltre la necessità. Un riverbero di questa auto-comprensione di territori che diventano la Nazione lo possiamo trovare in quei diritti inalienabili, inscritti in esergo della Dichiarazione di Indipendenza, dati dal Creatore ai nuovi cittadini americani, percepiti come verità auto-evidenti, di «vita, libertà e ricerca della felicità».
Certo, «tutti gli uomini» a cui questi diritti sono donati non sono tutti gli esseri umani ma solo maschi bianchi, di madrelingua inglese e protestanti. Nativi americani, donne, persone di colore in schiavitù, sono escluse da questa categoria eletta che da coloni diventano una sorta di nuovo popolo di Dio. Il cammino di emancipazione della Nazione da questo suo «peccato originario» sarà lungo e sempre esposto a un ripristino delle condizioni originarie di esclusivismo razziale e di genere (e oggi non siamo poi così lontani da questa possibilità, almeno nell’immaginario di alcuni dei devoti di Trump).
Al principio della nazione americana stanno due matrici religiose che l’accompagneranno lungo i due secoli e mezzo del suo esperimento: un deismo filosofico, che si dipanerà prevalentemente lungo l’asse giuridico-costituzionale, da un lato; e, dall’altro, un senso di identità come nazione cristiana che andrà a occupare l’atmosfera complessiva del corpo sociale americano. Questi due principi, talvolta in tensione dialettica tra di loro, talaltra cospirando uno insieme all’altro, rimangono fino a oggi operativi non solo nell’articolazione dell’immaginario di ampi settori della popolazione americana, ma anche nell’orientamento delle diverse dottrine politiche e giuridiche che ne hanno fatto la storia. In un certo qual modo, essi hanno funzionato, l’uno verso l’altro, in maniera molto simile al sistema istituzionale di check-and-balance – controllandosi e limitandosi a vicenda.
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Per questo la fusione dell’uno nell’altro diventa possibile proprio oggi, nello stesso momento in cui quell’inquadramento sistemico è entrato in crisi. La decisione del presidente Trump di consacrare nuovamente l’America a Dio il 17 maggio «come una nazione sotto Dio» si muove in questa direzione. Le personalità chiamate a intervenire in questo «Giubileo nazionale di preghiera, lode e ringraziamento», nel quadro dei festeggiamenti per il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, sono tutte cristiane – eccezion fatta per il rabbino Meir Soloveichik. Assenti sono tutte le fedi non bibliche, le espressioni religiose dei Native American, le Chiese protestanti tradizionali e quelle che sono espressione storica degli americani di colore – e, ovviamente, l’islam.
In questa versione trumpiana della «Nazione sotto Dio», la matrice originaria del deismo viene fatta coincidere con il Dio della nazione cristiana, restringendo in maniera drammatica gli spazi per un’effettiva cittadinanza della libertà religiosa non cristianamente connotata. Vi è qualcosa di messianico in questo spettacolo religioso, che sarà celebrato nel cuore simbolico delle istituzioni americane (la National Mall), che Trump ha organizzato per attestarsi come colui che riconduce la Nazione al vero Dio dopo l’esilio nella secolarità a cui era stata costretta dall’ideologia laica dei liberal.

Ma Trump non avrebbe potuto conferirsi, in maniera neanche troppo velata, questa missione messianica senza la costruzione giuridica di una sua premessa necessaria. Con la sentenza Trump v. United States (luglio 2024), la Corte Suprema gli ha concesso immunità assoluta per le azioni riguardanti il nucleo centrale dei suoi poteri presidenziali e immunità presumibile per tutti gli atti ufficiali – a prescindere dal contenuto di queste azioni e atti, ossia l’istigazione e il sostegno al tentativo eversivo della presa del Campidoglio di Washington per impedire l’elezione a presidente di Biden.
L’«immune» è separato da tutto il resto della comunità, per consentirgli di guidarla senza impedimento alcuno – se non quello di rimanere sotto Dio. Questo è il potere messianico; certo non quello di Gesù, ma sicuramente quello inteso dai suoi discepoli – non solo di allora: «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”» (Mt 16, 21-22).
Questa distanza tra il messianismo di Gesù e quello dei suoi è il pertugio attraverso il quale, fin dagli inizi, l’aspirazione al potere messianico si fa breccia. La storia di questa tensione, tutta interna alla comunità cristiana, ha attraversato ogni epoca con infinite variazioni – fino a quella modulata dal presidente Trump. L’opposizione garbata ma decisa di papa Leone XIV ha denunciato il riapparire di una declinazione politica del messianismo cristiano in netto contrasto con i gesti e le parole di Gesù.
