
Diceva Seneca: nello stesso prato il cane cerca la lepre, il bue l’erba e l’ape il fiore. È del tutto legittimo che lo stesso tema, la liturgia, possa essere guardato dal monaco, dallo storico o dal teologo in modo diverso. La ricchezza delle prospettive viene proprio da questa pluralità di sguardi e di interessi. Ma ciascuno, allo stesso tempo, non deve semplificare i dati e non deve pensare che si riduca il prato alla lepre, all’erba o ai fiori.
Nella discussione che si è aperta nei giorni scorsi ho scritto a Enzo Bianchi una “lettera aperta” in cui sollevo alcune obiezioni alla sua ricostruzione monastica e spirituale delle contese in ambito liturgico. Il motivo della contestazione è fondato sul piano teologico: dal 2007 mi sono convinto che una soluzione dei conflitti liturgici che non sia fondata teologicamente non solo non risolve le questioni, ma le complica.
In fondo, Enzo Bianchi, pur contestando apparentemente il MP Summorum Pontificum, resta nella logica con cui è stato scritto: una soluzione affettiva del dissidio liturgico. A differenza di Benedetto XVI, Bianchi propone un parallelismo non bilaterale, ma unilaterale. Se secondo SP ogni cattolico si trovava di fronte una forma ordinaria e una straordinaria e poteva scegliere indifferentemente una o l’altra, salvaguardando solo alcune condizioni, invece per Bianchi il parallelismo è unilaterale: ognuno si colloca soltanto in rapporto ad un rituale, il vecchio o il nuovo. Io, però, non capisco come si possa sostenere una tale soluzione. Ci sarebbero dei cattolici che “accettano le Costituzioni dogmatiche” del Vaticano II, ma celebrano sempre come se quelle costituzioni non esistessero. Questa sarebbe una soluzione teologicamente fondata?
Alberto Melloni, di fronte alle mie obiezioni, che ripeto da 20 anni a tutti coloro che cercano di trovare una soluzione affettiva e non teologica alla questione della liturgia, ha scritto un breve commento in cui si dice “dispiaciuto”. Ha successivamente precisato la cosa e lo ha fatto sul piano storico. Riporto qui il testo di Melloni, perché è utile considerarne con cura l’enunciato:
Il messale unico e universale è una invenzione moderna, che il Tridentino adotta mettendo fuori uso una tradizione ricca e plurale. Il Vaticano II fa un messale della tradizione, plurale e duttile. Che a qualcuno non piacesse non contava gran che e anche oggi è sbagliato farne un feticcio in un senso o nell’altro. Il mondo tradizionalista ha uno spettro ampio di posture: da quelle più comiche a quelle più innocue. Ma inseguire le paranoie degli estremisti lefebvriani è un errore e non produce nulla se non fornire aura martiriale a grupposcoli eccitati dalla importanza che si dà loro. Ben altro è stato trascurato o rimosso del Concilio: e un nodo riguarda proprio la riforma liturgica. Cioè la ecclesiologia implicita al suo interno. Prendersela con Enzo Bianchi perché relativizza l’antagonismo fra il messale conciliare che chiamerei della Tradizione e quello di Pio V che chiamerei della emergenza e della nostalgia non mi pare un gran che.
La cosa interessante, in questo parere, è la sfasatura tra una indagine accurata, una terminologia originale, persino paradossale, ma con buone ragioni. E però una conseguenza sorprendente nel giudizio conclusivo.
Non vi è dubbio, infatti, che il messale del Vaticano II è “messale tradizionale”, mentre quello di Pio V è “messale della emergenza e della nostalgia”. Questa definizione mi pare molto azzeccata. Ma perché mai, di fronte a questa differenza, che è strutturale, si dovrebbe saltare via, con un “ben altro” che lascia il dubbio che qui, Melloni, faccia, forse inconsapevolmente, un esercizio di quel “benaltrismo” che consiste nel non affrontare mai una questione, perché un’altra è ritenuta ben più grande.
