
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, alla Casa Bianca (AP Photo/Mark Schiefelbein)
La visita di Marco Rubio in Vaticano e in Italia può rappresentare un momento decisivo nella battaglia per la successione a Donald Trump e dunque per stabilire che traiettoria prenderanno gli Stati Uniti nei prossimi anni, forse già dopo le elezioni di Midterm a novembre.
Sulla carta, Marco Rubio è la figura più potente dell’amministrazione dopo il presidente: è segretario di Stato, ma cumula anche la carica di Consigliere per la sicurezza nazionale dopo le dimissioni di Mike Waltz oltre un anno fa, fino ad aprile si è occupato anche di smantellare la struttura di USAID, il braccio internazionale della cooperazione che gli Stati Uniti stanno abbandonando.
Eppure, viene sempre trattato come se non fosse corresponsabile dei disastri della amministrazione Trump sul piano geopolitico, anche se ha dato sicuramente il suo contributo sia alla confusa Strategia per la sicurezza nazionale presentata a novembre scorso sia alla campagna di azioni internazionali che è iniziata con i bombardamenti sulla Nigeria a Natale 2025, con il rapimento del presidente del Venezuela Nicolás Maduro e poi con la guerra in Iran.
Rubio è anche il principale sostenitore della prossima mossa americana per destabilizzare l’ordine internazionale, cioè il cambio di regime a Cuba, che gli Stati Uniti stanno perseguendo con un inasprimento di un blocco delle forniture energetiche che colpisce direttamente la popolazione civile (cf. qui su SettimanaNews). E che, quindi, è illegale come quasi tutto quello che l’America trumpiana sta facendo con il benestare di Rubio.
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Eppure, il segretario di Stato beneficia di un credito personale che non viene intaccato dal sostegno alle mosse spericolate del suo capo: perché Rubio è considerato il meno peggio, uno dei pochi “adulti nella stanza” del trumpismo. Il politologo Daniel Drezner sostiene che Rubio goda del beneficio del “pessimo fidanzato”: quando hai un fidanzato terribile, poi le aspettative su quello successivo si abbassano.
E così per chi è abituato a Trump, è quasi un sollievo la prospettiva che nel 2028 gli Stati Uniti possano essere guidati da uno come Rubio invece che dall’altro pretendente, il vicepresidente JD Vance, o da un Trump ancor più senile e fuori controllo che si prende con la forza un terzo mandato incostituzionale.
Questo lo sanno anche alla Casa Bianca, ed è per questo che hanno chiesto e ottenuto per Rubio l’incontro previsto per giovedì con Papa Leone, dopo lo scontro frontale tra il Pontefice e Trump nelle scorse settimane.
In termini di protocollo, non c’è niente di strano: è normale che i Papi incontrino i segretari di Stato americani, da Mike Pompeo nella prima amministrazione Trump a Antony Blinken durante il mandato di Joe Biden. Ma ovviamente questa volta è diverso: Trump ha attaccato Papa Leone XIV per la sua opposizione alla guerra in Iran, poi si è rappresentato sui social come un Gesù guaritore mentre il vicepresidente Vance, convertitosi al cattolicesimo solo nel 2019, dava lezioni di teologia al Pontefice.
Leone prima ha detto che lui non si fa intimidire all’amministrazione Trump, poi è rimasto in silenzio dopo che un uomo armato ha cercato di raggiungere il presidente durante un evento a Washington, e nei prossimi giorni il Papa pubblicherà la sua prima enciclica sui temi dell’intelligenza artificiale e della tecnologia che delineerà una visione del mondo antitetica rispetto a quella della Silicon Valley oggi trumpiana.
Insomma, Rubio arriva in Vaticano nel momento più basso dei rapporti con gli Stati Uniti. E i problemi non riguardano soltanto Trump.
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Il 15 maggio 2025, in una conferenza stampa in Turchia, Rubio era entrato subito in polemica con Papa Leone eletto al soglio di Pietro appena una settimana prima. Un giornalista gli aveva chiesto cosa pensasse di un pontefice che tanto spesso si era espresso a sostegno dei diritti dei migranti. E Rubio aveva dato una risposta bizzarra per uno che si dice cattolico, una risposta che nega un paio di millenni di storia cristiana: «Il Papa non è una figura politica».
Per Rubio, il problema sono i media che raccontano il Papa come un leader politico «ma il suo è un incarico spirituale», a «spiritual office». Inoltre, spiegava Rubio, non è compassionevole sostenere le migrazioni di massa «perché non c’è niente di compassionevole nei confini aperti che consentono alle persone di essere oggetto di traffico».
Negare che la Chiesa abbia esercitato per secoli un potere temporale è negare la realtà, ma se il capo della diplomazia americana sostiene che un capo di Stato straniero quale è il Papa non è una figura politica, non ha un potere reale, beh, allora c’è una spaccatura profonda.
Queste, vale la pena ribadirlo, sono parole del 15 maggio 2025, un anno fa, undici mesi prima degli attacchi di Trump a Leone. Quindi per il Vaticano esiste un problema Trump, certo, ma esiste uno specifico problema Rubio.
Il segretario di Stato è figlio di esuli cubani, è nato a Miami nel 1971, dodici anni dopo la rivoluzione di Fidel Castro sull’isola caraibica. Per uno con il nome, la storia e l’elettorato di Marco Rubio sostenere le politiche delle deportazioni di massa dell’amministrazione Trump è sia un problema personale, con l’elettorato di riferimento, ma anche una revisione completa delle posizioni di qualche anno fa che erano molto più moderate.
