Xenotrapianti e salvaguardia del mondo animale: una sfida

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xeno

La Pontificia Accademia per la Vita, coadiuvata da un gruppo internazionale di esperti, ha confermato a fine marzo il «sì» già espresso nel 2001 alla possibilità del trapianto di organi da animali a esseri umani (xenotrapianto, cf SettimanaNewsqui). Un tema molto discusso, che ha raccolto le critiche della Lega anti-vivisezione.
Per approfondire la tematica, certo complessa, e l’impostazione data dalla Pontificia Accademia per la Vita, che si basa su una lettura del dettato della Genesi, nella parte che riguarda la Creazione, ho rivolto alcune domande ad Alma Massaro, che ha conseguito un Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Genova (2014), dopo aver approfondito i temi relativi all’etica e alla bioetica animale nelle Università di Yale e Harvard. Attualmente è Cultrice della materia nel Dipartimento di antichità, filosofia e storia dell’Università di Genova. Ha pubblicato, tra l’altro, il libro Breve storia della filosofia animale (Las, Roma, 2025) (cf. SettimanaNewsqui).

  • Il documento della Pontificia Accademia per la Vita si riferisce alla Genesi e dice: «dal nostro punto di vista, supportato dalla prospettiva biblica, riaffermiamo che gli esseri umani hanno una dignità unica e superiore. Tuttavia, gli esseri umani devono anche rispondere al Creatore per il modo in cui trattano gli animali. Di conseguenza, il sacrificio degli animali può essere giustificato solo se necessario per ottenere un beneficio importante per la persona umana, come avviene per lo xenotrapiantamento negli esseri umani, anche quando ciò comporta esperimenti sugli animali e/o modifiche genetiche su animali». Lei trova che questa posizione sia sostenibile dal punto di vista della lettura della Genesi?

Il concetto di dignità umana contenuto in questo passaggio sembra essere particolarmente rilevante per cercare di comprendere se vi sia concordanza tra la sperimentazione animale e l’etica animale cristiana.

A questo proposito è interessante recuperare la riflessione proposta dal cardinale Gianfranco Ravasi in merito ai racconti della creazione, contenuti nei primi due capitoli del libro della Genesi, dove, egli osserva, viene espressa la “vocazione originaria” dell’uomo nel suo essere a immagine e somiglianza del Dio creatore (Gen 1, 26). La dignità umana consisterebbe in questo peculiare “sigillo divino”, e il suo dominio (Gen 1, 26) rappresenterebbe «la nomina di un vicario del potere divino, di un viceré planetario delegato dallo stesso creatore» (cfr. G. Ravasi, Bereshit, in principio Dio creò il cielo e la terra, Allemandi, Torino 1998, p. 14).

Le riflessioni proposte dal noto biblista sembrano suggerire, tra le altre cose, anche un profondo ripensamento dei rapporti interspecifici. L’uomo, viceré di un Dio buono e misericordioso, la cui «tenerezza si espande su tutte le sue creature» (Sal 145, 9), realizza pienamente la sua vocazione facendosi carico di un dominio limitato e delegato, che lungi dal costituire il diritto a sfruttare e opprimere, rappresenta, al contrario, una peculiare responsabilità nei confronti dell’intera creazione.

Sembra pertanto difficile poter ridurre la discussione sulla sperimentazione biomedica in generale, e sulla xenotrapiantologia in particolare, al calcolo utilitaristico dei costi-benefici a cui rimanda il testo redatto dalla Pontificia Accademia per la Vita. Come si è visto, nelle Sacre Scritture non è il beneficio, quindi il vantaggio umano a dettare le regole del nostro agire nei confronti delle altre creature, ma l’amore con cui Dio le ha chiamate all’esistenza e con cui le sostiene (Sal 104, 27-30).

