
È stato recentemente pubblicato il documento “Per una convivialità delle differenze”,[1] frutto del progetto di un gruppo di ricerca sull’insegnamento della Religione a scuola ospitato presso l’Istituto di studi ecumenici (ISE) “San Bernardino” di Venezia.
Il testo nasce da una constatazione di fondo: l’attuale modello di Irc, definito nel 1984 in forma confessionale e facoltativa, appare sempre meno adeguato sia alla realtà delle classi sia alle esigenze formative degli studenti.
Negli ultimi decenni, infatti, la società italiana è profondamente cambiata. Sono mutate le appartenenze religiose, il rapporto individuale con la fede, il modo stesso di intendere il pluralismo. In un simile contesto, un insegnamento costruito intorno a una sola confessione appare sempre meno capace di leggere la complessità del presente.
Il testo invita a non interpretare la crisi dell’Irc soltanto in termini numerici. Nonostante le percentuali di adesione restino ancora relativamente alte (anche a causa di un’alternativa che, di fatto, manca), il problema principale è anzitutto qualitativo e strutturale. Ciò che viene messo in discussione, in altre parole, non è soltanto il numero degli studenti che si avvalgono dell’insegnamento, ma la forma stessa che questo ha assunto nella scuola pubblica italiana.
Secondo gli autori, il nodo centrale sta nel suo carattere confessionale: l’Irc continua a essere concepito come un insegnamento interno a una tradizione di fede, e non come studio critico del fenomeno religioso. Da qui deriva la maggior parte delle sue criticità.
La facoltatività
La prima è la facoltatività. Poiché l’Irc è connesso alla libertà religiosa, infatti, lo studente può sceglierlo oppure rifiutarlo. Dal punto di vista giuridico, questa impostazione è coerente; dal punto di vista culturale e pedagogico, invece, produce una contraddizione difficile da ignorare. Se la cultura religiosa fa parte del patrimonio storico e simbolico del nostro Paese, infatti, non è chiaro perché la sua conoscenza debba essere lasciata alla libera adesione individuale, come se fosse un contenuto accessorio.
La conseguenza è che l’ora di religione viene spesso percepita, soprattutto nella scuola secondaria, non come una disciplina necessaria alla formazione generale, ma come uno spazio opzionale, talvolta persino come un momento di alleggerimento rispetto alle altre materie.
Questo apre a un ulteriore problema. Per evitare che gli studenti scelgano di non avvalersi dell’insegnamento, il docente può sentirsi spinto a rendere la materia più “leggera”, più accattivante, meno esigente.
Il rischio è allora quello di una progressiva perdita di credibilità della disciplina. Invece di consolidarsi come sapere scolastico, l’Irc finisce così per indebolirsi, confermando la propria marginalità. Il problema non dipende necessariamente dalla qualità dei docenti, ma da una debolezza inscritta nella struttura stessa dell’insegnamento.
A questo si aggiunge l’ambiguità del suo statuto istituzionale: l’Irc non gode di una piena parità rispetto alle altre discipline, il suo profilo epistemologico appare spesso incerto, il suo rapporto con il resto del curricolo rimane debole. In molti casi, la qualità concreta dell’insegnamento dipende quasi esclusivamente dalla preparazione e dalla sensibilità del singolo insegnante, più che da un impianto disciplinare chiaro e condiviso.
Un altro tema decisivo che viene affrontato dal documento è quello dell’analfabetismo religioso. L’espressione non viene usata per rimpiangere la più diffusa religiosità del passato, né per deplorare la diminuzione della fede personale. Il problema, piuttosto, è la crescente incapacità di comprendere il linguaggio delle religioni, i loro simboli, le loro narrazioni, le loro istituzioni, le loro dottrine, i loro riti, la loro storia.
Questa ignoranza non ostacola soltanto la comprensione della religione in senso stretto, ma rende più difficile anche la comprensione di ampie porzioni della cultura europea e globale: dalla storia dell’arte alla letteratura, dalla musica alla politica, fino ai conflitti contemporanei.
Inoltre, riguarda tutti: sia gli studenti di origine italiana, che spesso non possiedono più gli strumenti per leggere criticamente la tradizione cristiana, sia gli studenti di origine straniera, che devono poter comprendere il contesto culturale in cui vivono senza per questo vedere marginalizzate le proprie appartenenze.