Mi è accaduto durante il tempo del Covid. Scrissi un’altra “lettera aperta” sullo scandalo dell’applicazione del MP Summorum Pontificum e chiesi la firma ad amici teologi. Due colleghi mi dissero che dovevano pensarci e poi mi risposero: ben altri sono i temi su cui vogliamo impegnarci in liturgia. Da sei anni aspetto il loro acuto. Anche in questo caso mi pare che Melloni cada in questo ragionamento con cui si sposta la attenzione su ben altro, alla cui luce la mia obiezione “non è gran che”.
A me pare che qui sia proprio la prospettiva teologica a mancare, sia al monaco, sia allo storico. Dire, come fa Melloni, che il “vero problema” è la “ecclesiologia implicita al suo interno”, ossia contenuta all’interno della riforma liturgica, crea una separazione tra una questione “teologica” (ossia la ecclesiologia della riforma liturgica) e la “relativizzazione dell’antagonismo tra rituali”, che sarebbe invece, a suo parere, una cosa del tutto diversa.
Forse questo può essere il tenore del giudizio di uno storico, ma il teologo non può accettarlo. Qui forse, a differenza dello storico, il teologo può attingere ad una nuova teologia della liturgia, che non separa la teoria dalla prassi, con una effettiva valorizzazione di che cosa significa “comprendere bene il mistero mediante riti e preghiere” (SC 48). Per il teologo l’uso del rituale è la riforma liturgica. Non c’è una riforma liturgica nei palazzi, o sui libri, e poi un uso dei riti parallelo ad essa. La verità della riforma, quindi anche la sua ecclesiologia, dipende da quale rito usi e da come lo usi. Per questo pensare di “relativizzare” la differenza tra i rituali non è affatto una buona strada per affrontare la questione, perché mette in gioco proprio la ecclesiologia.
Ciò che mi stupisce è che il monaco e lo storico ragionino proprio come Benedetto XVI: credono che si possa ridurre il rapporto con il rito ad attaccamento personale. Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Francesco non la pensavano così. Sapevano bene che il rito che usi è questione di ecclesiologia: esso realizza o disfa la riforma della chiesa.
Per questo ritengo che impostare male la questione, ossia relativizzare le differenze tra gli ordines, crei solo maggiore conflitto. La mia non è solo una posizione di principio, ma anche un invito al realismo: se fai prevalere l’attaccamento personale, perdi la Chiesa, nel modo più concreto.
Il mio non è un giudizio né da monaco, né da storico, ma da teologo. Capisco che agli occhi del monaco o dello storico questa posizione possa essere vista come “intransigente”. Se ciò che conta, nella liturgia, è sentirsi bene, allora è chiaro che è intransigente voler far star male le persone. Se invece la questione viene considerata sul piano teologico, a me sembra semplicemente una posizione coerente con il magistero liturgico del Vaticano II e di tutti i papi postconciliari, ad esclusione di Benedetto: proprio il papa teologo ha affidato il senso di Summorum Pontificum non ad una argomentazione teologica, ma ad una logica affettiva, espressa con il principio (non rivelato) secondo cui: “ciò che è stato sacro per le generazioni precedenti non può non esserlo anche per le successive”.
Francesco aveva capito che si può facilmente fraintendere il senso di questo adagio, si può arrivare persino a farne un feticcio e perciò lo ha giustamente superato. Su questa decisione di Francesco, coerente con la tradizione conciliare, il monaco e lo storico possono sorvolare, ma il teologo non può tacere.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).






Penso che la soluzione sia che il messale pre o post conciliare non è in fin dei conti importante: basta invocare lo Spirito e dire le parole consacratorie. Lasciamo alle parrocchie e ai presbiteri un po’ di creatività. Altrimenti tutto viene regolato da Roma, ma chi si credono di essere?
