
La notizia, pubblicata lo scorso 25 giugno, della sospensione dei dialoghi dottrinali tra il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e la Comunione delle Chiese Protestanti in Europa (CPCE) ha inevitabilmente riacceso i riflettori sul cammino ecumenico, sollevando in alcuni ambienti reazioni forse troppo frettolose.
Se da un lato una certa cronaca giornalistica ha ceduto a un facile allarmismo — parlando quasi di un «congelamento» o di una rottura traumatica dovuta all’impossibilità di gestire la frammentazione protestante —, una lettura più attenta e teologicamente fondata ci dice l’esatto contrario. Non siamo di fronte a un fallimento, ma a un necessario atto di verità.
La Nota ufficiale congiunta del Dicastero vaticano e della CPCE parla chiaro: si entra in una «fase di riflessione». Dopo oltre vent’anni di cammino comune, fermarsi per valutare il percorso non significa indietreggiare, ma verificare la tenuta delle fondamenta.
Questo riguarda esclusivamente il dialogo con la CPCE e «non coinvolge gli altri dialoghi bilaterali» della Santa Sede con le diverse Chiese e comunità ecclesiali, che proseguono normalmente con i loro lavori e con la pubblicazione dei rispettivi rapporti finali.
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Il nodo teologico emerso in questa transizione tocca l’essenza stessa dei due modelli ecumenici a confronto.
Per Roma, il dialogo ha come orizzonte una comunione che si esprime anche in una visibile convergenza dottrinale e strutturale, che ci permetta di avanzare verso un consenso pastorale, ossia un operato comune sul territorio. Per la CPCE, invece, l’unità si realizza nella «diversità riconciliata», un modello in cui le singole Chiese regionali mantengono la propria autonomia confessionale e le proprie peculiarità dottrinali, spesso fortemente legate ai contesti culturali ed etici locali.
La difficoltà avvertita dal Vaticano non nasce da una chiusura preconcetta verso il pluralismo, ma da una questione metodologica: come si può condurre un dialogo dottrinale vincolante quando l’interlocutore è, per sua natura, una costellazione di voci teologiche diverse e non sempre convergenti?
Dal canto loro, le Chiese evangeliche europee rivendicano giustamente questa pluralità non come una debolezza, ma come una ricchezza identitaria.
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C’è un dato collaterale a questa vicenda che inquieta molto più delle complessità metodologiche tra Roma e le Chiese della Riforma. È bastato che la notizia rimbalzasse sulle piazze virtuali dei social perché si scatenasse, in una fetta non trascurabile di utenza, un’ondata di commenti intrisi di astio, trionfalismo e amara ironia.
Da un lato, una galassia di commentatori cattolici ha liquidato l’esperienza protestante con categorie medievali, rispolverando termini come «scismatici», «eretici assoluti» o bollando secoli di storia evangelica come il frutto dell’arroganza di «santoni di turno» e definendo le altre confessioni come mere «fotocopie».
Dall’altro lato, non sono mancate risposte simmetriche e speculari di segno evangelico, tese a rifiutare ogni dialogo e a invocare una conversione universale al proprio specifico modello ecclesiale.
Questo «termometro digitale» ci dice che la sensibilità ecumenica e la formazione all’ecumenismo nel popolo di Dio è purtroppo ancora «ai piedi di Cristo», ferma a un livello superficiale se non del tutto assente. C’è chi ha letto questa sosta tecnica come una «vittoria» della propria fazione o come la dimostrazione di una presunta superiorità istituzionale, dimenticando che ogni ferita alla comunione è una ferita al corpo di Cristo.
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Liquidare il cammino ecumenico con un’alzata di spalle significa ignorare il magistero degli ultimi sessant’anni e, soprattutto, ridurlo a una contesa da tifoseria. Bisogna dirlo con chiarezza e con forza: l’ecumenismo non è un passatempo per accademici nostalgici, né un’opzione facoltativa per cristiani di larghe vedute. L’unità è una priorità assoluta perché è un comando divino. Nella notte prima di morire, quanto Gesù ha chiesto al Padre per i suoi non è stata la purezza delle strutture o il trionfo politico, ma una cosa sola: «Che siano una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,21). Per Dio l’unità è vitale perché da essa dipende la credibilità del Vangelo stesso.
Quando i cristiani si dividono, o si insultano sul web, il mondo non vede Cristo, vede solo le nostre miserie. I fratelli delle altre confessioni non sono avversari da sconfiggere o da guardare dall’alto in basso, ma compagni di strada con cui condividiamo la grazia del Battesimo e l’unica fede nel Risorto. È bene dunque evitare con cura i toni da «inverno ecumenico» e, soprattutto, mettere a tacere l’astio identitario che nulla ha a che fare con lo Spirito Santo.
La teologia ci insegna che i tempi della sosta e del silenzio riflessivo sono fecondi quanto quelli dei documenti congiunti. Questa pausa costringerà entrambe le parti a definire con maggiore realismo cosa ci si aspetta reciprocamente dal dialogo. Sarebbe auspicabile che fosse anche il tempo per un esame di coscienza nelle nostre comunità. Riconoscere onestamente le differenze metodologiche e strutturali non allontana l’unità, ma la sottrae alle ambiguità, poggiandola sulla roccia della chiarezza.