Di fronte a questa situazione, il documento propone un netto cambio di paradigma: passare da un insegnamento confessionale a uno studio pluralista delle religioni.
Le ragioni sono tre. La prima è di ordine sociologico. Viviamo in una società che viene spesso definita post-secolare: la religione non è scomparsa, come alcune letture novecentesche avevano previsto, ma ha assunto forme nuove e spesso inattese.
E la scuola, inevitabilmente, riflette questa trasformazione. Le classi sono attraversate da differenze religiose, culturali e simboliche che non possono più essere trattate come eccezioni marginali. Continuare a organizzare l’insegnamento religioso attorno a una sola tradizione significa non riuscire più a leggere adeguatamente il reale.
Educare alla convivenza
La seconda ragione è epistemologica. Se il fenomeno religioso deve essere oggetto di conoscenza scolastica, nessuna singola religione può costituire da sola il punto di osservazione privilegiato. Ogni tradizione religiosa va studiata con strumenti adatti alla sua complessità storica e culturale. Ciò richiede un approccio capace di cogliere differenze interne, trasformazioni, conflitti interpretativi, sviluppi storici e intrecci sociali. Significa anche sottrarsi a letture implicitamente eurocentriche, che assumono il cristianesimo come modello normativo per interpretare tutte le altre religioni.
La terza ragione è pedagogica e, in parte, teologica. Una scuola che voglia educare alla convivenza non può costruire proprio intorno all’ora di religione una divisione tra studenti. Se la scuola pubblica avesse il compito di formare cittadini capaci di vivere in una società pluralista, allora dovrebbe offrire uno spazio in cui visioni del mondo differenti possano essere conosciute, comprese e confrontate criticamente. In quest’ottica, il superamento dell’impianto confessionale non viene presentato come una perdita, ma come un allargamento dello spazio educativo.
Irc, disciplina obbligatoria e non cofessionale
La proposta centrale del documento è l’istituzione di una nuova disciplina curricolare, obbligatoria e non confessionale. Gli autori suggeriscono, in via ipotetica, la denominazione di “Scienze delle religioni”, espressione che richiama l’intento di assumere il fatto religioso come oggetto di studio analizzabile attraverso metodi laici, pluralistici e verificabili, propri delle scienze umane e sociali.
Non si tratterebbe più, quindi, di trasmettere la visione cattolica del mondo, ma di fornire agli studenti gli strumenti per comprendere il fenomeno religioso nelle sue diverse forme storiche, culturali e sociali. Il religioso uscirebbe così dalla sua collocazione eccezionale e ambigua per entrare pienamente nel curricolo scolastico come ambito del sapere dotato di pari dignità rispetto agli altri.
Il documento immagina per questa nuova disciplina un percorso progressivo e proporzionato all’età degli studenti. I contenuti dovrebbero comprendere l’acquisizione di una terminologia di base e di alcuni concetti fondamentali della storia religiosa.
Dovrebbe poi introdurre ai principali strumenti interpretativi utilizzati dalle discipline che studiano la religione, come la storia, l’antropologia, la sociologia, la psicologia e la filosofia.
Accanto a questo, verrebbe proposta la conoscenza delle principali tradizioni religiose rilevanti nel contesto occidentale, poste anche in relazione con l’ateismo e l’agnosticismo.
Infine, l’attenzione ai fenomeni religiosi contemporanei, come le nuove spiritualità, i fondamentalismi, i movimenti carismatici, i sincretismi. Lo scopo non sarebbe soltanto trasmettere informazioni, ma aiutare gli studenti a riconoscere la diversità religiosa come un elemento strutturale della società contemporanea, sviluppando capacità di comprensione, confronto e dialogo.
Una simile riforma richiederebbe inevitabilmente anche una ridefinizione della figura docente. L’attuale formazione degli insegnanti di religione non appare sempre sufficiente per sostenere un approccio autenticamente interculturale e interreligioso. Spesso mancano competenze solide in ambiti come la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la sociologia della religione, la pedagogia interculturale e lo studio delle tradizioni non cristiane.
Per questo gli autori individuano nei corsi di laurea magistrale in Scienze delle religioni già attivi nelle università italiane, in dialogo con le facoltà teologiche, un possibile contesto privilegiato per progettare percorsi formativi capaci di preparare docenti in grado di confrontarsi con il pluralismo contemporaneo in modo metodologicamente rigoroso.