Perché un Concilio (un Concilio, non un Papa!) ritenne di dover ristrutturare ex novo interi riti che affondavano le loro radici in epoche lontane e sconosciute? La risposta è semplice: perché la liturgia – cosciente di essere sconosciuta alla gran massa – tentò di rendersi comprensibile. Prima, infatti, gran parte di noi fedeli capiva ben poco, a volte nulla, di quello che accadeva sull’altare, con ovvio, conseguente ben scarso interesse. Si stava lì, ben disciplinati e si aspettava che arrivasse finalmente l’ite missa est. Il latino, poi, incomprensibile alla stragrande maggioranza dei partecipanti (in buona parte anche di chi ,come me, lo aveva studiato) contribuiva a rendere il rito ancor meno intellegibile. Era “bella” quella rappresentazione millenaria? Non lo so, a me non sembrava; so solo che la prima volta che sentii la messa in italiano, finalmente in gran parte comprensibile, mi commossi profondamente e ringraziai di cuore il Signore per averlo permesso. E comunque, quand’anche fosse stata “bella”, tra l’estetica e la comprensione di quello che avveniva sull’altare cosa si sarebbe dovuto privilegiare? La verità, a mio parere, è che l’attaccamento al rito antico è utilizzato come forma di contestazione al Vaticano II, che avrebbe protestantizzato il cattolicesimo; ma, se così fosse, l’assistenza dello Spirito Santo questa volta non ci sarebbe stata?
Tutto vero, però se come qua si ripete all’infinito i paradigmi cambiano, cambiano pure le necessità storiche dietro ai concili. Quello che invece resta è la capacità della Chiesa Cattolica di incardinare i movimenti del momento, di qualsiasi tipo. Ha sempre fatto così, un po’ bastone un po’ carota, un po’ lima certe asprezze, un po’ offre un movimento cattolico strutturato. Negli anni ’60 il mondo andava in una direzione oggi il contrario, la Chiesa rimane quella, magari è il mondo che cambia.
Per dire io sono del ’71, mio padre aveva un coro, ho fatto in tempo a vedere qualche messa beat, con la batteria in Chiesa, con Dylan all’offertorio ecc. Ho molta nostalgia di quel periodo, in cui tra l’altro le Chiese erano strapiene di giovani mentre oggi ci vedi solo fedeli molto in là con l’età. Ma non ha troppo senso lamentarsi, un po’ si rimpiange la nostra giovinezza, perchè in qualsiasi periodo si nasce la giovinezza ha sempre una sua bellezza, un po’ meglio essere grati di quello che si è avuto senza piangersi addosso. Ognuno nasce nel tempo che gli è dato e lo vive per quello che è..
X Anima, per quello che può valere (poco) personalmente penso che possano tranquillamente esistere con il mondo tradizionalista delle comunità ecumeniche, come decenni fa è successo con Taizè o Bose. Alla fine ci sta che Enzo Bianchi sia più aperto al confronto, dato che Bose ha tentato di fare con il mondo ortodosso o anglicano quello che potrebbe tranquillamente essere regolarizzato anche con i tradizionalisti. Non mi sembra nulla di particolarmente strano o diverso, una forma di ecumenismo di frontiera.
Secondo me e’ una questione di “potere” : una frazione ,un gruppo ,quello progressista modernista ,ha preso il potere nei vertici della Chiesa ,e come simbolo di questo potere ha la Riforma Liturgica di Bugnini . Cedere su questo punto altamente simbolico , cioe’ il cambiamento radicale della Liturgia , sarebbe cedere su quello che puntella il potere del gruppo al vertice e su questo non possono cedere , se non ammettendo di aver sbagliato , neppure se a chiederlo umilmente sono tanti fedeli. E questo dimostra che la Liturgia e’ il Cuore della fede , e’ la cosa piu’ importante ma vogliono far credere che sia solo questione di pizzi e merletti .
Onestamente il bello di essere cattolici è proprio quello di far parte di un gruppo molto grande, come dico spesso, una grande Matrioska che ne contiene tante di più piccole, o come la borsa di Mary Poppins da cui estrarre continue meraviglie. Poi ognuno si scelga un pò come preferisce, non è da questi particolari che si giudica un giocatore, ma dall’altruismo e dalla fantasia.. (Cit.)
“”Neppure se a chiederlo sono tanti fedeli”: ma lei ne è davvero convinta ? non pensa che sia una questione che interessi relativamente poche persone? “E questo dimostra che la Liturgia è la cosa più importante della Fede”: ma come si può sostenere una cosa del genere? Il cuore del Cristianesimo sarebbe davvero la modalità con cui questo di tempo in tempo si manifesta nelle sue forme esteriori? È su questo che verremo giudicati?
Il sonno di Sant’Anselmo genera mostri.
