
Il testo pubblicato da Roberto Oliva per i tipi della San Paolo appare interessante fin dal suo titolo. Il lavoro, infatti, che raccoglie la dissertazione di dottorato dell’autore, pone la possibilità di comprendere la Chiesa al plurale. Dopo aver analizzato in tre capitoli la nozione di pluralismo ecclesiale rispettivamente nel Concilio Vaticano II, nel magistero pontificio post-conciliare e nella teologia cattolica del XX secolo, mostrando abilmente che la riflessione su questo ambito sia tutt’altro che nuova, l’autore con intelligenza e acume propone la sua prospettiva.
La domanda di fondo tradisce una preoccupazione che sta al cuore di tanti temi di teologia e di pastorale e che l’autore vive nella sua terra di Calabria nella quale sussistono diverse espressioni della stessa Chiesa, vista la presenza di una comunità bizantina cattolica a Lungro (Cs): come si possono tenere insieme nella Chiesa le diverse comprensioni teologiche valorizzando le prospettive che in essa sussistono? E ancor di più: come si può allargare la concezione di Chiesa, non come blocco monolitico, ma come un prisma costituito da molteplici facce della medesima realtà?
Poiché, infatti, non ci troviamo nella visione beatifica ogni realtà umana non possiede la comprensione totale della verità e del reale, ma soltanto una parte. Assolutizzare la propria parte è ciò che la Chiesa ha sempre chiamato eresia. Rimane, però, l’interrogativo: qual è quella prospettiva che ci permette di tenere insieme i vari riflessi della verità?
Oggi si parla spesso di sinodalità (σύνοδος) eppure dovremmo poter ricordare che non è possibile alcuna forma di sinodalità senza una prospettiva simbolica (συνβάλλω) della realtà. Ciò che ci permette, infatti, di avvicinarci sempre di più a Cristo “via, verità e vita” (cfr. Gv 14,6), è quella inclusività di cui lui stesso ha detto “chi non è contro di noi è per noi” (Mc 9,40). Spesso ogni forma di sinodalità trova il suo naufragio a causa del διαβάλλω, atteggiamento tipico di chi, dividendo la verità da Dio finisce per dividere i fratelli e per metterli uno contro l’altro sulla base di verità parziali; eresie appunto.
Come illustra Oliva, la Chiesa si è trovata dinanzi a questa fatica simbolico-sinodale già nel primo concilio narrato dagli Atti degli Apostoli. La prospettiva giudaizzante si scontrò, infatti, contro quella paolina e lì per la prima volta la Chiesa scoprì che ogni frattura si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà. Tutto si risolve «su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto». Altrimenti il conflitto ci blocca, «perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata» (QA 104)[1].
Ecco, dunque, la domanda: come salire al piano superiore? Scrive l’autore: «La dimensione escatologica risulta essere un impulso promettente per l’ecclesiologia del futuro dal momento che interpreta le crisi del tempo presente conferendole una prospettiva ulteriore»[2]. Dinanzi al fatto che la storia è essenzialmente un processo guidato dallo Spirito che ci conduce alla pienezza della verità (cfr. Gv 16,13) ogni espressione o azione è posta a critica e quindi rimane aperta all’accoglienza delle altre.
E poiché la Chiesa è un germe del Regno (cfr. Lumen Gentium, 5) significa che essa è lo spazio in cui le diverse forme di accoglienza della rivelazione hanno diritto di cittadinanza e convivenza. Tuttavia, «non si tratta di una varietà esclusivamente geografica, poiché questo processo di inclusione della diversità, ad esempio, si è reso particolarmente evidente nella comunità di Antiochia dove il contatto con l’ellenismo ha generato un ripensamento della fede cristiana su diversi livelli: linguistico, biblico e concettuale»[3].
Questa prospettiva, come ogni autentica teologia, permette di dare nutrimento alla vita concreta della Chiesa, altrimenti detta pastorale. Anzitutto perché restituisce alle prassi ecclesiali un’identità provvisoria secondo le quali nulla è definito e irremovibile come, invece, spesso accade nelle nostre comunità nelle quali le tradizioni popolari, cresciute in determinati contesti storico-culturali, diventano intoccabili e finiscono per divenire una riproposizione di un culto farisaico imparaticcio di usi umani (cfr. Is 29,13).
In secondo luogo, questa ecclesiologia plurale permette non solo di valorizzare la pluralità dei carismi, ma anche di aprire una riflessione sulla modulazione di un governo plurale della Chiesa e questo potrebbe aprire nuove prospettive nel dialogo ecumenico rispetto alla questione del primato petrino.
Dunque, in un tempo in cui la Chiesa si ripensa alla luce della sinodalità, la riflessione offerta da Oliva diviene un autentico antidoto alla costante tentazione di ridurre il processo sinodale ad un’altra cosa da fare, stabilita a tavolino da alcuni che, come direbbe Orwell nel suo celebre Animal farm, sono più uguali di altri.
- L’autore è docente di Teologia Sacramentaria Presso l’Istituto Teologico Calabro San Francesco di Paola.
[1] Le due citazioni che si trovano all’interno di questa più ampia citazione dell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia sono rispettivamente di Evangelii Gaudium 228 e 226.
[2] R. Oliva, Chiesa al plurale. Una prospettiva escatologica, 212.
[3] R. Oliva, Chiesa al plurale. Una prospettiva escatologica, 214.






Già pensarsi al plurale e non al singolare è un ottimo esercizio. Sarebbe bello poi che dalla “teoria” si passasse alla pratica.