
A guardarla dal punto di vista iraniano la novità sembra essere la necessità di silenziare i gruppi interni, del Belucistan e del Kurdistan iraniani, che porrebbero sfide alla tenuta del regime. Guardandola dal punto di vista arabo la questione di queste ore sembra essere quella di decidere quale sia la miglior difesa. Gli amici esterni non sempre sono tali.
Nel 1922, ha ricordato lo studioso di sicurezza nel Golfo David B. Roberts su Foreign Affairs, il Regno Unito cedette due terzi dei territori kuwaitiani e al momento del ritiro dal Golfo nel 1971 accettò che l’Iran si prendesse tre isolotti degli Emirati. Ed è molto citata in questi giorni la decisione statunitense del 2019, quando Washington lasciò passare l’attacco di milizie filo-iraniane contro l’impianto saudita di Abqaiq, il più grande impianto di stabilizzazione e trattamento del greggio al mondo. Come non chiedersi come mai i paesi del Golfo non abbiano dei loro dragamine.
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Troppo dipendente dall’estero, la difesa dei Paesi del Golfo va ripensata, la guerra in corso lo ha dimostrato. L’attacco iraniano, particolarmente pesante contro gli Emirati Arabi Uniti, che sono stati fatti oggetto di lanci missilistici e di droni superiore a quelli lanciati contro Israele, è arrivato ora a toccare, o sfiorare un impianto nucleare.
Anche il Qatar è stato duramente colpito, poi tutti gli altri. Forte del suo recente trattato di reciproca difesa firmato con il Pakistan (il testo è segreto), l’Arabia Saudita vede ora un numeroso contingente militare pakistano schierato sul proprio territorio e nei colloqui in corso si discuterebbe anche di un patto difensivo tra questi due soggetti e la Turchia.
Per la prima volta Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno reagito in proprio agli attacchi subiti. Gli Emirati stabilendo un coordinamento di intelligence con Israele e Stati Uniti, l’Arabia Saudita dando preventiva notifica all’Iran. Entrambi hanno poi bombardato le milizie filo iraniane in Iraq, responsabili degli attacchi più forti e preoccupanti. Due strategie diverse: sfida la prima, ristabilimento della deterrenza la seconda.
Poi, come è ben noto, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati hanno premuto su Washington per sospendere l’attacco all’Iran e portare avanti negoziati in atto. Un passo sorprendente.
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Arabia Saudita e Emirati sono ai ferri corti da anni, una “guerra” non dichiarata la loro, che va dallo Yemen al Sudan. In precedenza, per circa tre anni, insieme avevano guidato l’assedio al Qatar, col quale ora agiscono: fu un blocco commerciale messo in atto insieme agli altri Paesi del Golfo perché il Qatar sarebbe stato “benevolente” con l’Iran (e lo era).
Inoltre, si sa che non poche voci si sono levate da questi Paesi a favore della strategia della “massima pressione” contro Teheran – veri o presunti interventi ci sarebbero stati anche recentemente, con richieste di più bombardamenti.
L’improvvisa concordia sulla linea di una sospensione dei raid e di un negoziato colpisce. Quanto avrà pesato sugli Emirati l’attacco che ha creato il rischio nucleare, quanto avrà pesato lo stesso rischio per gli altri, pur sempre vicini? Certo è che si è assistito a una novità: tesa davvero a costruire un patto di non aggressione nell’area?
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Il punto da cui molti partono è semplice: se la questione è quella di assumersi la responsabilità della propria difesa, si può farlo restando in un’ottica tribale o occorre passare a un’ottica westfaliana? Parliamo di Stati o di tribù?
L’ottica tribale è quella per cui ognuno combatte l’altro quasi istintivamente, per calcoli o strategie segrete: avere l’egemonia dei mari, come si è detto dei rampanti Emirati, molto vicini a Israele; imporsi come padroni a danno degli altri, come si è detto dei sauditi. L’ottica westfaliana antepone gli interessi degli Stati, senza calpestare quelli degli altri.
Assumersi la responsabilità della propria difesa non è facile, in modo coordinato con i vicini lo è ancor di più. Questo lo possiamo capire noi meglio di ogni altro. Per gli arabi sarà meno un problema di soldi, più un problema di efficienza, rispetto e trasparenza reciproca. Ma la presenza militare americana non potrà essere eterna: meglio decidere come superarla o farsi determinare dal suo superamento?
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Proprio David B. Roberts fa notare che gli arabi, insieme, potrebbero considerare un negoziato che offre un diverso ruolo per le basi americane nel Golfo, da conservarsi ma per gli eserciti nazionali. Ognuno di loro infatti ha la sua. Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, e gli altri a seguire, ospitano tutti base americane nel Golfo: al Ubeid in Qatar, il comando della quinta flotta in Bahrain, al Dhafra negli Emirati, Ali al Salem e Camp Arifjan in Kuwait, Prince Sultan in Arabia Saudita.
Una prospettiva di graduale ritiro americano è la base per un patto di non aggressione se si guarda dai palazzi iraniani. Prospettiva con ogni evidenza graduale, ma prospettiva. Togliere (gradualmente) un dente, da collegarsi alla rimozione (graduale) delle sanzioni e alla liberazione (graduale) dei fondi congelati all’estero, consente di affrontare chiaramente la rimozione degli altri denti, quelli iraniani, che allarmano gli arabi. Il programma nucleare, la gittata dei missili, le milizie e oggi non si può omettere di citare anche il programma relativo ai droni: sono i pomi di una discordia sin qui inossidabile.
A mio avviso il discorso dovrebbe coinvolgere tutta l’area per via del decisivo capitolo sulle milizie: è pronto l’Iran a riconoscere la sovranità dell’Iraq, del Libano, dello Yemen? È pronto a rinunciare alle sue milizie armate dentro questi stati contestualmente alla rinuncia al nucleare a scopi militari?
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Se gli arabi sono vittime di un’ottica ancora tribale, quella per cui molto spesso si parla di loro come di “fratelli coltelli”, l’Iran è pronto a ragionare in termini statuali e non imperiali? La sua influenza regionale deve passare per forza per milizie che sanno di ottica coloniale “persiana” a mezzo di strumenti religiosi “sciiti”, non può passare per vie economiche, commerciali, culturali e anche religiose? Nei palazzi di quel potere si pensa ancora di doversi vendicare di Alessandro Magno? Questi sono i nodi visti dagli arabi: nucleare, armi offensive, questione del colonialismo imperiale.
Le corone arabe sanno bene però che la guerra intrapresa a mezzo di Saddam contro l’Iran, da loro percepita come difesa preventiva, non ha prodotto i risultati auspicati e poi ha aiutato l’organizzazione delle milizie filo-iraniane fino al mediterraneo.
Non molto tempo fa Teheran sosteneva che Baghdad è “culturalmente” parte del loro Paese, per via dell’antica storia dei califfi abbasidi. Ora più che la vittoria si desidera un sistema di convivenza? Non è facile, ci sono secoli da mandare in archivio.
Ma il semplice fatto che tre “nemici” come sauditi, emiratini e qatarini abbiano preso una decisione comune sembra aprire una pagina bianca, sulla quale – senza pretendere che ci sia una sola strada giusta – la logica westfaliana potrebbe cominciare a infiltrarsi in un mondo che fronteggia nuove sfide.