Se non si apre antecedentemente alla riflessione liturgica un dialogo ecclesiale libero e approfondito, che tocchi i fondamenti teologici e filosofici del credo cattolico in un nuovo contesto contemporaneo, dove la scienza e le spiritualità umane percorrono strade nuove …. non si va molto lontano!
Tante discussioni “intellettuali ” per non voler prendere atto della realta’ : la realta’ e’ che la Messa Vetus Ordo e’ bella ,solenne ,spirituale a ttira i fedeli ,la Messa moderna e’ noiosa e respinge invece che attirare . Perche’ ? Perche’ la Liturgia ,come l’ Arte ,come la Musica ,o entra nella dimensione “altra” o se e’ solo quotidianita’ terra-terra, mediocre , non piace . La Messa Vetus Ordo nella sua sublimita’ corrisponde alle aspettative dei fedeli quella moderna nella sua mediocrita’ no , come la musica di Mozart piace piu’ all’ orecchio di quella dei Maneskin .
Certo, cari modernisti potete intestardirvi nell’ ideologia come i comunisti che dicevano : Se la realta’ non corrisponde alle nostre teorie ,tanto peggio per la realta’ “
Come esiste la realtá di tanta gente che non potrebbe fare a meno della Messa Tridentina, esistono tanti a cui dice poco o niente, soprattutto se celebrata come bassa.
Insomma, se é certo che la Riforma Liturgica ha volutamente ignorato una sensibile minoranza di persone a cui i cambiamenti non piacquero (e non piacciono), d’altro conto molti fedeli accolsero il nuovo rito in modo positivo, e c’é chi voleva e vuole spingere i cambiamenti ben oltre
Pace e bene
Anche nel Medioevo sembrava di grande importanza, ai fini della Fede, appurare quale fosse il sesso degli angeli…
La cosa divertente è che il Concilio non ha mai prescritto le “derive” a cui il Messale di Paolo VI ci ha condotto: a parte l’inserimento della preghiera dei fedeli, tutto il resto o è stato disatteso (preservazione della lingua latina, valorizzazione del canto gregoriano) oppure addirittura (mal)interpretato (nuovo altare, comunione sulla mano ecc). In linea di massima il messale doveva essere, giustamente aggiornato: ma non stravolto (in peggio)
«Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino» (San Paolo VI, 24 maggio 1976).
… Lex orandi, lex credendi!
Pienamente d’accordo
Ci sono più liturgisti che fedeli…
Scrive Benedetto XVI (SP): “Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche” (qui: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html) per giustificare l’uso del Messale Romano. Mi sembra questo un aspetto assai qualificante e poco analizzato. Mentre concordo con Grillo, invito a scandagliare quell’ “amore ed affetto”. Sono due componenti emotive e fondamentali. Chiediamoci perchè in tanti (o pochi, a seconda…) si trovano bene nel rito in latino e a disagio nel rito nella loro lingua che capiscono. Questo attaccamento alla Tradizione, che vuol dire? Che mentalità c’è dietro? Che bisogni interiori esprime? Se non si affronta questo snodo, non si va avanti. Il problema oltre che teologico, è anche (soprattutto?) psicologico. La Chiesa sbaglia sempre quando ha paura di dichiarare esaurita una stagione. Il Concilio non ha avuto il coraggio di dire che il Messale Romano appartiene alla storia della liturgia e non si utilizza più. Se in futuro ci sarà un Concilio Vaticano III che adotta una nuova riforma liturgica ed un nuovo messale, che facciamo? Ne abbiamo tre tutti in vigore? Assurdità…
Il rito preconciliare, pur celebrato ‘spalle al popolo’ e in lingua non corrente, è estremamente più ‘visuale’, con il celebrante e i ministranti fanno un sacco di cose: si inginocchiano, si inchinano, si spostano più volte dalla sede all’altare, tra i vari lati dell’altare, spostano il messale, fanno tantissimi segni di croce, incensano più volte un sacco di cose etc. Poi spesso il canto è semicontinua, e ci sono i confiteor, le benedizioni etc. che coinvolgono la gente, più l’odore dell’incenso, le candele e tanto altro.