Dio è, infatti, garante per un trattamento non solo buono, ma anche giusto, mal conciliabile con le sofferenze fisiche ed emotive a cui vengono sottoposti gli animali all’interno dei laboratori. Presentare l’utilità quale giustificazione della ricerca sugli xenotrapianti sembra tradire lo spirito delle Sacre Scritture, banalizzando, attraverso un improbabile calcolo matematico, un insegnamento molto più complesso, in cui convergono l’amore di Dio per la sua creazione, la consapevolezza della responsabilità umana, nonché l’anelito universale verso la redenzione finale (Isaia 11, 6-9, Rom 8, 19-22).

  • Sempre nel documento, leggiamo che «per quanto riguarda la dignità della creazione, la ricerca sugli animali non dovrebbe avvenire a spese degli animali, ma con il loro aiuto, cioè non solo per soddisfare la curiosità della persona umana, ma per rispetto del loro valore intrinseco, non hanno un valore meramente strumentale». Trova possibile che un animale aiuti gli esseri umani? Non c’è una sorta di “personalizzazione” di un essere che comunque non può esprimere un proprio giudizio? Non sembra una contraddizione?

In modo più o meno volontario e più o meno consapevole, gli animali ci offrono quotidianamente il loro aiuto, anche in termini relazionali, un fatto che non dovrebbe stupire i cristiani, dal momento che le Sacre Scritture presentano la loro creazione come una delle risposte divine alla solitudine del primo uomo (Gen 2, 18-20). I rapporti interspecifici appaiono, quindi, orientati alla collaborazione, alla sussidiarietà: gli animali accompagnano l’uomo, il quale, come si è avuto modo di osservare, è chiamato a prendersi cura di loro, facendo le veci di Dio creatore.

Certo, ogni nostra azione ha un margine di rischio, ma la dimensione dell’aiuto è parte della relazionalità interspecifica, della nostra comune condizione di co-creature di Dio.

È interessante soffermarsi su alcune scelte lessicali compiute dalla Pontificia Accademia per la Vita nel redigere il suddetto documento. La parola aiuto, ma anche sacrificio, viene qui utilizzata seguendo una specifica retorica propria del linguaggio scientifico contemporaneo. Si tratta di particolari espedienti retorici, volti cercare di appianare, anche dal punto di vista linguistico, il controverso impiego delle altre creature in ambito biomedico, a rendere, cioè, socialmente accettabili azioni moralmente controverse, come il sottoporre creature autocoscienti e senzienti a pratiche foriere di angoscia e dolore.

La scienza biomedica prende in prestito questi termini dal linguaggio comune, dove possiedono connotati positivi come, ad esempio, la volontà di un individuo di rinunciare a qualcosa per recare giovamento a un altro, e li applica alla ricerca condotta sugli animali.

Ma è opportuno tenere presente come, all’interno dei laboratori, gli animali non abbiano possibilità di scelta, né forniscano alcun consenso. Vengono privati della libertà, della salute e anche del bene più prezioso, che consiste nel non venire violati fisicamente ed emotivamente, e quindi sottoposti a trattamenti che sarebbero illegali nel mondo esterno. Per usare un’espressione cara alla riflessione filosofica, vengono utilizzati come strumenti in vista di fini altrui.

Risulta, quindi, completamente inadeguato in questo ambito parlare di aiuto o sacrificio, dacché manca la volontà da parte dell’animale di recare giovamento al ricercatore o all’umanità in generale.

Trapianti e carenza di organi
  • Tuttavia è innegabile che esista una drammatica carenza di organi da trapiantare e tanti malati sono in pericolo di vita o muoiono proprio a causa di questa carenza. A suo avviso, si può giustificare con questi motivi una ‘fornitura di organi’ da parte del mondo animale?

La drammatica penuria di organi è un fatto reale, che, nell’interrogarci, ci impedisce di accettare risposte preconfezionate, costringendoci a ripensare seriamente le nostre convinzioni più radicate.

