Guardando alla “magnifica umanità” di Cristo

di:
scultura

La natura plasma l’uomo, una scultura di Sun-Hyuk Kim

Riprendiamo la riflessione di don Francesco Cosentino, teologo e docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense. L’Osservatore Romano, 7 luglio 2026.

C’è un orizzonte di fondo in cui l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas si colloca e che, in un tempo come quello attuale, merita di essere messo in luce: mettere ciascuno di noi davanti a una scelta. Questa, infatti, è la prima parola del Pontefice: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (MH, 1).

La scelta decisiva, cioè la ricerca di una opzione fondamentale, di un orizzonte di verità in cui collocare la visione di umanità e di società, è proprio ciò di cui oggi siamo orfani in un tempo come il nostro, che sembra essere tempo della post-verità: ciascuno può tranquillamente tenere in mano il piccolo frammento della sua vita, del suo sentire, della propria verità senza un rimando ad un centro, senza legame con un fondamento condiviso, senza una verità di fondo che possa sostenere ispirare un modo di essere e una visione di società.

Il rischio, però, è che ciascuno sia rimandato semplicemente a se stesso nel dover continuamente interpretare e ridefinire gli aspetti della vita cercandovi un senso e una direzione e, alla fine, gravato da tale computo, preferisce rimandare anche le scelte fondamentali, in un gioco ininterrotto di rimandi e di interpretazioni. In tal modo, il nostro diventa il tempo in cui si «sceglie di non scegliere», di non compiere mai, cioè, una scelta fondamentale. Il Papa inizia l’enciclica richiamandoci proprio all’urgenza di compiere una scelta: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (MH, 1).

In ogni epoca, aggiunge, siamo noi a dover dare forma al tempo. Il mondo, insomma, può essere una Babele, che rompe l’alleanza con Dio e il dialogo con Lui, diventando confusione di linguaggi, lotta di potere, sopraffazione degli uni verso gli altri; oppure può diventare Gerusalemme, laddove, come al tempo del profeta Neemia, la città è in macerie e la ricostruzione avviene attraverso l’assunzione di una comune responsabilità, diventando così il luogo che tutti cooperano a costruire e, perciò, realtà accogliente e ospitale, che valorizza ciascuno, promuove l’armonia delle diversità, genera giustizia e offre la pace. Un luogo dove ogni persona può essere custodita nella sua bellezza e dignità.

Leone XIV accende i riflettori sulla figura biblica di Neemia, scrivendo: «In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia — laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali — per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (MH, 241).

Non vi è, nell’enciclica, nessuno spirito di contrapposizione né alcun atteggiamento giudicante nei confronti delle res novae, delle nuove questioni che riguardano soprattutto i progressi della tecnica; c’è invece, un invito a vigilare perché ogni progresso umano, anche quello tecnologico, porta con sé un lato ambiguo e può non essere orientato al bene di tutti. Soprattutto, la tecnica ha un impatto antropologico: non possiamo più pensare — lo diceva Heidegger e lo ripete il Papa — che la tecnica sia neutra e che dipende solo da come usiamo i suoi strumenti; essa, in realtà, cambia il nostro approccio alla vita, il nostro modo di essere uomini e di abitare il mondo, ha quindi un impatto sul modello antropologico. Dunque, l’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnica, ma una svolta antropologica, sociale, economica, politica e anche spirituale, dinanzi alla quale dobbiamo scegliere tra la babele del dominio, dell’autosufficienza, del potere dei pochi a discapito dei molti, oppure la Gerusalemme della responsabilità, della difesa dell’uomo, della comunione, della solidarietà e del bene comune. Per questo c’è bisogno di discernimento, di ascolto della realtà in cui viviamo, e poi di scelte che sappiano «governare» tali progressi per «assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo» (MH, 5).