Ma Rubio ha visto nel trumpismo il binario più diretto per puntare alla Casa Bianca, e quindi si è convertito al pieno sostegno di un presidente che, quando era suo avversario nelle primarie del partito Repubblicano del 2016, definiva «un imbroglione», in inglese «a con artist».
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C’è un secondo problema politico specifico, dalla prospettiva di Papa Leone, per quanto riguarda Rubio. Il segretario di Stato è da sempre considerato un falco in politica estera, una versione aggiornata ai tempi trumpiani di quello che una volta si sarebbe chiamato un «neoconservatore».
Rubio sostiene l’uso della forza all’estero non più per esportare la democrazia, come facevano i Repubblicani post-11 settembre 2001, ma per affermare l’interesse americano in un mondo dove prevale la forza, secondo la dottrina implicita e formalizzata del trumpismo.
In un post sulla newsletter Substack del dipartimento di Stato, Marco Rubio ha scritto che la diplomazia ha reso gli Stati Uniti la potenza dominante, ma poi ha smesso di occuparsi dell’interesse nazionale:
La diplomazia americana ha assicurato il territorio che avrebbe reso gli Stati Uniti una potenza continentale, negoziato gli accordi commerciali che avrebbero costruito la più grande economia della Terra e stabilito alleanze che, alla fine, hanno fatto dell’America la nazione più potente del mondo.
Dalla Dottrina Monroe alla riaffermazione della leadership americana nell’emisfero occidentale, i diplomatici sono stati al centro dei momenti più decisivi della storia americana.
Ma quando l’America è emersa come superpotenza globale, il fulcro della nostra politica estera si è allontanato dall’interesse nazionale. Decisori politici e diplomatici hanno finito per concentrarsi sul multilateralismo e sulla governance globale.
Per questo lui sta praticamente azzerando le strutture del dipartimento di Stato, con il licenziamento di oltre 1.300 dipendenti. Anche il Consiglio per la sicurezza nazionale, un tempo guidato da figure di spicco come Henry Kissinger o Zbigniew Brzezinski, è svuotato.
Nel trumpismo non è ammesso alcun pensiero strategico, anche la Strategia per la sicurezza nazionale del 2025 non va presa sul serio: il Venezuela non è mai menzionato, all’Iran solo un paio di cenni e nessuna evocazione della guerra imminente o della necessità di un cambio di regime, Cuba non pervenuto.
Il documento ufficiale della politica estera americana non ha niente a che fare con le azioni internazionali che rispondono solo al principio dell’opportunità da cogliere quando si presenta e della disponibilità all’uso della forza ogni volta che c’è da tutelare un presunto interesse americano, senza vincolo alcuno da parte del diritto internazionale. Ma questo tipo di politica estera è l’opposto di quella che il Vaticano legittima.
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Proprio nei giorni dell’attacco di Trump a Leone, il presidente della Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale americana, il vescovo James Massa, ha pubblicato una Nota che in altri tempi sarebbe suonata come la scomunica dell’imperatore impegnato in una guerra esecrabile:
Per oltre mille anni, la Chiesa cattolica ha insegnato la teoria della guerra giusta, ed è a questa lunga tradizione che il Santo Padre fa accuratamente riferimento nei suoi commenti sulla guerra. Un principio costante di questa tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada soltanto «per legittima difesa, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2308).
Vale a dire: perché una guerra sia giusta, deve essere una difesa contro qualcun altro che muove attivamente guerra; ed è proprio ciò che il Santo Padre ha effettivamente detto: «Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra».
Dunque i vescovi americani usano la dottrina per contestare Trump, che spesso ha arruolato Dio al suo fianco come faceva Adolf Hitler. Mentre Papa Francesco praticava un pacifismo integrale non articolato che considerava ogni violenza criticabile di per sé, Leone recupera la teoria della guerra giusta che definisce un quadro di legittimità all’uso della forza ma solo in limitate occasioni. La difesa degli ucraini è una guerra giusta; per certi aspetti lo è perfino la difesa degli iraniani; mentre è ingiusto l’uso della forza degli Stati Uniti così come è ingiusto, peraltro, l’attacco di Teheran ad altri Paesi del Golfo non belligeranti.
La Nota dei vescovi americani si chiudeva con una precisazione diretta specificamente ai cattolici come Rubio che cercano di ridimensionare la figura del Papa a quella di un predicatore di buone intenzioni, di ideali senza realismo:
Quando Papa Leone XIV parla come pastore supremo della Chiesa universale, non sta semplicemente offrendo opinioni sulla teologia: sta predicando il Vangelo ed esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo. L’insegnamento costante della Chiesa insiste sul fatto che tutte le persone di buona volontà devono pregare e lavorare per una pace duratura, evitando al tempo stesso i mali e le ingiustizie che accompagnano tutte le guerre.
La posizione del Papa non ha la legittimità del magistero pontificio, Leone non si appella al dogma dell’infallibilità papale, ma al Vangelo. Chi pratica guerre ingiuste è contro Cristo, dunque contro il Papa. E poiché il teorico, diciamo così, degli interventi all’estero nella amministrazione Trump è Rubio, è abbastanza chiaro a chi fosse diretto un messaggio troppo sofisticato per pensare che possa avere il presidente come primo bersaglio.
A febbraio il discorso di Rubio al forum di Davos ha avuto un’accoglienza migliore di quello dell’anno precedente di JD Vance, ma i toni più morbidi non hanno cambiato nulla: la crisi delle relazioni transatlantiche è soltanto peggiorata.
E così l’incontro del segretario di Stato con il Pontefice ben difficilmente sanerà una spaccatura tra Vaticano e Stati Uniti trumpiani che è verbale, culturale, politica e forse perfino antropologica.
- Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 5 maggio 2026






