
Il seguente appello, dal titolo «In questi tempi turbolenti», è stato pubblicato dal gruppo «Una voce di Gerusalemme per la giustizia: una testimonianza ecumenica per l’uguaglianza e una pace giusta in Palestina/Israele» in ricordo della Nakba, l’esodo forzato della popolazione palestinese durante la guerra civile del 1947-1948 ad opera di gruppi paramilitari sionisti e, successivamente, dell’esercito israeliano. L’esodo, che i palestinesi ricordano col termine Nakba, che significa «catastrofe, disastro», avvenne in più fasi: al termine del mandato britannico, alla fondazione dello Stato di Israele, e durante e dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 (riprendiamo l’appello nella traduzione del blog Tra cielo e terra).
Il 14 maggio si commemora la fine del Mandato britannico nel 1948, un periodo in cui il nostro popolo fu cacciato dalle proprie case (la Nakba). Oggi, mentre commemorano l’occupazione di Gerusalemme del 1967, migliaia di israeliani radicali sfilano per la città, seminando paura.
Molti dei nostri figli e dei nostri cari in questa terra santa e benedetta vivono in uno stato di turbamento, paura e ansia per un futuro incerto. Si chiedono: la guerra costante è il nostro destino, lasciando dietro di sé spargimenti di sangue, dolore, sofferenza e distruzione senza fine?
Come cristiani, siamo fedeli al messaggio del Vangelo. Abbiamo ripetutamente sottolineato il nostro rifiuto della guerra in tutte le sue forme. Rifiutiamo i conflitti armati e chiediamo costantemente soluzioni pacifiche, ragione e dialogo, che possano risparmiare alla nostra regione ulteriori guerre, spargimenti di sangue, distruzione e dolore.
Avevamo sperato che la guerra scoppiata tra gli Stati Uniti d’America, Israele e Iran potesse essere evitata. Continuiamo a credere che si possano raggiungere accordi attraverso negoziati e canali diplomatici. Eppure, oggi sentiamo minacce di una guerra che continuerà “fino alla vittoria”. Ci chiediamo: che tipo di vittoria? Morte, distruzione, desolazione?
A coloro che promuovono la guerra come unica via, diciamo: la guerra non è la via. Ribadiamo il nostro appello per la fine dello spargimento di sangue e della distruzione. Rifiutiamo la guerra e le minacce di guerra, perché crediamo che la guerra sia un male assoluto, che avvantaggia solo i guerrafondai. A farne le spese sono i civili, tra i più vulnerabili. Pagano un prezzo altissimo in sangue per gli interessi economici e politici dei guerrafondai.
Se desideriamo davvero porre fine alla guerra in Medio Oriente, dobbiamo concentrarci tutti sulla questione centrale: la difficile situazione del popolo palestinese, che soffre dal 1948. Dopo l’ottobre 2023, la catastrofe che sta affrontando si è intensificata nel contesto della guerra in corso a Gaza, condotta con l’obiettivo di annientare la Palestina e i palestinesi. E la guerra si è estesa alla Cisgiordania, al Libano e oltre. Ricordiamo a chiunque nel mondo ne abbia bisogno che la nostra Terra Santa anela all’uguaglianza, alla giustizia e alla pace. La pace di cui parliamo è una pace che garantisce la libertà e la dignità di ogni essere umano.
Per noi, l’umanità è indivisibile. Ogni goccia di sangue innocente versata è il nostro sangue, prezioso e unico. L’umanità è stata creata a immagine e somiglianza di Dio. Dio desidera per ognuno di noi vita, sicurezza e pace.
Facciamo appello ai saggi e ai ragionevoli di questo mondo affinché continuino a lavorare instancabilmente per la pace. Mettiamo a tacere il linguaggio delle minacce, dell’intimidazione e della violenza per il bene dei nostri figli, la prossima generazione, il cui futuro stiamo distruggendo.
Non possiamo rimanere in silenzio. Il nostro popolo soffre. Viene attaccato quotidianamente da polizia, soldati e coloni. È preso di mira tra tutti coloro che subiscono le conseguenze della violenza. Chi indossa abiti e simboli religiosi non è risparmiato dall’atmosfera di violenza che domina. Il razzismo viene giustificato nella logica della guerra. Dobbiamo respingere senza sosta questo linguaggio di odio e di guerra.
Gerusalemme è una città santa. È venerata da musulmani, ebrei e cristiani. È anche il centro della vita, della cultura e della società palestinese. È una città in cui popoli, religioni e comunità diverse si incontrano. L’odio e il razzismo che regnano minacciano l’identità e la vocazione della città. Gerusalemme è chiamata ad essere una città di pace, ma oggi è ben lontana dalla pace.
Come cristiani in questa terra, offriamo con fervore le nostre preghiere per questa terra, per la sua pace e per ogni persona che soffre e viene oppressa al suo interno. Come cristiani, oggi più che mai siamo chiamati a dare voce a ogni persona che soffre, è oppressa e tormentata. Dobbiamo essere la voce di chi non ha voce.
Questa terra benedetta è la nostra casa. È anche una terra santa, ricca di luoghi sacri, dove Gesù è nato, ha vissuto e insegnato, ha sofferto, è morto ed è risorto. Siamo chiamati a far udire la sua voce. Attraverso di noi, egli continua a insegnare l’uguaglianza, la giustizia, la pace, il perdono e la riconciliazione.
«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
Firmatari:
Patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah (emerito),
Vescovo luterano di Terra Santa Munib Younan (emerito),
Arcivescovo greco-ortodosso Attallah Hanna,
Sig. Yusef Daher, Sig.ra Sawsan Bitar, Sig. Samuel Munayer,
Sig.ra Dina Nasser, Sig. John Munayer, Sig.ra Sandra Khoury,
Rev. David Neuhaus SJ, Rev. Frans Bouwen MAfr, Rev. Firas Abdrabbo,
Sig. Rafi Ghattas, Rev. Alessandro Barchi e altri membri