La domanda religiosa
Tra i passaggi più stimolanti del documento vi è quello dedicato alla cosiddetta “domanda religiosa”. Qui emerge una tensione teorica che il testo non tenta di nascondere.
Se la religione viene considerata soprattutto come fatto culturale, allora la scuola non dovrebbe avere il compito di suscitare negli studenti una ricerca spirituale o di orientarne le scelte esistenziali, ma limitarsi a offrire strumenti di conoscenza.
Se, però, la religione viene intesa come una dimensione profonda dell’esperienza umana, allora studiarla senza confrontarsi anche con la domanda di senso che la attraversa rischia di ridurla a un fenomeno puramente esterno.
Il documento non scioglie questa tensione, ma la espone con chiarezza. Ed è forse proprio questa – come osserva Piero Stefani nel suo commento introduttivo – una delle sue qualità migliori: mostrare che il passaggio a una disciplina non confessionale non elimina i problemi teorici, ma li rende più visibili e dunque più seriamente affrontabili.
Consapevoli delle difficoltà politiche e istituzionali di una riforma del genere, gli autori propongono anche una via graduale, riassunta nell’idea di “partire da quello che c’è”. Ciò significa che anche all’interno dell’assetto attuale dell’Irc è possibile introdurre elementi di apertura al pluralismo.
Molti insegnanti possiedono già formazioni miste, tra la teologia e le scienze umane; le Indicazioni nazionali possono essere interpretate in modo meno confessionale; l’Irc può già oggi diventare, almeno in parte, uno spazio di conoscenza delle religioni presenti nelle classi, di esplorazione del territorio come luogo di pluralismo e di utilizzo di materiali che consentano alle diverse tradizioni di raccontarsi anche dall’interno.
Inoltre, la sua natura interdisciplinare può favorire collegamenti efficaci con la storia, la filosofia, l’arte, la letteratura e l’educazione civica. In questo senso, il documento non si limita a formulare un modello ideale, ma prova anche a indicare pratiche realisticamente sperimentabili.
Resta naturalmente aperto il nodo giuridico e istituzionale. Come osserva ancora Piero Stefani, una riforma complessiva dell’insegnamento religioso scolastico non può ignorare il quadro costituzionale e concordatario entro cui l’Irc è nato e si è sviluppato, e che oggi costituisce un vincolo reale. Proprio per questo, però, una riflessione di questo tipo appare particolarmente preziosa: se in futuro dovesse maturare un cambiamento del quadro giuridico, sarebbe utile disporre di proposte già elaborate, argomentate e almeno in parte sperimentate.
Un contributo rilevante
Nel complesso, Per una convivialità delle differenze rappresenta un contributo rilevante al dibattito sull’insegnamento della religione nella scuola pubblica italiana.
La sua importanza non sta solo nella proposta di sostituire l’Irc con una disciplina obbligatoria e non confessionale di Scienze delle religioni, ma anche nel fatto che tale proposta nasce all’interno del mondo cattolico e scolastico.
Questo rende il documento particolarmente interessante, perché mostra come la richiesta di cambiamento non provenga soltanto da un esterno critico o laicista, ma emerge anche dall’esperienza concreta di chi vive la scuola e ne coglie i limiti attuali.
Il testo mette bene in evidenza che il pluralismo religioso non è più un’eccezione, ma una condizione strutturale; che le identità contemporanee sono sempre più mobili e ibride; che la religione continua ad avere un ruolo pubblico, ma in forme molteplici, spesso conflittuali e non più riconducibili a un’unica grammatica confessionale.
In questo scenario, mantenere un insegnamento confessionale e facoltativo significa condannarlo a una progressiva irrilevanza. Pensare, invece, a uno studio condiviso, rigoroso e pluralista del fatto religioso significa restituire a questo ambito del sapere una piena dignità culturale e offrire agli studenti strumenti più adeguati a comprendere la società in cui vivono.
- Filippo Binini, per il Gruppo di “Gruppo di ricerca per un nuovo insegnamento della religione a scuola” presso l’ISE San Bernardino di Venezia.
[1] Per una convivialità delle differenze, Il Regno – Attualità 4/2026, pp. 109-125.