Uno degli aspetti più problematici della ricerca biomedica è senz’altro la sofferenza, fisica e psicologica, dell’animale, un fatto ben noto non solo al largo pubblico ma anche agli stessi ricercatori. L’allegato VIII della Direttiva 63/2010 (dell’Unione Europea sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, ndr) ordina le diverse procedure in cui vengono impiegati gli animali attraverso quattro categorie di gravità, sulla base del livello «di dolore, sofferenza, angoscia o danno prolungato cui sarà presumibilmente sottoposto il singolo animale nel corso della procedura stessa»: non risveglio, lieve, moderata e grave.

Tra gli esempi di procedura grave viene annoverato lo xenotrapianto, definito come «trapianto di organi in cui il rigetto può causare angoscia intensa o deterioramento grave delle condizioni generali dell’animale».

La Direttiva non nasconde come l’animale soggetto a tale procedura venga esposto, per la natura stessa dell’intervento, ad angoscia intensa e/o a un grave deterioramento delle sue condizioni di salute, un fatto che non può essere liquidato in nome dei benefici che ne può trarre l’umanità, neppure di fronte alla carenza di organi di ricambio a disposizione.

Per quanto riguarda la prospettiva biblica, è proprio questa angoscia a rappresentare un problema.

Come cristiani siamo tenuti a intervenire per alleviare la sofferenza del nostro prossimo e, al contempo, a prenderci cura dell’intera creazione, vicariando un Dio buono e misericordioso. Siamo di fronte a un vero e proprio conflitto non solo bioetico ma, se così si può dire, esistenziale, che non può portarci all’inazione ma deve invece sollecitarci a superare il conflitto mantenendo la nostra peculiare dignità, cercando percorsi diversi. Accanto alla donazione, esiste almeno un altro sentiero, quello delle nuove tecnologie, che può portarci, a creare organi bioartificiali a partire da cellule umane provenienti da donatori consenzienti, senza l’impiego di animali.

Finanziare questo tipo di ricerca permetterebbe di evitare nuove industrie dello sfruttamento animale, oltre a quella dell’allevamento. È, infatti, opportuno tenere presente come con xenotrapiantologia si profili all’orizzonte la creazione di cliniche intensive volte alla produzione di organi da immettere sul mercato.

In questo senso è auspicabile una pronta riflessione anche da parte del Consiglio Nazionale di Bioetica, che potrà approfondire anche queste possibilità, aprendo la strada a una ricerca scientifica più umana e, quindi, anche più giusta.

  • Nel documento si affrontano anche questioni mediche molto specifiche e complesse. Si nota ad esempio che la sperimentazione ha prodotto buoni risultati di sopravvivenza per alcuni pazienti. I buoni risultati sono dovuti alla modificazione genetica sull’organo da trapiantare effettuata prima dell’intervento, da parte degli scienziati, soprattutto nel caso del rene del maiale, per evitare sia il rigetto, sia la possibile trasmissione all’essere umano di malattie animali. In queste considerazioni mediche e cliniche, a suo avviso, quale visione si fa strada nel senso del rapporto tra umanità e mondo animale?

La sperimentazione clinica ha recentemente fornito risultati che aprono a un possibile prossimo uso sistematico degli xenotrapianti.

Permangono, tuttavia, numerose criticità sollevate da questa pratica e con cui la Pontificia Accademia per la Vita non manca di confrontarsi, sebbene finisca comunque col ritenerla moralmente accettabile.

Penso in particolare ai problemi sollevati dal pericolo di una ibridazione uomo-animale e al potenziale futuro superamento delle frontiere, non solo fisiche ma anche morali, tra le specie. La Pontificia Accademia per la Vita si sofferma su tali preoccupazioni, ponderando sia quelle sollevate dall’inserimento di tratti del genoma umano all’interno del suino allevato per produrre organi, sia quelle relative al posizionamento di un organo porcino all’interno del corpo umano.

