Ungheria-Chiesa: l’imbarazzato silenzio

di:
Székely János

Mons. János Székely, presidente della Conferenza episcopale ungherese (Foto: Magyar Kurir)

Davanti alla vittoria plebiscitaria dell’opposizione (Tisza di Peter Magyar) sull’ex maggioranza (Fidesz di Viktor Orbán), le Chiese cristiane ungheresi esprimono un certo imbarazzo (12 aprile). In particolare la Chiesa cattolica (con circa 3 milioni di fedeli sui 10 di abitanti) che il Governo Orbán ha largamente favorito.

Magyar ha conquistato 141 dei 199 seggi parlamentari raccogliendo il 52% dei voti con una affluenza elettorale straordinaria (77-78% degli aventi diritto). Il capovolgimento politico avrà conseguenze sull’ampia delega istituzionale (scuole, istituzioni formative e culturali) che la Chiesa aveva ricevuto dalla precedente maggioranza.

Invito all’unità

Dopo un primo rapido commento del portavoce della Conferenza episcopale, che auspicava «una cooperazione costruttiva e basata sulla collaborazione» con il futuro Governo Tisza, il presidente, mons. János Székely, ha scritto una lettera dieci giorni dopo in cui si congratula con il nuovo Parlamento e la nuova maggioranza.

Nella lettera il vescovo di Szombathely ricorda come «la campagna elettorale comporti sempre emozioni, intense reazioni emotive e infligga molte ferite» da cui è necessario guarire. Invita al rispetto delle opinioni altrui e all’impegno per il bene comune. «Il nostro Paese è una comunità eterogenea sulla visione del mondo dove credenti e non credenti, persone che pensano in modo diverso, sono tutti membri a pieno titolo della nazione».

Dopo aver sottolineato la straordinaria partecipazione dei giovani, mons. Székely riflette sulla Chiesa, sulla sua autenticità e vivacità, sulla chiamata ad ascoltare tutti, anche chi si è allontanato e chi la critica. «È essenziale ripensare i nostri compiti pastorali, rafforzare i rapporti con le nostre comunità e con i diversi gruppi della società, e fare il possibile per trasmettere l’autentico messaggio del Vangelo».

Chiede al nuovo Governo di rafforzare l’unità sociale, lo stato di diritto e la lotta alla corruzione. «Confidiamo che i veri valori, la famiglia, la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato e la solidarietà coi poveri» possano guidare i nuovi governanti.

Auspica che i nuovi poteri «continueranno a consentire alle Chiese di svolgere i compiti pubblici nei settori dell’istruzione e dell’assistenza sociale che sono molto richiesti da ampi segmenti della società».

Le voci cattoliche più avvedute avevano da tempo messo in guardia dall’eccessiva vicinanza delle istituzioni ecclesiali al potere di Viktor Orbán e dalla scarsa capacità critica verso la sua «democrazia illiberale» (cf. qui su SettimanaNews). Diverse indagini lo confermavano e lo stesso abate del monastero di Pannonhalma, Cirill Tamás Hortobágyi, ha ammesso l’esistenza di un sentimento anticlericale diffuso fra la gente.

Da noi interpellato, una figura teologica di prestigio ha addebitato la sconfitta elettorale piuttosto sbrigativamente all’allontanamento della gente dai valori cristiani (famiglia, patriottismo), alla sudditanza dei giovani rispetto ai nuovi social media, all’opposizione di Bruxelles e al blocco delle sovvenzioni dell’Unione Europea davanti alla crisi economica per la guerra ucraina e in Medio Oriente. Analisi insufficiente, che però non arriva alla farneticante affermazione di Laszlo Kövér, già ministro di Fidesz e presidente del parlamento, secondo cui «Satana ha vinto la battaglia, ma la vittoria appartiene a Cristo».