A questo punto, la domanda decisiva che attraversa l’enciclica: quale uomo nel tempo delle intelligenze artificiali e dei progressi tecnologici? Qui occorre non farsi ingannare. Nella visione cristiana, infatti, non esiste un’idea astratta di uomo e di umanità. Noi ci riferiamo sempre, invece, al pensiero antropologico cristiano, radicato nella fede in Cristo: il prototipo di umanità, per noi, è Gesù Cristo. È l’umanità di Gesù il metro di misura a partire dal quale pensiamo l’uomo, perché quella è la statura, la qualità e anche la mèta ultima dell’umano, ciò che siamo chiamati a raggiungere e ciò che ci interpella ogni volta che accanto a noi o nel mondo c’è una persona a cui quella dignità umana è negata.

Radicata nell’incarnazione, la fede cristiana conosce solo il Dio fatto uomo e afferma, perciò, che non c’è Dio senza uomo e non può esserci davvero umanità senza Dio. Dio è anzitutto cura dell’umano e compimento dell’umano nell’amore, e tutto ciò risplende già in modo definitivo nella vicenda singolare di Gesù, volto umano di Dio. Il cristianesimo pensa all’uomo guardando a Cristo e cogliendo così la sua provenienza e la sua destinazione ultima: è stato fatto per mezzo di Lui a immagine di Dio ed è stato fatto «in vista di Lui» per raggiungere la statura della sua stessa umanità e la sua stessa figliolanza: coeredi di Cristo, perciò figli di Dio e fratelli tra di noi (cf. Rm 8, 17).

L’umanità di Cristo, scrive Leone XIV richiamando Gaudium et spes, svela anche a noi il mistero dell’essere umano perché è un’umanità pienamente libera, aperta agli altri, capace di costruire relazioni solidali, consegnata al dono totale di sé. Afferma il Papa: «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cf. Gen 1, 26-27).

Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (MH, 50).

Ciò si declina concretamente in tutti gli aspetti esistenziali e sociali più importanti: l’uguale dignità degli esseri umani; l’altissimo valore dei diritti umani; il principio del bene comune che tutela la dignità e i diritti di ciascuno e di tutti, attraverso culture, scelte, azioni e politiche che promuovono la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale, per uno sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo.

Da qui, il richiamo al discernimento. Nel numero 106 dell’enciclica abbiamo in questo senso un punto-chiave: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».

L’invito del Pontefice è radicale: restiamo umani. Non perdiamo l’idea e la visione di uomo, quella che splende in modo particolare nell’uomo Gesù. La magnifica umanità, in fondo, è proprio quella di Cristo. E per restare umani, occorre il discernimento critico. L’enciclica ci invita alla vigilanza critica, per donarci quella sapienza capace di comprendere la soglia oltre la quale il potere della tecnica, invece che aiutare l’umano rischia di distruggerlo.

Non deve farci paura la macchina né deve spaventarci l’algoritmo. Dobbiamo avere paura, però, quando attraverso di essi vogliamo mascherare le nostre fragilità, vogliamo spostare i nostri limiti, vogliamo cancellare i nostri errori, che sono proprio le cose che ci fanno restare umani. Anche per questo l’umanità di Cristo è «magnifica»: ci fa vedere un uomo scavato dal dolore, sfigurato nella sua bellezza, ferito per la passione dell’amore e, così, ci insegna che dobbiamo certamente lottare per la qualità della nostra vita ma, al tempo stesso, non dobbiamo eliminare la fragilità e la debolezza dallo spazio della nostra umanità, perché sono proprio esse a renderci umani.

Proprio sull’Osservatore Romano, giorni fa usciva un pezzo intitolato «Ma le macchine non tremano», in cui l’autore scriveva: le fotografie venivano male e le tenevamo lo stesso; oggi facciamo cento fotografie per cancellarne novantanove perché non sopportiamo l’idea di essere veri. E vogliamo correggere tutto; e intanto cancelliamo le prove della nostra esistenza.

Forse questa è la grandezza dell’enciclica Magnifica humanitas: ci aiuta a restare svegli perché la vita umana non si spenga, pur con tutte le sue imperfezioni e fragilità.

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