Questo crea una situazione particolarmente adatta per tutte quelle persone che necessitano di avere il cervello continuamente inondato di stimoli sensoriali, tra cui tante persone con neurodivergenze (che aneddoticamente si dice siano sovrarappresentate tra coloro che si trovano a loro agio con la Messa Tridentina).
Buona parte delle Messe in Novus Ordo ha una comunicazione quasi solamente verbale, con pochissimo spazio agli altri sensi e pochi stimoli. Ci sono solo preti che parlano e stanno fermi. Per le persone di cui parlavo sopra questo genere di celebrazioni è tedioso se non una sofferenza, e i teologi e liturgisti che vogliono togliergli quello che li fa stare bene sono persone cattive e sadiche.
Come direbbe il conte Crawley – alias Hugh Bonneville – anglicano, in Downton Abbey al battesimo cattolico della nipote Sybil: avevo dimenticato quanta ginnastica si fa tra i cattolici. È una battuta, ma rende l’idea…
Complimenti davvero! Una spiegazione eccellente (da conservare) che spiega bene la notevole pochezza argomentativa dei tradizionalisti, il cui peggior timore (a volte inconfessato) è il remoto pericolo di poter esser confusi – Dio non voglia! – con gli odiati fratelli protestanti.
Mi scusi, dove é che me la prendo con i protestanti?
Tra l’altro ci sono gruppi protestanti che celebrano in modo simile alla Messa Tridentina, vedi questi luterani https://youtu.be/EtXZRumc7n4?is=0TzoE7AoTHPqA4eF
Cara Anima errante, mi scusi, ma non sono stato evidentemente chiaro, anzi sono stato oscuro addirittura: io le ho fatto i complimenti! molto sinceramente; mi riferivo ai tradizionalisti quando ho accennato ai protestanti , non certo a lei di cui ho sposato in pieno le argomentazioni. E lei non mi sembra una tradizionalista, a meno che la mia età non abbia compromesso definitivamente la mia capacità di giudizio. Comunque, mi scusi ancora
Guardi, le confesso: ho mollato la FSSPX dieci anni e passa fa e mi pongo continuamente la domanda se ho fatto la cosa giusta… A Dio il giudizio!
Comunque il mio commento era (vagamente) positivo: diversi tipi di liturgia sono adatti a diverse tipologie di persone, per motivi complessi. non esiste la liturgia adatta a tutti, soprattutto in questa era in cui andare in chiesa ed essere cristiani non è più un obbligo sociale ma una scelta, una decisione con una certa consapevolezza.
Il problema non è avere liturgie diverse, è il non parlarsi e non collaborare nel testimoniare Cristo e servire i fratelli
Ringrazio il prof. Grillo. Seguo da tempo le sue argomentazioni sul tema e le trovo corrette, coerenti e lineari. Per quel che vale, non avendo io competenze teologiche, credo, come dice il prof. Grillo, che i teologi dovrebbero esprimersi. Il loro silenzio non è di aiuto.
Se altri teologi tacciono sulla questione non credo sia senza significato, Checché ne pensi il dottor Grillo, il “ben altro” pesa, eccome. A partire dal calo vertiginoso dei praticanti e delle vocazioni. Del resto le aperture ecumeniche et ultra, come anche il “todos, todos, todos”, mal si conciliano con l’accanimento dispregiativo verso una minoranza di fedeli che amano la tradizione.
Non si tratta di tradizione ma di affetto ad una forma liturgica diversa. Il vero problema come dice il prof. Grillo è di carattere teologico. Con la nuova forma di rito ai vuole dare alla Messa un diverso significato non solo il ricordo del Sacrificio di Cristo ma anche l’aspetto comunitario. La partecipazione al rito del Popolo di Dio dice la parte essenziale del Rito soprattutto nel momento della Comunione, perché è il quel momento che si diventa tutti insieme Corpo di Cristo. Questo non mi pare un aspetto secondario, ma anzi determinante
Proprio così Sig.a Currarino. Ci beiamo dei pizzi e dei vecchi merletti del vecchio rito e non cogliamo poi il momento essenziale del nuovo rito rappresentato dalla Comunione, momento in cui si diventa tutti Corpo di Cristo, un anticipo di Paradiso, tutti insieme