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La reazione dell’entourage di Trump è stata goffa, ma ha rivelato il vero nodo della questione. Quando il vice-presidente Vance, un cattolico, ha deciso di istruire il papa su quale fosse il suo compito (quello gradito dall’attuale amministrazione americana), gli ha chiesto di «occuparsi di cose che riguardano la Chiesa» e di «essere più cauto in ambito teologico». In altre parole, secondo Vance, Leone XIV non dovrebbe occuparsi del mondo e delle cose mondane, perché esulano dal suo ufficio. D’altro lato, il potere messianico dell’amministrazione Trump può non solo discettare di religione e teologia, ma è legittimato divinamente ad agire nel mondo in nome di Dio.
Il grande mandante dell’esperimento americano, che con Trump ritroverebbe la sua missione originaria, non è più il Dio della tradizione deista, ma chiaramente il Dio cristiano che ha unto e messo da parte il suo messia nella persona dell’attuale presidente. Attraverso il ricorso a un’iconografia cristiana 2.0 (e in un passaggio anche esplicitamente cattolica), Trump annuncia il suo mandato messianico di rifondazione della Nazione, di una cernita al suo interno quale popolo eletto di quelli che colgono l’ora e riconoscono il messia chiamato a stabilire il vero popolo americano – come il cristianesimo nascente duemila anni fa è fuoriuscito dal popolo eletto di Israele.
La «ridedicazione» a Dio della nazione americana è destinata a celebrare l’inizio di questo nuovo popolo – nella potenza e nella forza, nel cuore del santuario laico dell’esperimento americano; non certo nel nascondimento di una piccola stanza al piano superiore, dove Dio si fa cibo per l’umano affinché nessuno debba mai più essere sacrificato nel suo nome.
Cattolicesimo e Chiesa americana
Ci sono due date che racchiudono il processo di trasformazione della Chiesa cattolica americana nel suo rapporto con Donald Trump e la sua ricostruzione della grandezza degli Stati Uniti.
6 gennaio 2021: davanti al tentativo di sovvertire le elezioni presidenziali vinte da Biden, il secondo cattolico a diventare Presidente in tutta la storia del paese, la Conferenza episcopale americana rimane del tutto silente – non una nota, non un intervento ufficiale. Solo qualche singolo vescovo denuncia il fatto come un tentativo di disattivare la Costituzione degli Stati Uniti. 26 febbraio 2026: la Conferenza episcopale americana presenta un amicus brief presso la Corte Suprema sostenendo, nella causa Barbara v. Trump, il diritto alla cittadinanza americana in virtù dello ius soli – ossia, chiedendo di dichiarare incostituzionale il decreto esecutivo firmato dal presidente Trump che revocava tale diritto in base a una sottile interpretazione della clausola di cittadinanza del XIV emendamento.
L’amicus brief dichiara di essere «ispirato dagli insegnamenti della Chiesa cattolica, compresa la convinzione fondamentale che ogni persona sia dotata di una dignità inviolabile e che tutta la vita umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, sia sacra. È in questa prospettiva che la Chiesa si schiera a favore di “trattare le persone con umanità, trattarle con la dignità che possiedono” (papa Leone XIV). Questi insegnamenti si estendono agli immigrati negli Stati Uniti senza status legale e ai loro figli americani che sono nati negli Stati Uniti. Papa Leone XIV ha ripetutamente sottolineato come la dignità di tutte le persone – compresi gli immigrati e i bambini – debba essere rispettata. Gli Amici sollecitano un approccio globale e umano alla migrazione che garantisca il rispetto della dignità conferita da Dio a tutte le persone».
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Quali sono le ragioni di questo cambiamento di rotta da parte della Chiesa cattolica americana? Queste devono essere cercate nelle differenze tra il primo e il secondo mandato Trump. La sua prima presidenza si era presentata come un possibile appiglio per quella parte del cattolicesimo americano che non si identificava nella cultura liberal, nei valori civili che la esprimevano, da un lato; e come uno chiaro schieramento di parte nelle culture wars che il cattolicesimo statunitense aveva introiettato al suo interno da decenni, dall’altro.
Questo ceto del cattolicesimo americano vedeva in Trump la possibilità, interna alla stessa Chiesa cattolica, di vincere le culture wars e di imporsi definitivamente come il mondo cattolico americano – successo già parzialmente raggiunto grazie alla sovra-rappresentazione episcopale di cui godeva questa fetta del cattolicesimo d’oltre Atlantico. Di qui il credito concesso a Trump, più forte di ogni questione di morale personale e della situazione giudiziaria del Presidente.