Venite in disparte e riposatevi un po’: con il silenzio, con la riflessione e con la preghiera si sistemano molte cose. Ben venga questa pausa delle parole teologiche e fraterne, mentre continuiamo perseveranti il dialogo della vita.
Forse riconoscendo le rispettive diversità, sapremo fare unità a un livello più alto e spirituale. Del resto, anche tra noi cattolici le differenze di vedute spesso e volentieri sono al limite dell inconciliabile. Anche lo scisma con i lefebvriani, proprio a motivo della lezione del Concilio Vaticano II, dovrebbe da un lato incoraggiarci a camminare più speditamente. Lo Spirito va dove vuole, e parla anche a loro. E dall altro continuare il dialogo, se lo vorranno. Ciò che conta è che perlomeno non si chiamino cattolici. Rifiutare il divenire della storia e le conquiste che con tanta lentezza e fatica l umanità ha finalmente raggiunto soprattutto in termini di libertà, non può essere la profezia che la chiesa dovrebbe rappresentare . Meglio la verità della differenza che l ipocrisia di una unità senza comunione.
La preghiera di Gesù: perché tutti siano una cosa sola è da intendere sotto il primato del romano Pontefice. Questa è la preghiera che dobbiamo continuare a fare
Fino ad oggi si è guardato
Bertoldo, con le sue sottilissime astuzie, avrebbe trovato la soluzione migliore: nei giorni pari si fa come dicono i cattolici, mentre nei giorni dispari si fa come dicono i protestanti.
Non è una soluzione ottimale, ma dopo 500 anni di guerre di religione, invettive reciproche, dialoghi che non decollano, tutto sommato non sarebbe la peggiore delle soluzioni.
Certo, per noi cattolici, resterebbe da decidere che importanza dare a quel famoso “Io sono la Via, la Verità e la Vita”, ma -dopo la Dichiarazione di di Abu Dhabi- siamo diventati di bocca buona e ci sarà certamente qualcuno ai vertici della Chiesa capace di spiegarci che -dopo aver ridicolizzato il “Si è sempre fatto così (e, quindi, non va bene”)- è ora di passare a “Non si è mai fatto così e, quindi va molto bene”.
Le parole di Gesù Cristo non vanno prese mai alla leggera. Tutto ciò che leggiamo nei Vangeli fa parte delle profezie che si avverano al 100×100. Nel Vangelo di Luca capitolo 11 versetto 17, possiamo capire che fine di tutte le false Religioni avrà un catastrofico epilogo. Tutte le religioni, pretendono fare tutto senza tenere conto delle profezie Bibliche,….
Cordiali saluti. Lucio.
Per Roma, il dialogo ha come orizzonte una comunione che si esprime anche in una visibile unità dottrinale e strutturale.
che era il vecchio modello ecumenico di alcuni decenni fa. un modello che, dopo alcuni successi (per esempio le Chiese unite nella penisola indiana) ha mostrato molti limiti e vari fallimenti epici.
un esempio interessante è descritto nel libro di Martin Camroux ‘Ecumenism in Retreat: How the United Reformed Church Failed to Break the Mould’, in cui descrive come il tentativo di creare una unità strutturale visibile ha creato una struttura ecclesiale debole con pochi pregi e molti difetti, ed ha disaffiliato molte persone
il Vaticano è semplicemente fuori dal tempo, oppure vuole una unità strutturale per poter essere a capo di tutto
C’è ben poco da compiacersi. Piuttosto riconoscere la inconciliabilità di due atteggiamenti di fondo a cui restiamo tenecemente e quasi disperatamente attaccati. Da una parte “il dialogo ha come orizzonte una comunione che si esprime anche in una visibile unità dottrinale e strutturale”, dall’altra “l’unità si realizza nella «diversità riconciliata»”. Come se ne esce? Non con le reciproche rigidità ma con la disponibilità ad accogliersi a vicenda. Ma questo dice tutto e dice niente. Nella notte prima di morire Cristo ha pregato x l’unità ma poi ha spezzato lui stesso il suo corpo affinché ne arrivasse un pezzetto a ciascuno, non perché qualcuno si appropriasse dell’intero che è invece integro ed intatto nei “cieli”. Noi il corpo di Cristo possiamo solo spezzarlo e dividerlo fra noi perché non manchi a nessuno la sua parte, Il corpo di Cristo si ricompone quaggiù, in maniera imperfetta, ma l’unica possibile, continuando a radunarci nel suo nome, spezzando insieme parola e pane, rispettando le nostre differenze che tutte contengono la loro porzione di Verità. ” la sensibilità ecumenica e la formazione all’ecumenismo nel popolo di Dio è purtroppo ancora «ai piedi di Cristo», ferma a un livello superficiale se non del tutto assente” resta l’unica triste verità, l’ orizzonte su cui continuare a impegnarsi. Anche coi necessari momenti di sosta.
Eh grazie, per come si litiga furiosamente dentro la Chiesa servirebbe il dialogo inter-cattolico prima di pretendere di fare pace con i protestanti.