In merito alla prima preoccupazione, il suddetto documento liquida il problema affermando che, per il momento, la mutazione genetica dell’animale non supera quella soglia che metterebbe a repentaglio la sua identità di specie, ovvero la maialinità del maiale. Per quanto riguarda la seconda, quindi, l’identità e l’autopercezione umane ritiene, invece, «estremamente improbabile che la trasmissione di geni animali attraverso la barriera corpo-cervello del ricevente umano o nelle sue cellule staminali embrionali (ovociti, spermatozoi) avvenga come conseguenza dello xenotrapianto o dei trattamenti correlati al ricevente».

Tuttavia, pur relegando nell’ambito dell’altamente improbabile, ma non dell’impossibile, l’alterazione dell’identità umana, al fine di scongiurarla ulteriormente – sia nel ricevente sia nella sua possibile discendenza – la Pontificia Accademia per la Vita raccomanda che «le attività di xenotrapianto riducano al minimo qualsiasi possibilità che il genoma del ricevente venga alterato o intenzionalmente influenzato come conseguenza dello xenotrapianto» e definisce «della massima importanza» respingere «lo xenotrapianto nel cervello umano di cellule cerebrali animali associate alla cognizione, qualora non sia possibile salvaguardare l’identità personale del paziente».

Tali importanti raccomandazioni non estinguono i rischi che si profilano all’orizzonte e aprono a nuove inquietudini, non solo sul profilo della identità umana, ma anche per quanto riguarda la salute pubblica, dal momento che non si esclude la possibilità di nuove forme di zoonosi ad oggi sconosciute, attualmente incurabili.

Creazione e relazione
  • In conclusione, a suo avviso, in che modo dovrebbe e potrebbe esprimersi un corretto rapporto tra specie diverse, considerando che una (gli esseri umani) è dominante e d’altra parte tutto il resto del mondo animale è in qualche modo succube delle scelte della prima?

Per rispondere a questa domanda è necessario tornare ai racconti della creazione, dove, riprendendo ancora una volta la riflessione proposta dal cardinale Ravasi, vengono descritte le “relazioni fondamentali” che legano l’uomo “alla trascendenza”, ovvero a Dio, “al cosmo”, quindi agli animali e al mondo naturale, e “al suo simile”, ossia agli altri esseri umani.

L’uomo viene qui presentato nella sua unicità rispetto a Dio, agli animali e così pure al suo prossimo, un insegnamento apparentemente banale ma, a ben guardare, particolarmente rilevante per comprendere le relazioni interspecifiche: l’unicità umana non significa discontinuità, ma costituisce, al contrario, la condizione di possibilità dell’incontro con l’alterità, in tutte le sue forme.

In particolare, questa distinzione, letta alla luce della comune origine dell’intero creato, sembra essere proprio la chiave che ci consente di sconfinare oltre i nostri limiti creaturali ed entrare in una libera relazione con l’altro, nella dimensione della speranza e dell’attesa che, come ricorda Paolo nella Lettera ai Romani, accomuna l’intera creazione (Rom 8, 19-22).

Le Sacre Scritture offrono, pertanto, un’interessante punto di partenza per ripensare le nostre relazioni interpersonali e interspecifiche, superando la prospettiva utilitarista e recuperando un modo più autentico di stare al mondo.

Ritornando alla questione biomedica, appare interessante la proposta di aggiungere una quarta “R”, il ripensamento (rethinking), al noto approccio delle 3R, ovvero riduzione (reduction), perfezionamento (refinement), e sostituzione (replacement, quest’ultima, ad oggi, largamente disattesa). Promuovere una riflessione critica sul lavoro svolto finora e sui risultati raggiunti attraverso un ricorso pressoché esclusivo al modello animale appare una prospettiva promettente. Da un lato, permetterebbe di salvaguardare gli animali da pratiche irresponsabilmente crudeli e, dall’altro, consentirebbe di intraprendere un nuovo approccio alla salute umana, lasciandosi alle spalle una strada segnata dalla sopraffazione e dalla violenza, difficilmente conciliabile con la fede cristiana.

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