
Magnifica humanitas ha tra i tanti tratti, tutti importanti, un aspetto che mi preme sottolineare; è un’enciclica pluralista. Questo emerge chiaramente dal bivio fondamentale che Leone XIV ci prospetta dall’inizio: Babele o la Gerusalemme del profeta Neemia.
Babele è il vecchio totalitarismo, il paradigma tecnocratico è il nuovo. Cosa dice Leone di Babele? Il racconto di «Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre “la cui cima tocchi il cielo” (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione» (n. 7). Il no all’omologazione è il pluralismo. Non può essere a senso unico.
L’omologazione è a mio avviso il modello che propone il paradigma tecnocratico, illustrato così da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: «Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato» (LS, n. 109).
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Non si tratta per papa Francesco di teorie economiche, si può non affermarlo a parole, ma con i fatti «quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo, abbiamo una “sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante”, mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica».
Nella sua enciclica, Leone presenta così il paradigma tecnocratico: «la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Così appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e che, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante» (n. 92).
Non penso di andare oltre la scoperta dell’acqua calda dicendo che il no a Babele e il no al paradigma tecnocratico sono lo stesso no, sviluppato nel tempo. Il testo di Leone non a caso si sofferma più volte sull’importanza del pensiero critico. Ma il pluralismo emerge chiaramente come riferimento e fondamento nella scelta affermativa, quella della Gerusalemme del profeta Neemia: «Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore» (n. 8).
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Qual è il punto che rende questa prospettiva pluralista? Solo il fatto che si includono chiaramente opposizioni? Forse no. Il «limite», citato molte volte nell’enciclica, pone le basi per un possibile discorso più ampiamente pluralista: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite».
Questo Leone lo dice e lo spiega da credente, ma la consapevolezza della nostra finitezza fonda anche altre prospettive, in particolare l’agnosticismo. Il sofista Protagora (V secolo a.C.) è considerato il primo pensatore ad abbozzare questa visione, affermando che la vita umana è troppo breve e la natura degli dei troppo oscura per poter esprimere certezze. È proprio la finitezza che fonda l’approccio agnostico, che non può andare oltre, ma non ne esclude la possibilità o la legittimità.
Trovo in questo senso più ampio di pluralismo qualche cenno implicito al discorso sviluppato dal papa. Faccio due esempi citando testualmente l’enciclica. Il primo: «La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro. Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile. E nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo. La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male. Così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio» (n. 122).
Che si sia scelta l’opera di un ateo professo come Picasso lo trovo bellissimo. Come trovo bellissimo questo ulteriore, connesso esempio: «Alcuni eventi aiutano a vedere che la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti: il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, legato anche alla testimonianza di Martin Luther King Jr., o la fine dell’apartheid in Sudafrica dopo la liberazione di Nelson Mandela e la sua scelta di non consegnare il futuro all’odio. In contesti differenti si sono inoltre distinte donne coraggiose e generose come Santa Laura Montoya, Santa Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Maria Skłodowska-Curie, Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia».
Anche qui, affascina la scelta di citare la musulmana Benazir Bhutto per il contributo a rendere più umana la storia. Sono esempi concreti dell’unità nella diversità, per la quale le diversità non vanno annullate, dell’unità che prevale sul conflitto, tutto frutto del rifiuto dell’omologazione.
Questo tratto consente di capire Magnifica humanitas come criterio di discernimento che ci riguarda tutti e che ritengo a tutti rivolta, come accade da quando fu scritto «a tutti gli uomini di buona volontà».