I primi atti esecutivi della seconda amministrazione Trump hanno toccato aspetti che la Chiesa cattolica americana, al di là delle profonde divisioni interne, ha sempre sentito come centrali nella sua partecipazione alla vita del paese – in particolare gli immigrati irregolari, la pace e la guerra, e il ruolo geopolitico degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali.
Nel corso di pochi giorni Trump ha fatto vacillare le fondamenta di questi tre ambiti decisivi per il cattolicesimo americano: deportazioni di massa degli immigrati senza documentazione, unita alla revoca del diritto di cittadinanza per ius soli; l’apertura di una guerra dei dazi e la minaccia di annessione di Canada e Groenlandia; far saltare il banco di tutte le istituzioni di relazioni internazionali, sostituendo a esse la logica del dominio del più forte – fino alla guerra lampo in Venezuela e a quella molto più intricata contro l’Iran.
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Davanti a questa overture del secondo mandato, anche i vescovi cattolici più simpatetici con Trump hanno vacillato e iniziato a esprimere pubblicamente dei distinguo. Dall’ordinario militare T.P. Broglio, che ha messo in discussione la liceità di ordini immorali, aprendo alla possibilità per soldati cattolici di non eseguirli; ai cardinali B. Cupich, J.W. Tobin e R.W. McElroy, che hanno dichiarato l’immoralità di una politica estera perseguita attraverso la guerra ed espresso preoccupazione per il danno d’immagine degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali; passando per la lettera di dieci vescovi di frontiera contro la politica repressiva e violenta nei confronti degli immigrati senza documentazione; fino, appunto, all’amicus brief della Conferenza episcopale americana in materia di diritto di cittadinanza.
Dopo il recente attacco di Trump contro papa Leone XIV, anche il vescovo cattolico più interno all’amministrazione Trump, monsignor R. Barron della diocesi di Winona-Rochester che siede nella Commissione per la libertà religiosa istituita da Trump (l’altro prelato cattolico che ne fa parte è il cardinal T. Dolan, ex arcivescovo di New York), si è visto costretto a intervenire dichiarando l’inadeguatezza delle espressioni usate dal Presidente contro il papa e chiedendo a Trump di scusarsi con Leone XIV.

La seconda differenza tra primo e secondo mandato Trump è la persona del pontefice: dopo Francesco, con Leone XIV la Chiesa cattolica ha per la prima volta un papa che è anche americano. Per una prassi vaticana implicita, con l’elezione di Prevost gli Stati Uniti di Trump sono divenuti un affare della Santa Sede e non semplicemente della Chiesa locale americana – cosa auspicata dal Segretario di Stato cardinal P. Parolin già durante gli ultimi mesi di pontificato di Francesco.
Senza mai venire meno a quello che è lo stile diplomatico della Santa Sede negli atti ufficiali, papa Leone XIV ha proseguito nel solco di Francesco per ciò che riguarda il rifiuto della guerra come mezzo di gestione dei conflitti internazionali, in una forte riaffermazione del sistema democratico e del multilateralismo per ciò che concerne le relazioni internazionali, nell’attenzione ai più deboli all’interno della società (in particolare alle popolazioni civili, innocenti vittime dei conflitti armati), nel sottolineare la normatività del diritto internazionale, della sovranità degli stati e del diritto di autodeterminazione dei popoli.
Quando un papa parla, parla alla sua Chiesa e al mondo – ossia, coglie le implicazioni globali delle politiche nazionali e le loro ripercussioni sul cattolicesimo, sui popoli e sulle nazioni. Le sue parole sono orizzonti evangelici, per i credenti, e ideali, per chiunque le voglia ascoltare, che chiedono l’impegno per costruire società e relazioni improntate al messaggio evangelico di Gesù – al Dio della cura, della dedizione, dell’amore incondizionato che Gesù ha testimoniato con i suoi gesti e con le sue parole.
Per il cattolicesimo e la Chiesa americana avere un papa che è anche americano ha significato anche non potersi permettere più quelle distanze e quei distinguo rispetto alla Santa Sede che avevano caratterizzato la posizione della maggiorana dei vescovi durante il pontificato di Francesco. Quando Leone XIV parla al mondo parla anche ai vescovi, ai cattolici e al popolo americano – e lo fa nella loro lingua, quando vuole essere compreso nei dettagli.