Preti e vescovi compromessi

Nonostante il sommesso invito della Conferenza episcopale nell’ottobre scorso ai preti e ai vescovi di astenersi dall’intervenire nella battaglia politica, il sito cattolico Szemlelek.net ha censito una decina di casi di indebita esposizione di parroci nel violento scontro elettorale. Tre vescovi si sono lasciati coinvolgere in iniziative elettorali: András Veres, vescovo di Györ ed ex presidente della Conferenza episcopale, László Kiss-Rigó, vescovo di Szeged, e Antal Spányi, vescovo di Szèkesfehérvar.

Fra le voci più pensose cito il prete cattolico, teologo e già parroco nella basilica di Esztergom, Csaba Török, e il laico professore di patristica all’Università di Pécs, György Heidl.

Il primo ha rilevato come l’esito elettorale abbia liberato la lingua e il pensiero delle persone. «Sento e leggo sempre più spesso in vari contesti che la Chiesa cattolica viene accusata di silenzio». Troppe volte le voci filo-governative e acritiche hanno sovrastato le opinioni più indipendenti e libere, rendendo difficile percepire la vera opinione del popolo di Dio.

Secondo lui, il vertice ecclesiale ha perso il contatto con la realtà e ne pagheremo le conseguenze. Torniamo a «dare voce a chi è stato messo a tacere e invitiamo coloro che sono stati artificialmente amplificati ad adattarsi all’armonia del coro, a prestare attenzione agli altri».

E aggiunge: «Non ho paura, ma sono preoccupato. Non per la nostra Chiesa ma per noi stessi. Siamo giunti a un tempo in cui onestà, contrizione, umiltà e mitezza sono essenziali».

György Heidl si interroga sull’efficacia della strumentazione istituzionale consegnata alla Chiesa: «Lo stato ha affidato alle Chiese numerose istituzioni educative, dagli asili nido alle università; sono state introdotte due lezioni settimanali obbligatorie di religione negli istituti scolastici pubblici. Con quali frutti?». Quasi inesistenti, per quanto ha potuto constatare. Tanto più che l’esplosione di casi di abusi di ecclesiastici ha profondamente ferito la credibilità dell’istituzione.

Ricorda che, nel 2025, le Chiese cattolica e riformata hanno preso dallo stato cinque miliardi di fiorini e che la crescita istituzionale crea la falsa impressione dell’efficacia dell’annuncio, mentre consolida la dipendenza della Chiesa dal potere politico.

Il caso del ministero dell’istruzione

Emblematica del momento è la scelta circa il ministero dell’istruzione. Per giorni si dava per certa l’investitura di Rita Rubovssky. Cattolica, a capo di un’importante istituzione scolastica cattolica (Centro Patrona Hungariae), poi direttrice del gruppo delle scuole cistercensi e scelta dal card. Pèter Erdö per il movimento cattolico «settantadue discepoli». Figlia del direttore del Forum democratico ungherese, la Rubovssky avrebbe rappresentato il mondo cattolico nella nuova compagine governativa dando un segnale di pacificazione.

Per le violente opposizioni dei cattolici intransigenti che l’hanno indicata come traditrice e per l’opposizione dei laici le è stata preferita Judit Lannert esperta di scuola pubblica e nettamente critica verso le istituzioni scolastiche ecclesiali per la loro distanza dalla cura delle fasce più deboli della popolazione scolastica e per gli indebiti privilegi di cui hanno goduto in questi decenni.

Peter Magyar, in ragione del consenso ricevuto, ha chiesto a diverse autorità nazionali di dare le dimissioni in ragione del loro legame organico con Viktor Orbán: dal presidente della repubblica alla Corte costituzionale, dal garante per la concorrenza economica all’autorità per i media e al procuratore generale. Ha annunciato il viaggio in Polonia, a Vienna e poi a Bruxelles.

Un commentatore austriaco, Kurt Seinitz, che è stato il primo a denunciare la democrazia illiberale di Orbán, mette sull’avviso circa il nuovo Governo: Magyar prende il potere in un Paese avvelenato dalla corruzione, da un cinismo corrosivo e fortemente polarizzato, mentre le casse dello Stato sono vuote e la crisi morde le finanze delle famiglie. L’alleanza con l’Unione Europea sarà necessaria. Si spera anche sincera.

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