D’altro lato, avere un papa anche americano è sicuramente un sostegno significativo per i vescovi e tutto il cattolicesimo del paese, soprattutto quando si tratta di prendere posizione contro politiche che minano la dignità umana delle persone e ci si oppone alla legittimazione teologica della violenza bellica – fino alla minaccia dello sterminio di un’intera civiltà. Il silenzio cattolico in America, su cui Trump ha potuto contare i 6 gennaio 2021, non esiste più. Ma non esiste più neanche quella profonda linea di frattura interna alla Conferenza episcopale americana, sulla cui base Trump si era visto aprire una inusuale linea di credito proprio di fronte a un presidente cattolico praticante come Biden.
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All’interno di questo processo di trasformazione della posizione pubblica della Chiesa nell’America di Trump, e di una comunione di intenti con l’attività diplomatica della Santa Sede, la partecipazione del cardinal Dolan e del vescovo Barron al «Giubileo nazionale di preghiera, lode e ringraziamento» del 17 maggio appare essere problematica e ambigua, certo; ma non rappresenta più l’espressione di una linea della Conferenza episcopale americana, come avrebbe potuto essere anche solo un anno fa, diventando una semplice questione personale di due alti prelati della Chiesa cattolica negli Stati Uniti.
Per quanto sia giusto e doveroso celebrare anche nella preghiera la storia della Nazione, farlo partecipando a un evento dietro il quale sta un progetto teo-politico nel quale il potere messianico viene declinato come la legge del più forte, che non accetta i limiti dei due testi che hanno dato forma al paese – la Costituzione e la Bibbia –, dovrebbe invitare alla cautela nel decidere di prendervi parte. Perché qui si decide quale sia il messianismo al quale si vuole aderire: quello della potenza del presidente americano o quello del dono crocifisso di sé di Gesù.






Aggiungo un ultima cosa: tutti si sono giustamente sdegnati in questi giorni di fronte al “si occupi di morale e non di politica” di Vance. Ma non è stato Prodi in Italia a inaugurare la stagione dei Cattolici Adulti? Che si ritenevano orgogliosamente liberi dalle indicazioni della Dottrina sociale della Chiesa? (non del Papa di turno proprio della dottrina.)
Ancora ricordo con un misto di ansia e stupore Benedetto rispedito a casa dai professori della Sapienza. Rimasi un po’ sconvolta allora come rimane sconvolto adesso mio figlio a vedere Trump che rispolvera Enrico IV (o VIII è uguale). A volte penso che la sinistra apra la strada della decostruzione radicale della morale la destra si limita a copiare. Poi mi sono sempre presa la responsabilità individuale di votare a sinistra uguale, ognuno si legga dentro e pensi a quanto ha contribuito a polarizzare il dibattito attuale. Se potete non cancellare fate una cortesia, altrimenti è uguale.
“Per decenni, ad esempio, in America dell’aborto non si è potuto parlare senza venire stigmatizzati o incasellati nella «setta» pro-life senza alcun distinguo. Non si è potuto parlare dei numeri – e di possibili vie di politiche sociali per diminuirli.” Questo anche in Europa però, ho iniziato a frequentare le comunità online nei primi anni 2000 e sono rimasta scioccata dalla radicalità delle posizioni, proprio perchè al contrario ero cresciuta sia in una Chiesa molto aperta, sia a contatto con un mondo laico ugualmente dialogante.
In questi giorni in cui si parla ad esempio della morte in Svizzera di una giovane donna depressa per la morte del figlio è praticamente impossibile discutere senza finire dentro un vortice di: la depressione è incurabile, tu che ne sai, ognuno faccia come vuole. Se questo è il risultato di una lunga subalternità culturale verso il mondo anglosassone non so, direi che è connaturale al progetto stesso del progresso, vedi Macron e la costituzione o il modello Zapatero.
Non la definirei un’eccezione americana è propria di uno scontro politico tra destra e sinistra dove la sinistra ha incarnato il ramo moderno dell’individualismo radicale, la destra quello economico.
Detto ciò ha fatto bene la Chiesa post muro di Berlino a lanciarsi in guerre culturali? Non so, l’alternativa mi pare che sarebbe stata quella della subalternità totale. Forse oggi si sta affinando maggiormente la coerenza interna presente in EV, o forse negli anni ’90 le questioni biotiche sembravano più importanti solo perchè quelle sociali (pena di morte, guerra, disuguaglianze sociali) erano date per scontate.
Forse non ci potevamo fare nulla ugualmente, gli imperi nascono crescono e muoiono e quello americano molto banalmente ha iniziato la fase di declino e l’occidente insieme a lui.. Al massimo possiamo accompagnare questo declino cercando di contenere il revanchismo che scatena.